Gioacchino Volpe.
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IL MEDIO EVO.
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Parte 3.
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1965. G. C. Sansoni Editore, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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Indice di questa parte.
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17. REGNO, COMUNI, SIGNORI IN ITALIA E GERMANIA. CRISI E SVOLGIMENTO.
1. La vita comunale nell'et di Federico Secondo - 2. Regno e Signori territoriali in Germania - 3. Fra Comune e Signoria - 4. Domini territoriali e Signorie in cammino.
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18. TEOCRAZIA, REGNI PARTICOLARI, SIGNORIE.
1. Teocrazia e Regni - 2. Il Papato e le Signorie italiane - 3. Panorama politico dell'Italia nel '300 - 4. Primato visconteo: Gian Galeazzo.
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19. GRANDI E PICCOLE MONARCHIE IN EUROPA (Quattordicesimo-Quindicesimo secolo).
1. Progressi di Monarchie d'Occidente - 2. Popoli e Stati baltici, danubiani, balcanici - 3. Ultimi sforzi egemonici e unitari in Italia - 4. Equilibrio italiano.
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Fine Indice.
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Capitolo diciassettesimo.
Regno, Comuni, Signori in Italia e Germania. Crisi e svolgimento.
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1. - LA VITA COMUNALE NELL'ETA' DI FEDERICO SECONDO.

Fuori di Francia e Inghilterra, altri svolgimenti politici e istituzionali, mte diverse al processo storico o vie diverse per giungere alla stessa mta. In Italia, fra Dodicesimo e Tredicesimo secolo, vinto sui piani lombardi l'Imperatore e Re; ottenuto in un modo o in un altro il riconoscimento sovrano; assoggettata gran parte del contado e costretti i feudatari a far atto di omaggio e aver domicilio in citt; affrancatisi i singoli da ogni dipendenza personale verso signori e proprietari, mediante il riscatto delle terre tenute in enfiteusi, livello, beneficio eccetera e, ancor pi, mediante la formazione di una ricchezza mobiliare che diventa essa la base della vita economica e politica; afforzata in tal modo anche la libert della associazione e rotti gli ultimi legamenti che prima la tenevano quasi saldata alla Chiesa locale; il Comune di Lombardia e Marca Veronese e Toscana  ormai un complesso organismo che ogni giorno pi allarga i suoi compiti, infittisce la trama della sua organizzazione burocratica, si eleva nella gerarchia dei poteri legalmente costituiti. La piccola associazione originaria, quasi consorzio di famiglie patrizie che governano la citt come una azienda privata ed un bene ereditario,  diventata un insieme di associazioni, collaboranti e lottanti. Si sono moltiplicati i cittadini di diritto. Si  differenziata ed organizzata la massa degli artigiani e dei mercanti in tanti nuclei corporativi che operano come intermediari fra singoli e Comune e come tramite all'attivit politica dei cittadini. Sono stati ammessi e si sono fatti valere nel governo della cosa pubblica i capi delle corporazioni maggiori (dei mercanti, della lana, dei cambiatori, dei giudici e notai eccetera). In ultimo, poich il patriziato  quasi sopraffatto da altri elementi organizzati e sta perdendo il carattere di "aristocrazia", cio governo dei migliori; poich esso non ha l'antica compattezza e concordia, come non la hanno pi la famiglia ed il consorzio gentilizio, corrosi dalla pi rapida circolazione dei beni e dallo spirito individualistico e di libert che ora pervade tutti i rapporti; poich queste discordie rendono precaria la giustizia, infiacchiscono il Comune nelle sue competizioni esterne, ridanno valore a molte famiglie della vecchia nobilt feudale ed ai loro membri pi energici; in ultimo, da per tutto, si ha la crisi del Consolato, che  governo collegiale, emanazione diretta del patriziato.
E al posto dei Consoli, ecco appare un funzionario unico, uomo di guerra e di legge, assai spesso di famiglia potente, rivestito da principio di autorit quasi dittatoria, meglio accetto alla generalit per il suo pi evidente carattere di gestore di interessi generali, sempre pi scelto solo tra forestieri. Anche in quanto sia creazione dei gruppi dirigenti del Comune, che vogliono darsi una maggiore disciplina e toglier abusi e quietare la citt in fermento, egli rispecchia la maggiore personalit dell'ente di fronte agli elementi che lo compongono, la cresciuta molteplicit e variet dei ceti sociali e delle forze politiche che sono entrati nell'agone pubblico e che tendono a far del Podest una cosa propria. Il Podest, pi libero da aderenze locali, pi estraneo al vecchio ceto dirigente, meglio pu, nell'amministrazione della giustizia, della finanza pubblica, del patrimonio comunale, rappresentare e tutelare quei ceti e quelle forze, aiutarli nell'ascesa, renderne possibile la coordinata partecipazione al governo. Quasi Repubblica. E "respublica" molti Comuni, anche nel linguaggio ufficiale, amano ora chiamarsi.
Qualche citt sembra che segua direzione diversa: ad esempio, Venezia, la cui storia ha tratti suoi propri, come il paese su cui essa sorge; e solo lentamente, si assimila alla storia della rimanente Italia continentale e peninsulare. Di fatti, a Venezia, si ha, nel Dodicesimo e Tredicesimo secolo, una graduale trasformazione in senso aristocratico. Si limita anche qui, come altrove, l'intervento diretto del popolo, raccolto nella assemblea generale o arringo; e rade si fanno le sue convocazioni. Ma si limita anche l'autorit e l'iniziativa del Doge, ed il potere si restringe nel "Maggiore" e nel "Minore Consiglio". E' ucciso cos ogni germe di futuro governo di Principe: laddove, nel Podest degli altri Comuni  gi in potenza e, qua e l, gi in atto, democrazia e principato. Ma se si guarda da un altro aspetto, Venezia  ormai la Repubblica per eccellenza. Indipendente dal Regno d'Italia e dall'Impero d'Occidente, si  resa indipendente, di fatto, anche dall'Impero d'Oriente. E questa indipendenza, gi da tempo attuata, ebbe un solenne suggello nel 1202-4, quando l'esercito crociato e le forze navali veneziane espugnarono la capitale dell'Impero, cacciarono la dinastia in Asia, si ripartirono il territorio insulare e costiero. Quasi rovesciamento di rapporti, fra Venezia e Bisanzio! Nella letteratura del tempo,  frequente l'accenno a Venezia come a quella che incarna nel modo pi perfetto la libert degli Italiani.
L'epoca di questi mutamenti istituzionali  anche l'epoca in cui diventano generali e normali, entro le citt, le lotte dei ceti e dei partiti: lotte che il Podest in parte frena, in parte incoraggia e guida, in quanto tutore dell'ordine e, molte volte, braccio armato a servizio di interessi popolari contro la nobilt campagnuola e cittadina, sempre pi lacerata da discordie, faziosa, invelenita contro la prevalente borghesia. Non pi solo Comuni contro Comuni, Comuni contro grandi e piccoli feudatari, ma anche "popolo" o "pediti", cio mercanti e artigiani pi alti, politicamente e militarmente organizzati, contro "militi"; consorterie contro consorterie, cio, in generale, gruppi di famiglie pi recenti o pi antiche, pi imborghesite o pi ferme su la loro antica base di possesso fondiario; artigianato minore e non ancora riuscito a bene inquadrarsi nelle Arti, contro le Arti maggiori, contrarie al moltiplicarsi delle associazioni che sono poi il mezzo necessario per avere voce nel governo, influire su l'amministrazione e su il godimento delle terre pubbliche, controllar la ripartizione delle imposte. Il nocciolo delle contese  qui, cio nella volont di distruggere o mantenere i privilegi di certi ceti, riversare pi da una parte o pi dall'altra il peso fiscale: anche se accada che i contendenti comincino a presentarsi mescolati di lontano alle lotte fra i vari candidati tedeschi all'Impero, fra il candidato bene accetto al Papa e quello combattuto dal Papa, fra il Papa e l'uno o l'altro Imperatore, cio Ottone di Brunswick, capo dei "Guelfi" di Germania, e Filippo di Svevia, capo dei "Ghibellini".
Non diversa  anche, in questo tempo, Dodicesimo-Tredicesimo secolo, la sostanza delle grosse contese fra Comuni e chiese cittadine, fra borghesi e chierici, che ora divampano da per tutto. Siamo in una fase di organizzazione pi serrata delle forze varie, di consapevolezza della Chiesa e del Comune: l'una, pi repugnante alle leggi ed ai pesi dei laici e pi tenace a difender il suo possesso fondiario e le sue "libert u; l'altro, pi insofferente di grossa ricchezza stagnante e immune, pi bisognoso di mezzi finanziari, pi forte di forza propria ed aspirante a libert propria. Asprezza inaudita raggiunse, in talune citt ed in certi momenti di passioni esasperate, questo contrasto fra chierici e secolari, che si mescola spesso ai contrasti fra nobili e popolo, fra Imperatori e Pontefici. Interdetti e scomuniche ecclesiastiche, esodo del clero dalla citt, annullamento di gelose prerogative cittadine, trasferimento altrove della sede vescovile, cio quasi degradazione della citt a castello, da una parte; interdetto o scomunica civile contro i chierici, cio esclusione loro dall'esercizio e godimento di ogni attivit e diritto e beneficio civile, diniego di decime, rifiuto di giustizia nei tribunali pubblici, impunit a chi li offenda, invasione di terre e castelli, dall'altra parte. Non vogliono i chierici dar tributo, rispondere davanti ai tribunali loro o del Comune, di fronte ai laici che li chiamano in giudizio? Ebbene, neppure essi potranno ricevere il tributo dei fedeli, giovarsi dei pascoli, fontane, boschi, forni pubblici, ottenere servizi da chicchessia, adire i tribunali per chiedere giustizia. Si hanno, in quei momenti, vampate di vero e proprio spirito anticlericale che turbano anche la vita religiosa, non solo nell'esteriore esercizio, ma nell'intimo della dottrina. Per ci la causa della pace - entro e fuori le citt - trova ora nella Chiesa e nella Curia i suoi maggiori assertori. Frati predicatori di concordia fra le fazioni, Vescovi e Legati pontifici che si intromettono fra le parti e si presentano o impongono come mediatori, redigono lodi arbitrali eccetera, sono cosa di tutti i giorni. La fatica  grossa, i risultati scarsi. E forse con vantaggio della vita civile. Poich un pensiero politico si mescolava, pi o meno consapevolmente, all'ideale morale e religioso della pace: un pensiero, essenzialmente, di conservazione dell'ordine sociale esistente. Se quel pensiero avesse potuto imporsi, sarebbe stato l'arresto della borghesia. La quale non avrebbe svolto la sua vita economica, non perfezionato le forme dello Stato, non raggiunto la sua alta ed originale cultura, radicata nella viva realt di quel tempo.
In verit, queste lotte sono il modo come si manifestano e il mezzo necessario per cui si fanno valere le nuove forze. Le quali, appunto nel Tredicesimo secolo, toccano in Italia il culmine e agiscono pi profondamente e rapidamente su l'ordine economico e politico. Sorgono anche nuove citt o quasi citt, cio grossi borghi o castelli destinati a diventare citt: ed anche esse sono un episodio dell'urto fra feudatari e vassalli, a differenza di quel che accade nei paesi di conquista tedesca o spagnuola, dove le nuove citt sono quasi sempre iniziativa di principi e signori. Cos, in Piemonte, appaiono Alessandria, Cuneo, Mondov, Savigliano ed altre, ove si raccolgono vassalli della regione circostante, fortemente feudale, a difesa dagli antichi signori (iniziativa regia, invece, Augusta, bel porto sul Jonio, e Corleone, colonia di Lombardi, in Sicilia). Non diversamente nascono Sarzana, alle foci della Magra, che diventa il maggior centro urbano della montuosa e silvestre Lunigiana; ed Aquila degli Abruzzi, che sar il pi importante Comune della contrada, assai affine, per istituzioni e per irrequieto spirito di indipendenza, a quelli dell'alta e media Italia. Cos anche nelle Marche, diecine di castelli fra la dorsale appenninica e il mare. Da per tutto, poi, ma specialmente nella valle del Po, la carta geografica del paese si popola, dal principio del '200, di borghi franchi e castelli franchi, qualche volta creazione di signori contro altri signori, pi spesso di citt contro signori. Vengono su dal nulla o attorno a villaggi preesistenti, di solito nelle zone di confine, dove era larga disponibilit di terre pubbliche o tolte a signori; e servono ad attirare contadini e alloderi, col miraggio di particolari franchigie che mettono quegli abitatori in una condizione intermedia fra cittadini e contadini, in fatto di imposte e servizi personali. La loro funzione  di indebolire i vicini e pericolosi signori e creare attorno attorno alle citt come una fascia di protezione. Nel Vercellese, se ne contano oltre venti, di questi borghi franchi! E' uno dei modi per cui la servit della gleba scomparve quasi del tutto.
Anche presso i contadini che rimangono fermi su la loro terra, e sono i pi, si assiste ad un quotidiano processo di affrancamento: ora famiglie singole, ora gruppi; ora per contrattazione fra le parti, ora per atto d'imperio dei Comuni che proclamano liberi uomini, magari con un richiamo al diritto di natura, o tutti i servi di un determinato signore con cui siano in guerra o intere categorie di dipendenti su tutto il territorio di loro giurisdizione. Cos fanno Vercelli, Bologna, Firenze eccetera, a pi riprese. Le leggi secondano ed affrettano il naturale corso delle cose. Ma esse si ispirano ad un determinato fine politico tagliar ogni nerbo a grandi proprietari e signori, moltiplicar gli uomini che siano obbligati direttamente di fronte al Comune ed al Comune diano censi e servizi, agevolare l'assorbimento della propriet fondiaria da parte dei cittadini. Ci che nel '200  gi avvenuto su vastissima scala, nelle regioni pi intensamente borghesi. Qui, non tanto concentramento, quanto dispersione dei contadini sui fondi, dopo distrutti i castelli. E regime di colonia parziaria, in genere di mezzadria. La Toscana agricola assume allora il carattere che poi ha sempre conservato. Tutti questi mutamenti, nuovi centri urbani, borghi franchi, libert di contadini, vollero dire anche progresso dell'agricoltura, innanzi tutto quanto ad estensione di terra coltivata; in certa piccola misura, anche quanto a modi di coltivazione. Per lo meno, rinacque la curiosit indagatrice dei fatti agrari e lo studio di perfezionare. Attorno al 1230, Pier dei Crescenzi, di Bologna, dettava il suo trattato di agricoltura, frutto di attenta osservazione della campagna. Esso era il primo del suo genere ed avr nel '300 e '400 diffusione grandissima, in Italia e fuori.
Mentre nell'Italia dei Comuni si svolgeva, attraverso un intimo travaglio, questo nuovo ordine istituzionale, sociale, economico, contro esso vennero ancora ad urtare il vecchio Regno e l'Impero. Dopo oltre un ventennio di contrasti per la corona e di precariet di governo, con Ottone di Brunswick e Filippo di Svevia, fu assunto al Regno d'Italia ed all'Impero Federico Secondo, Re di Germania e Re di Sicilia. Tutto era quasi a terra, ed egli prese a restaurare, prima in Sicilia, poi tra i Comuni e signori della valle del Po e di Toscana. In Sicilia, volle ricostruire attorno alla feudalit quegli argini che, dopo i primi Normanni, quasi non tenevano pi; stroncare le ultime velleit di ribellione dei Saraceni di Sicilia, facendo di essi una colonia a Lucera di Capitanata, che gli sar fedelissima; circondarsi di giuristi educati a Bologna; riprendere i disegni dei predecessori verso i paesi dell'Islam e verso i Balcani; ottenere per via di trattato la cessione dei Luoghi Santi. Uomo di alte qualit, onnipresente nel suo Regno, grande organizzatore, egli , sotto taluni rapporti, della stessa famiglia degli Enrico Secondo d'Inghilterra, dei Filippo Augusto di Francia, quasi contemporanei suoi, e, per non uscire dall'Italia del sud, dei Ruggero Secondo d'Altavilla. E di Ruggero, egli intendeva riprendere e perfezionare l'opera di legislatore e di reggitore. Filiali, inizialmente, i suoi rapporti con la Curia romana; non del tutto amichevoli e bene accette alle citt le sue prime manifestazioni di favore a Vescovi e signori, ai quali, durante il viaggio verso Roma ed in Roma stessa, distribu largamente diplomi di concessione e conferma delle temporalit.
Ma, dopo pochi anni, i rapporti con la Curia si annuvolano. Peggio ancora con i Comuni: rottura. La Curia si adombra del suo spirito di indipendenza, che cresce con gli anni e con la forza; dei suoi atti lesivi della libert ecclesiastica nel Regno di Sicilia: della sua risoluzione di richiamare all'obbedienza i Comuni del Regno d'Italia dove Federico vuol essere fortemente presente; dell'unione mantenuta fra Sicilia e Germania. Essa teme di essere rinserrata, da un Re che domini fortemente a sud e a nord di Roma, e cerca di contenere nei limiti del Sud l'autorit di Federico, che viceversa non intende affatto vedersi tagliata da un'alta barriera la strada verso il Nord.
I cittadini di Milano o Bologna, di Pisa o Verona, amici o nemici che fossero stati o fossero ancora dell'autorit imperiale e regia, dovettero allora sentirsi risvegliare il ricordo di tempi non lontani. Un nuovo Barbarossa? In verit, Federico Secondo non  Federico Primo. Questo era stato, innanzi tutto, Re di Germania e Imperatore, con davanti agli occhi Carlo Magno e Ottone Primo. Quello, si sente, s, anche Imperatore, dueller come Imperatore col Papato, ricorrer alla dottrina della diretta derivazione divina della podest imperiale, si attegger certi momenti a riformatore della Chiesa, quasi svuotando dei suoi compiti specifici il Papato e provocandone pi fiera reazione; ma si sente, innanzi tutto, Re di Sicilia ed opera come tale. Anche in quanto Re di Germania, segue, nei rapporti coi Grandi, una politica di arrendevolezza che contrasta con quella seguita nel Sud-Italia. E poi, il Barbarossa era tedesco fino alle midolle e lasci fra i Tedeschi largo rimpianto e materia di leggenda; Federico Secondo si sente pi italiano, anzi siciliano, che non tedesco, quasi carnalmente legato alla infuocata terra di Puglia ed al fermentante suolo di Sicilia. Di rapporti spirituali con la Germania egli ne ha pochi; ed anche i suoi funzionari e soldati li trova tutti nel sud o fra i partigiani del centro e nord della penisola. Le sue discordie col Papa e con le citt italiane lasciano indifferenti i principi tedeschi, come cosa che non tocchi la Germania; laddove Federico Barbarossa aveva sentito alitar attorno a s il sentimento nazionale tedesco, contro i Latini e gli Italiani. E poi, Federico Secondo sta volgendo le spalle a quella et della quale il Barbarossa ed i ministri e prelati della sua corte (si ricordi Ottone di Frisinga e la sua concezione della storia del mondo!) erano stati uomini rappresentativi. E' assetato di cultura ed animato da una inappagabile voglia di osservare, sperimentare, speculare su ogni problema;  sensibilissimo al fascino delle cose belle;  tollerante per tutte le credenze e concezioni della vita religiosa; vive di una profonda umanit. Il suo nome e la sua Corte sono legati strettamente alla svaria della cultura e della poesia europea ed italiana, in questi albori di una nuova giornata!
Quindi, discordia. Gi aperta essa al tempo di Onorio Terzo, si inasprisce con Gregorio Nono, vecchio gagliardo che ha legami di parentela e di affinit morale con Innocenzo Terzo. Contro il Re che  in Terra Santa, il Papa lancia mute di frati mendicanti e di avventurieri francesi, riaccende i sospetti e le animosit dei Comuni, suscita nemici anche fra i principi tedeschi. Pace di Ceprano del 1230. E Federico pu dar l'ultima mano alle sue Costituzioni, pubblicate poi a Melfi l'anno appresso: documento insigne delle nuove tendenze del principato: accentramento, il Re sempre presente, funzionari e giudici regi al posto dei feudatari. Pu anche menar un rude colpo alle citt della valle padana ed alla rinnovata Lega Lombarda, con la vittoria di Cortenova, 24 novembre 1237. L'alta Italia e media sembrano ai suoi piedi. Il collegamento con la Germania, assicurato. Capitani, Vicari, Podest di Federico, installati nei vari distretti. E sopra di essi, pi alti funzionari e partigiani, scelti fra potenti signori, come Uberto Pelavicino ed Ezzelino da Romano: quello, nel centro della valle padana e in Lunigiana e Garfagnana, cio a controllo di un importante valico appenninico; questo nella Marca trevigiana, a guardia della valle dell'Adige, porta d'Italia. Vicario generale  Enzo, figlio del Re, che ad un certo momento, dopo il suo matrimonio con la ereditiera dell'isola, assume titolo anche di Re di Sardegna. Mai come allora si fu vicini ad una unit politica, creata non solo dalla organizzazione burocratica del Re, ma anche dalla generale prevalenza di un determinato partito politico, in ogni regione: unit ghibellina.
Il Papa allora sent di nuovo tutto il pericolo e si butt alla riscossa, raccolse le fila di parte di Chiesa, ebbe la solidariet di Genova e Venezia, egualmente minacciate da questo dominio padano dello Svevo, che metteva in forse i loro rifornimenti dall'interno e la libert delle vie di traffico. Per dieci anni, fu lotta acerbissima, condotta da Innocenzo Quarto Fieschi. Abbandonata Roma mal sicura, egli si trasfer in Francia, il paese a cui tradizionalmente la Curia ricorreva, ogni volta che si sentiva addosso un Principe troppo potente nella penisola. Quasi una anticipazione di Avignone! A Lione fu convocato un Concilio; e dal Concilio, nel giugno 1245, usc la condanna dell'Imperatore e Re, e la dichiarazione della decadenza sua dal trono. Federico non per questo depose le armi e l'animo. Ma era ardua impresa, questo battagliare in una Italia tutta citt e castelli! Nessuna vittoria era decisiva, ma una sconfitta poteva essere irreparabile, perch allora i nemici sbucavano da tutte le parti. Cos accadde quando Parma, delicato punto strategico e chiave delle comunicazioni fra l'alta Italia e la Toscana e Roma, abbandon le parti dell'Impero. Pesava duramente su le citt il fiscalismo dei funzionari regi e la mano di ferro dei feudatari, tipo Ezzelino, strettamente legati per uffici, per parentado, per interesse politico, all'Imperatore! Parma fu assediata. Ma resist. Fortemente guidava la resistenza e organizzava in Lombardia i partigiani della Chiesa Gregorio di Montelongo, legato papale, uomo pi di guerra che di Chiesa, poi Patriarca di Aquileia. Una sortita improvvisa di cittadini sbaragli l'esercito imperiale: e Vittoria, una nuova citt che Federico aveva fondato vicino e di contro Parma, fu data alle fiamme. I vinti avevano ancora molte riserve da mettere in campo: ma la morte di Federico Secondo, sul finire del 1250, tronc, al suo inizio, la riscossa.
Le citt respirarono. Per il regno d'Italia e per l'autorit dell'Impero in Italia, fu, invece, quasi il principio della fine. Il "popolo", cio la borghesia mercantile, in genere avversa a Federico e ad ogni tentativo di accentramento statale, prese da per tutto il sopravvento contro militi e signori, che per lo pi avevano tenuto per l'Imperatore. E si ebbe, dopo la vittoria sul nemico esterno, altra vittoria sul nemico interno. Si compi proprio in quegli anni, poco prima e poco dopo la morte del Re, con la stessa sincronicit dell'altra di 50 anni innanzi, una seconda e maggiore rivoluzione. Gi da tempo, il popolo tendeva ad organizzarsi a s, fuori e contro il Comune che era pur sempre, anche dopo l'avvento del Podest, il regime dei ceti pi elevati, e disciplinarsi militarmente con un proprio capo ed una propria legge interna, cio un proprio statuto, crearsi una propria finanza. Questo Comune del popolo, di fronte al vecchio Comune, da per tutto ora eruppe, e da per tutto il Capitano del Popolo si contrappose al Podest: con tendenza del nuovo Comune di diventar esso il centro di gravit della vita cittadina ed assorbir tutto il potere finanziario e giudiziario; e del nuovo Capitano, di metter nell'ombra il Podest, cumular lui l'uno e l'altro ufficio, dare unit popolare allo Stato. La quale sar raggiunta, generalmente, col potere personale di un Signore.
Nella seconda met del Tredicesimo secolo, noi assistiamo, entro le nostre citt, ad un duplice e opposto processo di disfacimento e ricomposizione. Gravi segni di insufficienza e debolezza organica dell'ordine comunale, che non sa pi equilibrare ed armonizzare i ceti ed i partiti. Vi  tutto un polverio di organizzazioni politiche, corporative, gentilizie che tendono a dividersi e suddividersi e divergere l'una dall'altra; una lacerazione e disintegrazione di tessuti cittadini, per l'alterno e frequente prevalere ora di un partito o fazione, ora di un altro, con relativi bandi, esili, confische che colpiscono duramente chi soccombe e lo buttano nelle file dei partiti intercittadini o interregionali, di guelfi o ghibellini. Emergono invece famiglie e individui singoli, creati dall'azione corrosiva della nuova vita economica che fraziona i grossi conglomerati gentilizi dell'et precedente, le compropriet e i condomini; creati anche dal perenne stato di guerra civile che per un verso divide, per l'altro raggruppa i pi affieni e porta in alto i pi energici e genera nuove gerarchie. Cio si intravede un nuovo ordine che a gran fatica si costituisce: fucinato su l'incudine della quotidiana esperienza, imposto dal volere della storia, prima che non dagli uomini consapevoli, vittorioso in ultimo quasi attraverso una gara delle varie forze in giuoco. A differenza di quel che accadde in Francia o Inghilterra, il medievale Regno d'Italia, dopo Federico Secondo, non d pi molti segni di s: quasi corpo dissanguato. Ma lo Stato si riedifica dal basso, nelle citt; e dalle citt prende le mosse anche il nuovo principato. Trionfo di "popolo"  avviamento a regime monarchico.


2. - REGNO E SIGNORI TERRITORIALI IN GERMANIA.

Decadenza grande, sebbene non quasi anullamento come in Italia, subisce anche il Regno di Germania, sostituito da altre forze nel compito di organizzare lo Stato. E un po' quel che avviene oltre Alpe  in connessione con le vicende della penisola. Ottone I aveva quasi saldato sul capo dei Re tedeschi anche la corona d'Italia e la corona imperiale. La Germania era divenuta in tal modo, per un paio di secoli e pi, quasi il cuore dell'Europa, come gi la Francia di Carlo Magno. Grande onore, ma grande onere, l'Impero! Voleva dire logorio e dispersione di forze, scarsa capacit di resistenza dinanzi a prepotenti interessi locali, necessit per il principe di transigere: solo mezzo per ottener l'adesione ad una politica personale e dinastica pi che nazionale. Quanto guadagnava in ampiezza, tanto quella dominazione perdeva in intensit. E ne fece esperimento in Germania, non diversamente dai Plantageneto in Inghilterra e Francia, Federico Barbarossa durante le sue faticose e vane imprese d'Italia, contrariate dai pi grossi vassalli e principi dell'Impero. Peggio fu quando il suo figliuolo Enrico, nell'ultimo decennio del secolo, pot realizzare il vecchio sogno degli Ottoni e successori loro, strappando ai Normanni il loro Regno di Puglia e Sicilia. Ne venne alla Germania non incremento, ma debolezza maggiore.
Del resto, assai grandi erano, in questo Regno di Germania, gli ostacoli ad una salda unit regia. La nazione, divisa in popoli distinti, ben individuati l'uno di fronte all'altro: anche se, nei rapporti col di fuori, non mancava il sentimento della comune stirpe. Grande la forza dei Vescovi e della Chiesa, e quel loro desiderio di indipendenza, che li metteva spesso a fianco dei nemici del Re, quando esso minacciava le loro temporalit! Troppo numerosa e potente, la grande feudalit dei Duchi e Conti, fatta di signori che avevano una propria antica base e non rilevavano solo dal Re, e compievano per conto proprio vaste imprese di colonizzazione e di guerra, che li innalzavano sempre pi e sempre pi li sottraevano al controllo del Re! Il possesso della corona imperiale, frequente occasione di invadenze papali nelle cose della Germania, nelle elezioni dei Re dello Stato. Non l'uomo pi adatto e pi accetto come Re, ma quello pi adatto e pi accetto come Imperatore, pi rispondente a? tradizionale tipo di avvocato della Chiesa e delle sue libert, usciva dalle riunioni elettorali dei Grandi: anche perch, fino al Tredicesimo secolo, Vescovi ed Arcivescovi prevalevano numericamente fra gli elettori e facevano trionfare i loro criteri di scelta, che erano poi spesso i criteri di Roma. Per tutto questo e per il riflettersi anche sul Regno di quello che era un carattere essenziale dell'Impero, cio l'elettivit, si fece ancor pi difficile per il Regno raggiungere quell'ordine ereditario che altrove si raggiunge nel Dodicesimo e Tredicesimo secolo; e rimase l'elettoralismo, con tutti i suoi guai, aggravato dalla circostanza che ogni eletto rappresentava o poteva rappresentare un diverso ceppo tedesco, interessi regionali suoi propri, tendenza ad una politica estera corrispondente. E allora, gare dinastiche, disordini di partigiani, contrastate elezioni e duplicit di eletti, con relativa guerra civile ed ingerenze straniere, scarsa continuit di azione, la vita dello Stato dipendente in tutto dalle mutevoli qualit personali, evanescente e fiacco l'organismo burocratico dello Stato stesso.
Quando mor Enrico Sesto, subito dopo la conquista del Regno di Sicilia, il figliuolo Federico era ancora bambino. E poi, crebbe e fu educato quasi sempre in Sicilia, sotto la tutela e la guida della madre normanna, di un Pontefice, di uomini del paese. Intanto, in Germania, lotte fra Hohenstaufen e Guelfi, cio Casa sveva e Casa gi di Baviera, con alterna prevalenza dell'una o dell'altra. Grave sconfitta di Ottone a Bouvines, per opera del Re di Francia, e discredito del Regno. Giunto al governo Federico, o che si sentisse troppo radicato alle sue terre di Puglia e Sicilia; o che credesse impresa disperata governare da Re, come egli intendeva, la Germania; o che reputasse necessaria una forte base di qua dalle Alpi per potersi sostener bene anche al di l; fatto  che egli concentr nella penisola tutte le sue cure. In Germania, tir innanzi alla giornata, con quegli espedienti stessi che avevano caratterizzato l'epoca pi misera delle Monarchie europee. Per quietare i signori tedeschi, dopo assunta in Italia la duplice corona e preso possesso effettivo del Regno di Sicilia, egli nel 1222 fece loro grandi concessioni, rinunci a diritti finanziari e fiscali, diede garanzie per la integrit dei loro domni. Fu un passo avanti verso la affermazione delle sovranit territoriali. Poi durante la minore et di Enrico suo figlio, i Regni di Germania e Borgogna furono affidati a reggenti, l'Arcivescovo di Colonia prima e Luigi di Baviera pi tardi. Sotto re Enrico, ancora altri strappi all'autorit regia, malamente sostenuta dalle citt che non avevano forza tale da cimentarsi coi Grandi. In fondo, non si ebbe in Germania quella efficace solidariet e collaborazione fra il Regno e le citt, che vi fu altrove: sempre per le condizioni, precarie di quello e per la mancanza di continuit nella sua azione. La Dieta imperiale del 1231 quasi emancip i signori dal Re, limit il diritto regio di batter moneta e costruir fortezze, dette a quelli la facolt di controllare il traffico, viet le leghe fra citt, che essi mal tolleravano. Durante l'ultima ed aspra lotta fra Papato e Impero, ampie usurpazioni del demanio imperiale, messo insieme dai primi Hohenstaufen. Non pi organi propri e redditi propri ha il sovrano, salvo i tributi delle citt imperiali. Da per tutto i signori soppiantano il Re. Dopo lo sforzo accentratore dei Sassoni e dei Franconi, compiuto con l'aiuto dei Vescovi, assistiamo, col venir meno della forza di quelli in confronto dei signori secolari, ad una ripresa energica del processo di organizzazione delle forze territoriali. Diverso da quello di Francia e Inghilterra doveva essere, anche in Germania, il cammino verso lo Stato moderno e verso l'unit nazionale. Il Regno non poteva diventare esso, qui, il centro unificatore e coordinatore; ma i principi, che non si lasciano padroneggiare dal Re; e, in piccola misura, le citt, che non trovano nel Regno una sufficiente tutela del loro diritto e dei loro interessi e sempre pi gli sfuggono di mano e provvedono da s.
Nel corso del '200, si sviluppa fortissimo, fra le citt, col bisogno della difesa, lo spirito di associazione. Non si tratta solo di quei legami di filiazione giuridica di cui abbiamo parlato sopra: citt nuove che si modellano, costituzionalmente, su le citt vecchie. Ma  vera e propria tendenza federale. Il fenomeno si riscontra in assai piccola misura da noi, con la Lega Lombarda che, dopo il primo slancio, visse ancora alcuni decenni di vita fiacca; con la Lega toscana del 1197, capeggiata da Firenze contro i feudatari e le citt che parteggiavano per Enrico Sesto; con le piccole leghe marchigiane a difesa dai luogotenenti tedeschi del morto Imperatore; con le Leghe guelfe e ghibelline nel corso del Tredicesimo secolo. Ma sono unioni sempre pi effimere, sempre pi minate dallo spirito di fazione. Non citt, ma nuclei organizzati di mercanti delle varie citt, raccolse per qualche decennio, nella seconda met del '200, la "Societ dei mercanti di Lombardia e Toscana dimoranti in Francia", che fu assai operosa anche nei rapporti politico-commerciali con quel Re. La stessa cosa si ebbe anche fra i mercanti francesi: fra le associazioni di Parigi e di Rouen e poi anche delle altre citt lungo la Senna; fra quelle delle citt di Linguadoca, specialmente per la tutela del loro commercio alle fiere di Champagne; fra i mercanti d'acqua e battellieri della Somma, cio Amiens, Abbeville, Corbie eccetera. E si ebbe, in proporzioni maggiori, in Germania dove, per di pi, le federazioni fra i mercanti delle varie citt divennero federazioni di citt, organismi a larghe finalit economiche e politiche. Si verific questo specialmente in alcune regioni. Ch se Augusta, Ratisbona, Passavia, Ulma, Norimberga, mancando di nemici esterni da combattere e svolgendo esse pacificamente i loro traffici con l'alta Italia attraverso i valichi alpini, non sentirono grande bisogno di coalizzarsi; bene lo sentirono le citt della Germania occidentale, tutte intramezzate da signori, e quelle della Germania settentrionale, della nuova Germania, che  presa fra i due fuochi dei grandi territori sorti su terreno di colonizzazione, da una parte, e delle Potenze marittime del Baltico, cio Danimarca e Svezia e Norvegia, dall'altra.
Notevoli sopra tutte, fra queste Leghe tedesche, la Lega sveva e, a mezzo il '200, la grande Lega renana che raccoglie le citt dalla Svizzera al Basso Reno e procede d'accordo con la prima. Per vario tempo, la loro azione  assai efficace: influiscono su le elezioni regie, acquistano privilegi commerciali, combattono i signori, liberano le vie terrestri e fluviali dagli infiniti predoni che le infestano, cio i cavalieri, i ministeriali, tutta quella piccola aristocrazia che ora l'Impero non utilizza pi, costretti perci a buttarsi al brigantaggio per vivere, in tanto disfacimento della loro classe. Insomma, assolvono tutti i compiti dello Stato. Ancora pi e pi a lungo si fa valere la Lega anseatica, di poco posteriore, con Stralsunda, Rostock, Lubecca e via via tutte le citt pi ad occidente, fino al Reno. Essa prende il posto ed esercita la funzione che nel secolo precedente avevano occupato ed esercitato le associazioni di mercanti tedeschi disseminate nei Paesi Bassi, nella Gotlandia, in Inghilterra. Lubecca  il suo centro; il paese da Londra a Nevgorod, da Bruges a Colonia,  il suo campo di lavoro, l dove si incontrano le correnti commerciali dell'Inghilterra, dell'Olanda, della Germania, della Russia, degli Stati scandinavi. A difesa di questo commercio, che era la loro vita, le citt anseatiche fanno guerre, svolgono una intensa azione diplomatica, si procurano col denaro l'amicizia dell'uno o dell'altro Re circostante. Il Medio Evo non conobbe nessun altro raggruppamento di citt cos potente e di cos lunga vitalit, specialmente nel tempo che il Regno e l'Impero hanno perso ogni forza ed ogni funzione protettiva dei mercanti tedeschi all'estero. E solo nella Spagna vi fu qualche cosa che pu, alla lontana, essergli paragonato: le "fratellanze" ("hermandades") di citt, costituitesi dopo il Quattordicesimo secolo a difesa contro la nobilt e anche contro la Corona, sebbene con la Corona spesso si trovassero a combattere solidali battaglie contro i Grandi. Pi ancora, tra le piccole citt e i contadini montanari tedeschi che vivevano attorno alle sorgenti del Reno, nella Svevia meridionale. Durante il lungo interregno seguito alla morte di Federico Secondo, essi vennero organizzando una loro libera vita, sotto l'alto dominio o protezione dei vicini signori d'Austria. Ma quando questo alto dominio accenn a farsi effettivo e mutar natura, ecco i cantoni di Uri, Schwytz ed Unterwald stringere a Rtli una prima lega, nel 1291, poco dopo rinnovata e ingrandita per nuovi aderenti e consolidata fra sacrifici e battaglie che la leggenda ha sintetizzato in un personaggio solo, Guglielmo Tell.
Frattanto, anche nella Germania signorile progrediva la organizzazione dei territori con relativo elevarsi dei pi potenti sulla folla dei minori e loro prevalere nelle elezioni regie. Tale prevalenza ricev suggello giuridico, poco dopo la morte di Federico Secondo, con la costituzione del Collegio elettorale: fatto assai importante nella storia della nazione tedesca, oltre che del Regno di Germania. I signori ecclesiastici (vescovi di Treviri, Magonza, Colonia) vi furono in minoranza e, per di pi, fortemente legati ad un organismo costituzionale tedesco: quindi, minore tendenza del corpo elettivo a gravitar verso Roma o uniformarsi ai criteri e dettami di Roma. Prevalsero invece i signori secolari, pi indipendenti dal di fuori, e mal disposti ad una politica imperiale del Re. Taluni di essi, come Brandeburgo e Boemia, con popolazione mista di Slavi e Tedeschi, furono dal vincolo del Collegio elettorale tenuti pi stretti alla Germania. Quindi, il Collegio elettorale fu, nel suo complesso, fattore di maggiore unit nazionale in Germania. Anche perch il distacco della Corona di Sicilia dalla Corona di Germania, con Manfredi; e poi la assoluta perdita di quel Regno, a Benevento e Tagliacozzo, restrinse sempre pi l'attivit politica tedesca sul suolo nazionale, fece quasi coincidere Regno e Impero, nazionalizz l'Impero stesso. Comincia a dirsi dai Tedeschi che il Re da essi eletto  anche Imperatore, senz'altro! Quindi, pi energica resistenza degli Elettori alla pressione di principi stranieri, aspiranti al Regno e all'Impero, come Filippo il Bello che, su gli inizi del '300, due volte, alla morte di Alberto e di Enrico Settimo, pose la candidatura di suo fratello Carlo di Valois, e di suo figlio Filippo di Poitiers.
Ma, dal punto di vista politico, tutto questo volle dire il Regno nelle mani di pochi principi, e questi principi padroni in casa propria; accelerata l'evoluzione verso gli Stati territoriali, cio non pi feudali nella loro struttura interna e nella loro posizione gerarchica verso l'alto, ma burocratici, con funzionari propri, proprio sistema fiscale, imposte per tutti, autorit su la Chiesa e sul clero, semi-indipendenza dal Re e Imperatore. Sola limitazione: gli Stati, cio il collegio dei rappresentanti dei vari ordini della popolazione. Insomma, in piccolo, ci che stavano facendo i Regni di Francia o Inghilterra. Le contese per la Corona fra i vari aspiranti, Riccardo di Cornovaglia, Guglielmo di Olanda, Ottocaro di Boemia, dal 1250 al 1270, furono per questi signori altra buona occasione a fare da s, usurpare diritti e terre. Se l'Ovest e il Nord furono il paese delle citt e delle leghe di citt; l'Est e il Sud-Est, cio la zona delle terre conquistate e colonizzate di fresco, furono i paesi dei grossi Stati territoriali.
Vogliamo qui notare, fra parentesi, che in questa nuova storia degli Stati e dello Stato che l'Europa inizia dopo il 1000, quelli che primi e pi emergono sono, eccezion fatta per la Francia, gli Stati che erano sorti da una recente conquista: l'Inghilterra, il Sud-Italia, gli Stati russi del nord, gli Stati territoriali della Germania orientale. Qui, entro gli ampi domini, poche citt e molte forze proprie del signore. E anche altre circostanze favorevoli: la lontananza della Francia, che ad ovest comincia ad esercitar la sua azione dissolvente sui minori staterelli tedeschi; e la perenne minaccia slava. Cio si trova qui una di quelle condizioni che gi avevano contribuito a dar vigore al Regno di Germania nel Decimo e Undicesimo secolo. Son paesi di frontiera, sempre sul "chi vive"! Nel 'zoo, un forte Regno slavo, con Ottocaro di Boemia, preme dall'est e solo una grande vittoria di Rodolfo d'Asburgo, eletto Re di Germania qualche anno prima, lo debell e lo sfasci, con la battaglia di Drnkrut (1278). Avvenne cos che Rodolfo, assicurata per alcuni decenni ai suoi discendenti la successione del Regno, fond la potenza della sua Casa. Cominci a delinearsi allora il pensiero di una grande Austria, con la Boemia e anche con l'Ungheria, nelle cui faccende interne Alberto Primo, successore di Rodolfo, cominci ad ingerirsi alla morte di re Andrea Terzo, ultimo degli Arpad. Prevalsero per allora altri aspiranti, in Ungheria gli Angioini di Napoli, in Boemia la Casa di Lussemburgo che poi ebbe essa il Regno di Germania e l'Impero. Ma quel pensiero non fu per niente abbandonato. Nel corso del '300, Vienna, posizione centralissima e dominatrice di vie commerciali e militari, diventa una citt cospicua. Attorno attorno, l'Austria si allarga. Tenta a sud-ovest: ed urta contro una barriera saldissima, la Lega dei Cantoni, a cui hanno aderito anche Zurigo, Berna, Friburgo eccetera. A Morgarten (1315) ed a Sempach (1385) i montanari svizzeri, accorsi al disperato richiamo dei grandi corni, squillanti attraverso vallate e foreste, ricacciavano l'invasore. Ma l'Austria riesce ad assorbire il Tirolo: che vuol dire la via aperta verso l'Italia. E corrode cos la regione veneta e istriana; acquista sul finire del '300, in concorrenza con Venezia, anche Trieste, una piccola citt colonia di Roma
che vuol dire il mare, la porta su un mondo pi vasto, il principio dell'accerchiamento che, dopo secoli, soffocher l'antica regina dell'Adriatico. Grande fatto, nella storia dell'Europa centrale e sud-orientale, alla fine del Medio Evo, questa formazione dell'Austria! Come importante pure, pi a nord, l'emergere dei signori del Brandeburgo, che han titolo di Marchesi, sono Elettori, posseggono vastissimo territorio. Il Regno di Germania, se pu qualche momento risollevarsi, lo deve a questi Signori dell'est o che si sono fatta una base nell'est, Asburgo o Lussemburgo, elevati al trono.
Ma in generale, rompesi in Germania ogni legame fra Re e principi, specialmente dopo che la Bolla d'oro di Carlo Quarto accresce i poteri di questi. Contro le tendenze ereditarie degli Asburgo e dei Lussemburgo, si sancisce la elettivit del Regno, si determinano i diritti dei sette principi elettori e il funzionamento della Dieta germanica, formata del Collegio elettorale, dei principi laici ed ecclesiastici, dei rappresentanti delle citt. Tutta la variopinta Germania delle citt e dei grandi e piccoli signori, laici ed ecclesiastici, vi trova il suo assetto; vi esprime, teoricamente, la sua voce. Tanta libert di movimento d certo alla vita tedesca un suo carattere particolare, che la avvicina all'Italia dei Comuni. La coltura vi progredisce. L'artigianato e la media e piccola borghesia mercantile hanno un periodo di prosperit, di sviluppo intellettuale, di perfezionamento tecnico. La Germania si presenta come una specie di Repubblica federale.... Ma il governo centrale, cio il Regno,  poco pi di un fantasma. I principi vogliono essere, insieme, Imperatori e Papi entro il loro territorio, cio signori assoluti. Anche per le citt libere, attorniate, premute dai territori, la vita si fa sempre pi difficile: piccole isole, entro un mare che si solleva. E le loro leghe si rilassano e si indeboliscono. Come organizzazione, come ampiezza di compiti statali, le citt sono pi progredite delle signorie; ma non hanno grande forza. Molte scompaiono nel gorgo, fornendo tuttavia, a chi ne raccoglie l'eredit, molti elementi di cultura, modelli di utili istituzioni, personale assai addestrato nella pratica amministrativa e nella conoscenza del diritto romano, di cui assai si avvantaggiano gli Stati territoriali: vincitori e vinti insieme.


3. - FRA COMUNE E SIGNORIA.

Anche nell'Italia delle citt si delinea, durante il Tredicesimo secolo, una organizzazione signorile territoriale. Ma , in genere, tutt'altra cosa dalla Germania. In Italia, essa prende le mosse dai Comuni assai pi che non dai feudi e non si impone dalla campagna alla citt, ma nasce, essenzialmente, dall'intimo della vita cittadina, giunta ad un determinato sviluppo. Il nord della penisola precede: che  un po' la precedenza cronologica nel nascere, e quindi nel declinare, del Comune lombardo su quello toscano; un po' la diversa struttura della societ comunale nella valle del Po. In qualche citt, i segni di un governo personale e familiare che emerge sopra il governo collettivo dei cittadini, quasi che questo non risponda pi ai bisogni e non resista all'attrito e alla pressione di altre forze operanti in mezzo o al margine della vita comunale; questi segni gi li vediamo alla fine del Dodicesimo secolo, cio coincidono col Podest che veramente, in taluni luoghi ed in taluni suoi tratti originari, preannuncia il Signore, o almeno rivela gi quelle esigenze interne che poi il Signore appagher. Spesso egli , nel linguaggio delle cronache e dei documenti, "dominus civitatis", il Signore, il reggitore della citt. A Ferrara, dopo lunghe competizioni, prima fra i Salinguerra, mezzana nobilt locale, e gli Adelardi, famiglia di grande ricchezza e molto seguito in citt; poi fra Salinguerra ed Estensi, rampollo del potente ceppo obertengo di Lunigiana fortemente trapiantatosi nel basso Po e alla fine del Dodicesimo secolo anche in Ferrara, per il matrimonio di Obizzo d'Este con una ereditiera di casa Adelardi; dopo tentativi di compromesso, cio di condominio o di alterno dominio malamente dissimulato sotto il titolo di Podest o Rettore, si affermano a signoria prima i guelfi Estensi, poi, fra il 1230 e il 1240, un Salinguerra ghibellino, assai accetto al popolo e al ceto mercantile della citt, che egli promuove. Donde la gelosia di Venezia che poi capeggia con gli Estensi la vittoriosa reazione guelfa contro Salinguerra. E infine, nuovamente e definitivamente gli Estensi, in persona di Obizzo, proclamato Governatore, Rettore, Signore generale e perpetuo della citt e del distretto. A Ferrara, gli Estensi aggiungeranno poi Modena e Reggio.
Pi a nord, nella Marca Trevigiana, gi al principio del '200, rapido ascendere dei Da Romano, specialmente con Ezzelino Terzo, capoparte, Podest o Capitano o Rettore o "dominus" anche di pi citt contemporaneamente; lusingatore di minuti popolani, che egli dice di voler liberare dagli aspidi e dalle serpi, cio dai patrizi e dai potenti; fiduciario di Federico Secondo nella Marca, in nome del quale egli riceve in dedizione le citt, e custode per lui della porta d'Italia allo sbocco dell'Adige; parte attiva, insieme con i Conti di Sambonifacio, con gli Estensi, con i Camposampiero, con i Da Prato, con i Da Camino eccetera, di tutti gli intrighi e le feroci discordie familiari e guerre che fanno della gi "Marca gioiosa" il pi travagliato paese d'Italia. Verona, Vicenza, Feltre, Treviso, Bassano, Ostiglia, in ultimo Padova, la pi ricca e forte citt della regione, obbediscono a lui ed a suo fratello Alberico, nei momenti di maggior fortuna. E le sue aspirazioni vanno anche pi in l! I titoli del suo potere sono vari: gli vengono da se stesso, cio dai suoi feudi e vassalli e beni allodiali che ha un po' da per tutto, nelle campagne e citt; gli vengono dall'Imperatore che lo investe, di fatto, della sua rappresentanza nella Marca e gli manda ausiliari tedeschi e gli d in moglie la figlia naturale Selvaggia; gli vengono dal popolo o, meglio, dalla parte o fazione - e qualche volta dalle due parti accordatesi sul suo nome - che gli conferisce podesterie e capitanati nelle citt. Ma la sostanza  quella di una mano robusta che si abbatte sul patriziato urbano, discioglie e disperde i grossi parentadi e consorzi e raggruppamenti tenuti insieme da rapporti feudali o di consanguineit, che sono come piccoli Stati nello Stato, livella tutti sotto di s, costruisce fortezze a guardia delle citt laddove si ergevano torri magnatizie e palazzi, si crea un organismo militare proprio anche di mercenari. Ad un certo momento, i suoi partigiani della Marca, per elevarlo ancor di pi, cominciano a chiamarlo, senz'altro, "domino", signore, "tacendo per somma reverenza il suo nome proprio", come racconta Rolandino da Padova, acerrimo suo nemico e cronista della Marca trevigiana. Questa mano robusta  potenziata ed anche sollecitata dalle condizioni del paese generale stato di guerra e sfrenamento di passioni, con relativo emergere dei pi forti, non pi legati dai vecchi vincoli gerarchici; rivalit di antiche famiglie comitali che cercano ricostruire su nuova base, cio sul popolo anzich sull'Imperatore, la loro fortuna; malanimo popolaresco e contadinesco contro le consorterie dirigenti e contro le citt; fazioni cittadine che rompono l'ordine comunale e aprono brecce nello Stato di citt, mediante le larghe alleanze interurbane fra partiti affini. In Ezzelino, gi alcuni tratti che sono il segno di uomini nuovi in formazione, artefici pi consapevoli di storia e quindi acceleratori del suo lento ritmo. Ezzelino  insieme violento ed astuto, crudele e generoso; eccelle nella guerra, avviata a diventar arte, e nell'intrigo diplomatico; ha pochi scrupoli morali e religiosi e bada non ai mezzi ma al fine; crede pi nella fortuna e nella virt delle stelle che in Dio; segue i dettami dell'astrologo assai pi di quelli del sacerdote. Come contro Federico Secondo, anche contro Ezzelino si levano accuse di eresia. Ma  quell'eresia che nasce da poca fede non da troppa fede; e, ancor pi, da una politica poco rispettosa di prerogative clericali, da indifferenza di fronte a censure ecclesiastiche, da prepotente passione di cose mondane che divora questi uomini. Ad un frate che lo esortava, dopo deposto dal suo ufficio di Podest a Parma e fermato a mezzo della sua strada, di darsi a vita religiosa per salvar l'anima, Gilberto da Gente, uno dei molti tirannelli che cominciano a spuntar da tutte le parti a mezzo il Tredicesimo secolo, rispondeva: Non posso. "Habeo cor circa alia occupatum!...".
Pi ad ovest e nel centro della valle padana, ecco Uberto Pelavicino, altro Obertengo, largamente provvisto di feudi e allodi di l e di qua dell'Appennino tosco-emiliano, altissimo funzionario di Federico Secondo in Lombardia e Lunigiana, capoparte ghibellino, egualmente reggitore di Comuni, come Podest e Capitano. E riesce a dominare un bel gruppo di citt, a destra ed a sinistra del Po: Cremona, Piacenza, Parma, Novara, Pavia eccetera. Trattasi di un grossolano conglomerato che poco cemento unisce, oltre il comune Signore. Ma pure, esso risponde ad una necessit quasi di natura che lentamente si impone alla frammentariet politica e abbassa le mille barriere. Rappresenta lo sforzo della storia di superare il contrasto fra la vita economica e anche politica dei Comuni, che  regionale e interregionale, e la costituzione giuridica che  cittadina. Tanto  vero che, sotto il Pelavicino, rimasto in sella ancora per alcuni anni dopo morto Federico Secondo, si hanno fra le molte e vicine citt soggette a lui accordi commerciali e convenzioni monetarie.
Su Milano, appuntano gli occhi tanto Ezzelino quanto Pelavicino, come sopra un centro potente donde irradiare tutt'attorno l'azione politica e militare. Ma troppa personalit ha Milano per essere conquistata dal di fuori! Alla signoria li si giunge, ancor pi, per spontanea elaborazione interna. Gi nel 1240, negli anni in cui il popolo battagliava per una riforma tributaria che distribuisse pi equamente il grave peso delle imposte, e su la citt incombeva la minaccia della parte nobiliare e ghibellina capeggiata dai Visconti, un Pagano della Torre, famiglia di borghesia grassa o di piccola nobilt mercantile,  fatto "Capitano e Difensore del popolo". La paura di Ezzelino e di Uberto Pelavicino, che sono quasi alle porte, rafforza la posizione dei Torriani: cio mentre ci si guarda e premunisce contro una signoria, ecco che, dalla preoccupazione e dallo sforzo stesso della difesa, ne sorge un'altra! Nel 1257, troviamo a Milano due Podest, Paolo da Soresina per i nobili, Martino della Torre per il popolo: duplice o anche triplice podesteria o capitanato, che ora  cosa non infrequente nelle citt divise e rappresenta il momentaneo equilibrio delle forze, con relativo annullamento di ogni positiva attivit di governo. Prevale poi Martino. Dopo di lui, Filippo. Nel 1265, Napoleone, fatto Podest del popolo a vita: tutti Torriani. Siamo in piena ereditariet! Ma a Desio, nel 1277, aperta battaglia e decisiva vittoria del partito visconteo, sotto la guida di un uomo abile ed energico, l'arcivescovo milanese Ottone Visconti. Sebbene egli sia capo dei nobili, tuttavia riconosce l'organizzazione popolare, cio supera le parti e le classi, fa eleggere a Capitano del popolo Matteo suo nipote e lo fa poi riconfermare allo stesso ufficio. Per venti anni circa, Ottone  il supremo moderatore, religioso e politico, della citt, con larghe influenze anche sul territorio circostante, dove gi dominavano Chiesa arcivescovile e Comune milanese. E costituisce esempio cospicuo, ora, del frequente ritornare dei Vescovi al timone della cosa pubblica. Non gi, tuttavia, nel modo antico, cio come grandi proprietari, forti per numero di vassalli, investiti del potere comitale nella citt, nel distretto e nel territorio dall'Imperatore; ma come membri di famiglie che hanno afferrato o stanno per afferrare i pieni poteri nelle varie citt (Visconti a Milano, Lambertenghi a Como, Ubertini ad Arezzo eccetera), o esclusivamente come capiparte anche essi (l'arcivescovo Ruggeri a Pisa), o come estranei ai partiti ed invocati arbitri e debellatori dei partiti stessi. Ci non toglie che non si giovino della nuova posizione per rimettere a sesto interessi temporali della loro Chiesa, e che, magari, non sentano riaffiorare dal profondo qualche voglia di totale restaurazione dell'antico, con relativa conferma imperiale dei vecchi diplomi, che taluni, difatti, sollecitano ed ottengono a contanti dagli Imperatori, nella prima met del '300.
Da Romano, Pelavicino, Torriani, altri ancora in altre citt sono come avanguardie e preannunciatori, e costruiscono non tanto per s quanto per chi verr. Poich essi, con basi precarie e malferme, non resistono al fiotto delle molte cupidigie che si agitano attorno ed alla vasta reazione di parte chiesastica e di parte guelfa, capeggiate dalla Curia e da Carlo d'Angi. Anno 1266, anno di avvenimenti gravi per l'Italia e per l'Europa! Con la battaglia di Benevento, Carlo d'Angi conquista il Regno di Puglia e Sicilia contro gli Svevi, ormai fatti principi italiani, e sostituisce in tutta la penisola al loro primato il suo primato, unit guelfa al posto di unit ghibellina. La Corona di Francia, avvicinatasi alle Alpi ed al Mediterraneo dopo l'acquisto della Provenza, sta ritrovando le vie dell'Italia, come al tempo di Carlo Magno: anche ora, d'accordo con la Curia e per abbattere un organismo politico a tendenze unitarie, formatosi nella penisola; anche ora, altro turbamento, altra deviazione di un lavoro iniziato. Il Papato riprende molte redini della vita italiana, va incontro all'universale bisogno di pace, risponde al grido degli innumerevoli esuli che sognano il ritorno in patria e il ricupero dei beni, asseconda il risveglio di ortodossa religiosit che ha accompagnato questi anni di dura guerra e di vasta propaganda ereticale, agisce solidalmente con quella borghesia che, correndo pericolo di venire spodestata, tende ad una restaurazione comunale.
Campioni di questa restaurazione comunale sono le citt maggiori. Nel centro d'Italia, emerge Firenze che, nel decennio 1250-60, il "decennio delle vittorie", non solo ha spazzato dal suo territorio i funzionari imperiali ed i partigiani di Casa sveva, ma compiuto sotto bandiera guelfa i suoi progressi, umiliato Pisa Siena Arezzo Pistoia Volterra, conquistato una sua egemonia politica ed economica in Toscana, assicurato le vie verso Bologna e la valle del Po, verso il Tirreno che era da un secolo il suo vivo anelito, verso Roma ove soppianta i banchieri senesi, verso il Regno di cui la conquista angioina le apre le porte. A nord-est, la stessa politica fa Venezia, che ora comincia a guardare con molta attenzione ed inquietudine gli avvenimenti del suo vicino retroterra e ad esservi presente ed operante. Il suo commercio lo esige. Venezia ha il monopolio del traffico del sale: ha trattati con le citt dell'interno; ha patti con le citt rivierasche di Romagna e Marche, le quali commerciano con la Lombardia e scambiano con essa derrate agricole per prodotti manifatturati, solo pel tramite di Venezia o se Venezia lo consente. Tutto questo lega i paesi dell'interno a Venezia, ma anche Venezia ai paesi dell'interno. E' una mutua dipendenza che preesiste ad ogni piano di conquista politica da parte della Repubblica, ma ne far sorgere la necessit. Per ora, tuttavia, Venezia cerca solo mantenere nella regione quello stato politico che meglio risponda ai suoi interessi mercantili. E questo stato politico  libert dei Comuni, frammentariet territoriale. Perci essa aveva gi nel secolo precedente secondato lo sforzo della Lega Lombarda, quando il Barbarossa si era messo ad organizzar feudalmente, con ministri e feudatari suoi, la regione veronese. Perci si impegna con energia ancora maggiore, ora che i suoi rapporti con l'interno si sono moltiplicati e che la regione minaccia di unificarsi sotto potenti signori. Combatte Salinguerra di Ferrara che padroneggia la grande via d'acqua e gli accessi alla Romagna; combatte Federico Secondo ed Ezzelino ed Alberico, signori della Marca, di Val d'Adige, di Val Brenta, di Ostiglia sul Po, di Treviso, non lungi da Mestre. E' la lotta fra chi domina l'alto e medio corso dei fiumi e chi domina lo sbocco!
Ma ormai, l'edificio comunale mal si regge in piedi. Pi si  allargata la sovranit popolare, e pi si  reso difficile l'esercizio della medesima, in un tempo in cui si concepiva solo governo diretto del popolo. Da per tutto, appaiono i segni di questa impotenza: prolungamento dei limiti di tempo fissati al Podest, conferimento di pieni poteri o continuo sforzo del Podest di arrogarseli, unione in una sola persona dell'ufficio di Podest e Capitano, tutte le Arti sotto il patronato di un capo politico. Da una parte si demoliscono Signorie, dall'altra la terra le rigenera. Dalla rovina di Ezzelino, vinto, prigioniero e morto di ferite a Cassano d'Adda, mentre puntava su Milano nel 1259; anzi dalla rovina e sterminio di tutta la Casa dei Da Romano, su cui si erano rovesciate le forze di una vasta coalizione animata da spirito di vendetta, da cupidigia di preda, da fanatismo religioso; si fa strada a Treviso la signoria di Gherardo da Camino che capeggia la fazione vittoriosa, cerca e trova nel popolo una pi larga base, ottiene dal popolo nel 1283 "generale bala" o "arbitrio", cio i pieni poteri, svolge una politica di avvicinamento e fusione della citt e della campagna. E si fa strada a Verona, due anni dopo la liberazione da Ezzelino e sotto veste di capitano del popolo, la Signoria di Mastino della Scala, che riprende la politica espansiva dei Da Romano e sale a belle altezze nella prima met del '300. Ucciso Mastino nel 1277, il popolo non grida libert ma fa vendetta degli uccisori e sostituisce a Mastino il fratello Alberto e poi Alboino e poi Cangrande, uomo di alte ambizioni che si risolvono in altrettanti stimoli a nuove Signorie, nelle citt che si sentono minacciate da lui: come di Jacopo da Carrara, instauratore della Signoria carrarese a Padova, sul principio del '300. Insomma, la Signoria esce dal popolo,  frutto del regime di popolo, ha fondamento giuridico nella elezione popolare, anche se il popolo  spesso rappresentato dal partito che in quel momento prevale e che consolida la sua posizione dando poteri dittatori al suo capo. Pare che si voglia conciliare il diritto popolare esprimentesi nelle elezioni del magistrato di governo, con la stabilit e forza del magistrato stesso. La elezione comincia ad essere a tempo determinato, anche breve; poi il tempo diventa anni e decenni; infine  a vita. Il Signore va pi in l ancora: stabilisce la ereditariet, o designando il successore o associandosi il figlio al governo, sempre con l'approvazione del popolo. E' un grande processo di formazione giuridica e psicologica, processo di adattamento di istituti e di animi. Ogni tanto, un arresto, una reazione, un ritorno all'antico o un tentativo di ritorno all'antico. Tentativo vano, perch l'antico  morto. Quel congegno non funziona pi e le forze rivoluzionarie riprendono subito il sopravvento. Vien fatto di ricordare la stessa gradualit - con relativa eguale fase di incertezza e disordine - che si ebbe quando il Conte ced il posto all'associazione dei maggiorenti, cio al Comune, fra l'Undicesimo e il Dodicesimo secolo e quando il regime consolare fu sostituito dal regime a Podest, fra il Dodicesimo e il Tredicesimo secolo.
In tal modo, non v' quasi citt ove, a cavaliere dei due secoli, non sia apparso, ben visibile o malamente dissimulato, il volto di un Signore, solo o in gara con altri: nel Piemonte, in Lombardia, nella Marca trevigiana, in Romagna, nelle Marche. Il frate cronista Salimbene da Parma ne fa un lungo elenco, aggiungendo anche caratteristiche pennellate che valgono a colorire questi spesso singolari iniziatori. Qualcuno ne conta anche la Toscana, pur meno disposta della Lombardia o della Marca: a Pisa, a Volterra, in Arezzo, a Lucca. Sono, in generale, famiglie ed individui della mezzana nobilt cittadina e della borghesia arricchita; ed il centro della loro azione  la citt che cerca o  disposta a subire un capo, capace di ristorare la fortuna delle armi dopo una sconfitta, dominare le fazioni imperversanti specie in alto, rendere sicura al partito prevalente la vittoria, assicurare ordine e giustizia e proficuo lavoro alla massa della popolazione, agli artigiani e lavoratori minuti. I quali ultimi, insieme con le famiglie aspiranti a Signoria e portate a Signoria dal concorso di forze impersonali e molteplici, sono i protagonisti del dramma da cui esce il nuovo ordine costituzionale. Pi raramente occupa questa posizione la borghesia mercantile, salvo l dove non si sente abbastanza forte da mantener essa il timone, e fronteggiar con i suoi mezzi nobili o plebe o nemici esterni. Questo spiega come sia pi lenta o manchi affatto questa evoluzione verso la Signoria, nelle citt che non avevano mai avuto o erano riuscite a spiantare feudalismo ed aristocrazia feudale; e nelle citt che sono dominate a pieno da una grassa borghesia, fattasi specialmente con il commercio e la banca. L'una o l'altra condizione o ambedue si verificano a Venezia, ove nel Tredicesimo e Quattordicesimo secolo, con la "serrata" del Gran Consiglio e poi con la istituzione del Consiglio dei Dieci che rivendica a s le pi importanti funzioni, si crea uno stabile ordinamento aristocratico-oligarchico che tronca nel Doge ogni velleit ereditaria e lo riduce a semplice funzionario stipendiato. E si verificano, in maggiore o minore misura, a Firenze, a Lucca, a Genova, a Pisa, a Siena. Spunti e conati di Signoria non mancano neanche qui, del tutto. Corso Donati, il "barone" fiorentino, aveva qualche tratto da "tiranno"; e per un certo tempo, tenne in mano, nella sua citt, bastone di comando. Dal di fuori vi fu, nel '300, un accenno di Signoria papale. Pi tardi, pressata Firenze dal bisogno di unit e coordinazione di forze, davanti alla marcia di Uguccione della Faggiuola e di Castruccio Castracane, battaglieri signori di Pisa e Lucca, si mise pur essa nella protezione degli Angioini di Napoli e li invoc capitani di guerra. Anche le altre citt, come Pisa e Lucca, dopo la parentesi di Uguccione e di Castruccio videro ricchi mercanti o banchieri assumere temporaneamente la sostanza, se non sempre le forme, del dominio, come Gambacorta e Guinigi. Lo stesso patriziato di Venezia si trov a fronteggiare nel 1310 il tentativo di Baiamonte Tiepolo, spalleggiato dalla plebe. Ma nulla pi di questo.
Venezia e Firenze, oltre che in s, finiscono di uccidere i germogli della Signoria anche nelle citt soggette alla loro influenza o al loro dominio, come a Verona, a Treviso, nel Friuli, a Padova, a Pistoia, a Volterra, in Arezzo, a Pisa. E nel '300, Firenze, come Venezia, riceve e si d spesso lode di citt libera per eccellenza, rappresentante e tutrice di liberi ordini in Italia. Anche in questo e per questo, dicono i suoi cronisti e letterati, essa  "figlia primogenita" di Roma! Pu cos realizzare, insieme con una piena indipendenza da ogni potere superiore, anche una piena "democrazia" che , nel fondo, prevalenza di grassa borghesia e di nuovi magnati. Epoca di profonda, alacre, multiforme vita intellettuale, per questa citt, pi ancora che per ogni altra di Toscana e d'Italia! Essa ci ha lasciato poesia volgare di altissima ispirazione, documenti significativi di letteratura politica, cronache che raccolgono echi vivi del mondo o hanno gi l'organica struttura e il caldo tono della storia, opere grandi di architettura come il Palazzo Vecchio, S. Maria Novella, S. Maria del Fiore, iniziate sul finire del '200. Cominciano ad apparire uomini ai quali nessun interesse spirituale  estraneo, nei quali nessuna attitudine  dormiente, escano essi dal ceppo dei "cittadini vecchi" oppure dalla gente nuova, di origine provinciale e contadina. Innegabile lo stretto rapporto tra il regime a popolo e questo vigore intellettuale: le due cose ci si presentano come un blocco solo, come la vita della citt in questo tempo. Ma innegabile anche lo stretto rapporto fra il regime e quella perenne inquietudine, quella instabilit, quel fare e disfare, che sono propri di Firenze fra il Tredicesimo e il Quattordicesimo secolo. Tuttavia, esperienze di ogni genere vi furono fatte; tutti gli strati sociali poterono affacciarsi alla vita pubblica e dar saggio di s nel governo. In ultimo, anche gli infimi, i salariati e manovali, i Ciompi. Dopo di che, la ricca borghesia riprese il sopravvento e, come gi a Venezia, volse sempre pi ad oligarchia. Dal cui seno emerse, appoggiandosi al popolo contro gli altri oligarchi, la famiglia dei Medici, gi mescolata al tumulto dei Ciompi, destinata a signoreggiare stabilmente. Cio a Firenze, come si realizza pi che altrove vita di popolo o borghesia, cos anche pi che altrove il tipo della Signoria italiana, in quanto prodotto della citt, svolgimento lento e graduale delle sue istituzioni, iniziativa di borghesi che riproducono in s, come Signori, le caratteristiche pi genuine della loro citt. L'opposto, o pressapoco, che in Germania.


4. - DOMINI TERRITORIALI E SIGNORIE IN CAMMINO.

Ma non mancano, anche da noi, ambienti pi feudali che borghesi, dove la Signoria nasce da altra radice e prende le mosse da una pi larga base territoriale. Non mancano conglomerati di castelli e borghi e piccole citt che dipendono feudalmente da grandi e antiche casate; provincie dove ancora sono in piedi i discendenti o successori dei feudatari che dall'Imperatore ne avevano avuto il governo: Marchesi di Lunigiana, Marchesi di Monteferrato e di Saluzzo, Patriarchi di Aquileia, Conti di Savoia eccetera Questi ultimi avevano origine transalpina, forse borgognona. Ma si erano orientati presto verso la penisola, specialmente dopo il matrimonio del figlio di Umberto Biancamano, Oddone, con Adelaide, signora di Susa e Torino. Da allora, sempre pi essi si insinuano gi per le valli alpine, creano nel cuore della regione piemontese le loro solide teste di ponte, prendono contatto con le citt, cercano di assicurarsi il Po ed estender la loro influenza nel Piemonte meridionale, dove sorge Asti, citt di banchieri, il pi forte Comune di tutta la regione pedemontana. Vi  un ramo di Savoia ed un ramo di Piemonte, nel casato; ma col vassallaggio di questo a quello, viene assicurata una certa unit di governo. Prevale da principio il ramo savoiardo; poi, il centro di gravit si sposta verso i paesi cisalpini, che sono terreno pi fertile. Et aurea fu per i Savoia la seconda met del '200. Una veemente reazione di citt e Signori piemontesi, contro la crescente potenza degli Angioini nel Piemonte meridionale, avvantaggia assai, alla resa dei conti, Monferrato e Savoia che si dividono il meglio del bottino. Vi , poi, contro il troppo crescere del marchese Guglielmo di Monferrato, una lega di Milano, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescia, Genova, Asti, a cui aderisce anche Amedeo di Savoia. Vasta guerra, che stringe il Marchese da ogni parte, sino a che gli Alessandrini, insorti, lo pigliano a tradimento e lo chiudono in carcere, dove muore nel 1290. Altri guadagni dei Savoia. Essi si fanno strada anche in Asti, annodano relazioni frequenti con Genova da una parte, con Milano e le citt lombarde dall'altra. La pianta montanara sta acclimatandosi nella pianura e vi allarga la chioma, vi approfondisce le radici. Viceversa, da queste guerre e alterne prevalenze ora dell'uno e ora dell'altro grande Signore transalpino e cisalpino, se alcuni feudatari escono ingranditi di territorio e prendono occasione e stimolo ad abbassare i vassalli, rendere uniformi i rapporti loro con le diverse terre soggette, livellare la miriade varia dei feudi, dare maggior compattezza al conglomerato; le citt escono del tutto esaurite. Si smarrisce in esse il senso antico e geloso dell'autonomia e l'abitudine di condurre da s le proprie guerre; si aprono esse alle influenze di questo o quel signore, entrano nella sua orbita, si dividono internamente per lui o contro di lui. Cio, anche qui, dove non tanto citt quanto feudatari sono nel mezzo del, quadro, ed i feudatari operano essenzialmente con le loro forze feudali, dai loro castelli e piccoli centri urbani; anche qui i loro progressi sono non poco in dipendenza della crisi che travaglia la vita comunale delle vicine citt. Le quali spesso si dnno a questo pi grande e lontano signore per sfuggire ai piccoli tirannelli locali, cresciuti nel giuoco delle fazioni o nelle gare tra le famiglie del patriziato urbano.
Fra queste Signorie, di origine non cittadina e di pi antico fondamento giuridico, emerge per ampiezza quella della Chiesa, tra il basso Po e le foci del Garigliano, a specchio dell'Adriatico e del Tirreno. Grandi e solenni anche i suoi titoli di diritto donazioni e concessioni costantiniane, longobarde, carolingie, matildine. Ma, colpe abbiamo detto, cosa evanescente fino ad Innocenzo Terzo. Con lui e con i Papi successori suoi, la nebulosa comincia a prender consistenza. Ardua fatica, lavoro di Sisifo, gente che recalcitra, Podest e Vicari pontifici che cercano da per tutto anche qui di abbarbicarsi a vita ed ereditariamente negli uffici temporanei loro affidati. I Papi stessi non sanno in certi momenti dove risiedere, a Roma, a Viterbo, a Perugia, altrove: tanto, fra i sudditi stessi pi vicini, anzi specialmente fra essi, la vita  mal sicura. La minacciosa vicinanza di Federico Secondo costringe Innocenzo Quarto ad abbandonare anche lo Stato della Chiesa e l'Italia. Ma i gravami dei funzionari imperiali su le popolazioni fanno desiderare il pi lieve giogo della Chiesa; il trionfo guelfo, dopo il 1250 e 1266, mette la Curia in condizioni favorevoli per agire energicamente. Contro re Carlo d'Angi, diventato Senatore di Roma e, poich durava sempre la vacanza dell'Impero, anche Vicario imperiale in Toscana, papa Gregorio Decimo spinge gli Elettori tedeschi ad accordarsi sopra un nome: ed ecco, dopo oltre venti anni, Rodolfo d'Asburgo, piccolo signore della montagna, ascendere alla dignit del Sacro Romano Impero (1272). E' il contrappeso a Carlo d'Angi, che deve rinunciare al vicariato in Toscana. Il Papato aveva vinto l'Impero suo avversario e suo sostegno insieme; aveva vinto gli Svevi, con l'aiuto dei Francesi. Ora, cerca liberarsi anche dei Francesi facendo ricorso all'Impero, risollevando l'Impero, perch fosse freno agli Angioini e fattore di pacificazione in Italia. (E chi sa anche che in questa nuova Europa, tendente ad inquadrarsi nazionalmente, la Monarchia papale non tornasse a sentirsi solidale con la Monarchia imperiale, come nei primi tempi, avanti che la lotta per la primazia facesse smarrire il senso di questa solidariet e di questa comune appartenenza ad un sistema unico). Non solo: ma a Rodolfo, il Papa, colpe condizione del suo riconoscimento, impone che giuri prima il rispetto dei possedimenti della Chiesa e la cessione di ogni suo diritto su la Romagna. Cos la presenza e l'assenza, la forza e la debolezza dell'Impero, nella prima e nella seconda met del secolo, si risolvono in vario modo a vantaggio della Curia e del suo dominio temporale. Carlo d'Angi scade anche dal suo uscio di Senatore di Roma: ed una costituzione di Niccol Terzo Orsini, del 1278, affermando la necessit che Roma, sede del Papato e del Collegio cardinalizio, sia libera, dispone che mai pi Imperatori o Re o Principi possano ottenerne la dignit senatoria o esservi Capitani del Popolo, Podest, Rettori eccetera Solo persone di mezzana potenza o cittadini romani possano venir assunti a tali uffici e per non pi di un anno. Si voleva porre un argine, cos alle ambizioni di potenti ed estranei signori, anche se si apriva una breccia alle famiglie del baronato romano, subito in contesa per l'ufficio di Senatore: specialmente Orsini e Colonna. Sarebbe stata la Signoria, anche in Roma come nelle altre citt, se i baroni non si fossero bilanciati e neutralizzati e se a Roma non avessero avuto sede i Papi! I quali, come avevano impedito a questa citt di svolgere liberi ordini comunali, cos impedirono che esprimesse dal suo seno una Signoria.
Anche nel resto del futuro Stato della Chiesa, nella vicina Tuscia romana, nel Ducato di Spoleto, nella Marca d'Ancona, nell'Esarcato, nella Pentapoli, l'effettiva autorit della Curia fece progressi, passando per gradi intermedi e realizzandosi in forme diverse. Fra le quali, anche la nomina del Pontefice a Podest, magari in quanto privata persona non in quanto Pontefice, da parte del Consiglio o delle balie a ci autorizzate nelle varie citt: nomina, ora a tempo determinato, ora a vita. Naturalmente, il Papa designa subito un suo vicario (a Roma, il Senatore) che eserciti di fatto l'autorit conferitagli. Cos vediamo Niccolo Quarto tatto Rettore a Fermo nel 1288, a Terracina nel 1289, ad Ascoli nel 1290. E Bonifacio Ottavo, ad Orvieto, a Velletri, nella stessa Roma. Qualche volta, il Pontefice si proclama da s, "de plenitudine apostolicae potestatis", reggitore, pur dichiarando di non voler con ci pregiudicare lo stato di diritto, cio l'autonomia del Comune e la facolt dei cittadini di eleggersi da s il loro capo, quando la pace pubblica e la concordia si siano ristabilite. Poich  appunto la impossibilit ormai cronica delle cittadinanze di darsi un capo e governarsi, in mezzo a tanta ambizione di potenti e indisciplina o indifferenza di gregari, che d occasione e giustificazione a tali interventi. L'elettoralismo ormai crolla da tutte le parti, per insufficienza. Aggiungi anche, nello Stato della Chiesa ed in alcune sue regioni pi che altrove, quelle stesse forze o necessit o circostanze che nel resto d'Italia davano vita a tante altre Signorie: citt che recalcitrano a tirannelli paesani, fazioni soccombenti che invocano aiuto ed intervento papale, piccoli Comuni che cercano sfuggire alla presa dei maggiori. Vicari papali, Legati, paciari fra i partiti e le citt nemiche, riformatori di statuti comunali sono in movimento, da Bologna in gi.
Alla Curia, qualche richiamo viene anche dalla Toscana, in corrispondenza ad aspirazioni della Curia stessa di dettar legge in quella ricca e sconvolta regione, vicina e confinante. Cos nel 1266, dopo caduto Manfredi e la parte ghibellina, Firenze chiede a Clemente Quarto un Podest o un suo uomo di fiducia che regga in nome del Papa il Comune. E Clemente Quarto prima manda Elia Peretti, canonico di Beauvais, "a governare e riformare la citt e il territorio"; poi designa un Podest, con mandato di ridurre ai minimi termini ogni partecipazione popolare alla cosa pubblica. Quando, nel 1278, Carlo d'Angi depone il vicariato imperiale sulla Toscana,  sostituito da un Legato pontificio. In un Consiglio segreto a Siena, il 30 sett. 128o, si discute se sia il caso di ottenere dal Papa che la citt venga messa sotto il dominio della Chiesa, col consenso dell'Imperatore. Certamente, si vuole cos togliersi di dosso l'Angioino. Niccol Terzo Orsini pensa di ritagliare pezzi di Toscana per i suoi parenti; e si vocifer, in quel tempo, di un Regno di Toscana da creare. Certo, nel 1279  mandato, l, come paciaro delle fazioni, un Orsini, il card. Latino. Certo  anche, che la S. Sede vi riscuote dazi e pedaggi, sia pure in nome dell'Impero vacante! Del resto, non v'erano sulla Toscana specifici diritti temporali della S. Sede, dal tempo della contessa Matilde? E un qualche dominio sopra la Toscana non era necessario, per tener a freno e pacificare la Romagna, i cui spiriti municipali, le cui fazioni traevano continuo alimento dalla vita municipale e dalle fazioni d'oltre Appennino, da Firenze e dalle Casate feudali che padroneggiavano a cavaliere della montagna tosco-romagnola? Tale concetto esprime pi di una volta Bonifacio Ottavo, che fiss gli occhi specialmente su Firenze, patria dei suoi banchieri, citt di tradizionale guelfismo, centro politico della Toscana, possibile strumento di influenze vastissime, retta ora a governo di popolo. Sono del 1293-5 gli "Ordinamenti di Giustizia" che vanno sotto il nome di Giano della Bella, sebbene egli ne fosse non compilatore ma solo caldo sostenitore, quando si tratt di approvarli e poi applicarli. A lui si attribu anche l'intenzione di abbassare i Capitani di parte guelfa e rivendicarne al Comune il patrimonio, in odio non al guelfismo ma ai Magnati che di quella potente organizzazione erano i padroni. Contro questa Firenze popolare e contro i guelfi temperati, mont le sue macchine Bonifacio Ottavo, molto legato col guelfismo intransigente e curialista, che era poi il guelfismo delle maggiori Case bancarie, operosissime specialmente a Roma e in Francia. Si ebbe cos un tentativo della plutocrazia magnatizia di rovesciare, appoggiandosi alla Curia, il governo popolare; e della Curia, di esercitare su Firenze e su la Toscana, con l'aiuto dei Magnati di parte nera, un protettorato che fosse quasi dominio. Niccol Terzo aveva ricuperato le Romagne, Bonifacio Ottavo vuole la Toscana. Ed ecco Giovanni di Chlon, mandato a Firenze a rovesciar Giano della Bella. "Percosso il pastore, fieno disperse le pecore", scrive Dino Compagni. Ed ecco l'altra pi famosa e perturbatrice spedizione di Carlo di Valois. Certo, molto allora si parl di queste intenzioni e ambizioni di Bonifacio Ottavo. Egli ne sperava bene per la Chiesa e bene per il parentado.
Questa originaria diversit nel modo di formazione delle Signorie ben presto si attenua o scompare. Anche quelle nate da seme cittadino, poi, se potenti, si impongono dal di fuori alle minori citt, cacciano di seggio le piccole tirannidi di famiglie locali. E tutti i Comuni autonomi, per quanto capaci di svolgersi spontaneamente a Signoria, debbono piegare ad una forza esterna e prender posto in un aggregato politico-territoriale pi ampio. Tale  quello che fondano, al principio del '300, gli Scaligeri, facendo pernio in Verona; tale quello dei Visconti, che, da Milano, proseguono e portano a compimento lo sforzo egemonico del glorioso Comune ambrosiano su la regione lombarda. Laddove lo Stato di citt non era riuscito se non parzialmente, meglio riesce la citt, guidata dal Signore. E non solo perch il processo di disfacimento dei regimi municipali, a base di scomposta vita popolare, di polverizzazione corporativa, di elettoralismo,  pi avanzato; ma anche perch il Signore possiede mezzi pi perfetti per entrare nel chiuso delle autonomie locali e disarmare le avversioni. Egli ha pi armi, riesce abbastanza a tenere nel pugno i mercenari senza diventarne lo zimbello, sa condurre meglio una guerra; egli ha una pi accorta diplomazia, e persegue con pi continuit i fini della politica estera; ben presto egli perde le stigmate partigiane, si eleva ad una atmosfera meno tempestosa ed avvelenata dalle fazioni, comincia ad apparire come il tutore di un interesse pi vasto. I Comuni minori che, di fronte alla citt predominante, si irrigidivano in una resistenza disperata, pi facilmente piegano o, almeno, disarmano dopo le prime opposizioni, di fronte ad un Signore. Esso, come voleva relativa eguaglianza fra le classi, cos anche relativa eguaglianza fra la citt dominante e le citt soggette, livellamento fiscale fra cittadini e contadini, valorizzazione di tutte le forze da lui dipendenti, non mortificazione delle une a danno delle altre. "E' da desiderare di non crescere suddito; e, pur avendo a essere,  meglio esser di principe che di repubblica; perch la repubblica deprime tutti i sudditi e non fa parte alcuna della sua grandezza se non ai suoi cittadini; il principe  comune a tutti e ha egualmente per suddito l'uno e l'altro, per ognuno pu sperare di esser beneficato da lui". Questo giudizio la esperienza suggeriva a Francesco Guicciardini fiorentino. La sua citt, tenacissima nei propri ordini repubblicani, aveva avuto anche essa ambizioni di dominio e forza per procurarselo, che erano poi essenzialmente le ambizioni e la forza di una borghesia mercantile e industriale operosissima, espansiva, bisognosa di adeguare le poche risorse alimentari del suo territorio alla popolazione rapidamente crescente e di aver libere le vie attorno a s, verso il mare ed oltre i monti. Donde le guerre e vittorie coincidenti col primo affermarsi del "popolo", dopo la morte di Federico Secondo, e con la ripresa marcia ascensionale del "popolo" stesso, dopo chiusa la parentesi ghibellina e magnatizia (1260-66) e organizzato il governo delle Arti. Ma questo edificio toscano costruito dalla Repubblica aveva basi fragilissime. E ogni tanto, una scossa, un crollo, necessit di ricominciare. In nessun luogo, come qui, si era fatta l'esperienza di citt che preferiscono la Signoria, anzi lo straniero, uno Scaligero o un Visconti, un Re di Germania o di Francia, al governo di altra citt: almeno quello, dice ancora il Guicciardini, "poteva lasciare qualche locale indipendenza". E se l'altra citt finalmente trionfava, ecco l'esodo dei cittadini e la rovinosa decadenza, come, sul principio del '400, avvenne a Pisa. Solo l'avvento dei Medici dar stabilit a questa Signoria, non pi fiorentina ma toscana.
Insomma camminavano insieme, con mutuo influsso, trasformazione istituzionale e trasformazione territoriale. tutto in dipendenza di uno stesso processo evolutivo della societ cittadina. Come gli ordini comunali, espressione di una ristretta classe fra aristocratica e borghese, non rispondono pi, con l'avanzarsi del popolo e col riprender lena di molti elementi della vecchia aristocrazia feudale, pi capaci di comando; cos lo Stato di citt, sorto quando la citt era ancora ben distinta dal territorio, non risponde pi quando il territorio, conquistato, ha preso a mescolarsi e fondersi con la citt. Chi non ricorda, sopra una scena tanto pi vasta e grandiosa, la eguale duplice evoluzione di Roma repubblicana, da Mario e Silla a Cesare ed Augusto? Data la complessit del fenomeno cine investiva la societ italiana in ogni suo elemento, si spiega il tempestoso travaglio di quei decenni, non temperato neppure dall'azione di salde idee morali o da operose convinzioni religiose, che orinai stanno perdendo vigore. E' lotta di forze, schiettamente, nudamente: quasi storia della natura.... In qualche regione, dove l'ambiente  ancor chiuso e l'urto di tutti i giorni, come nelle Romagne o Marche, siamo gi in atmosfera borgiana. Crolla a pezzi il vecchio diritto; e da questo crollo, nascono la indifferenza pel diritto e il riconoscimento esclusivo della forza. Ci che non esclude, naturalmente, il bisogno di una sistemazione giuridica. E la dottrina si volse presto allo studio di queste incerte forme di governo che vivono ancora, essenzialmente, come fatto. Quando comincia la legalit e cessa l'arbitrio, in un Signore? Quando vi  nei cittadini obbligo di obbedire o diritto di insorgere, magari uccidendo impunemente il tiranno? Ed ecco le trattazioni dottrinali, ecco il ritorno a idee dell'et classica, con mescolanza di spunti cristiani e patristici. Il Signore  tiranno, si risponde, quando comanda senza giusto titolo, cio senza designazione e consenso popolare (se trattasi di Comuni gi pienamente indipendenti), o senza riconoscimento imperiale o papale (se trattasi di Comuni dipendenti). E' tiranno, poi, quando esercita malamente l'autorit, anche se legittimamente conseguita. Insomma,  tiranno quando manca di titoli giuridici o pecca moralmente nell'esercizio della Signoria. Sugli inizi, la dottrina mette, come si vede, molte condizioni. Poi le condizioni si attenuano, come si attenua in genere la lotta contro le Signorie. Non si identifica pi, come da principio si tendeva, Signoria e tirannide; ma si ammette la possibilit anche di una buona Signoria. Non si giudica pi il governo dalla forma repubblicana o monarchica, ma dalla sostanza sua, dal modo come  esercitato, dalla rispondenza o meno ai bisogni del popolo. E accade in tal modo che si giudichino tiranni anche certi capi elettivi di Repubbliche e si invochi un Signore per distruggere un governo di molti tiranni... Il risorgere dell'interesse vivo per l'antichit classica, nel '300 e '400, sembra che riaccenda qualche entusiasmo repubblicano e fa sorgere pi di un imitatore di Bruto. Ma il '300 e '400 scoprono anche ed esaltano Roma monarchica e imperiale, Roma che ha rimesso definitivamente nelle mani di Cesare la sovranit di cui era investita da Dio: altra arma polemica, per sostenere, contro i superstiti assertori dei regimi a popolo, Signoria e Principato.


Capitolo diciottesimo.
Teocrazia, Regni particolari, Signorie.


1. - TEOCRAZIA E REGNI.

Questa vicenda delle Monarchie e degli Stati si intreccia non poco, fra il '200 e il '300 e dopo ancora, con la vicenda del Papato. Il quale era ancora assai in alto, davanti agli occhi del mondo cattolico. Ma attorno gli si addensavano nubi, vicine e lontane. Erano ormai finite le vecchie sette; ma le frazioni estreme della vasta famiglia francescana, agitando la bandiera della assoluta povert e pretendendo rivendicar a s il Papato, seminavano avversione contro il clero secolare e la Curia, turbavano la coscienza dei fedeli, giustificavano e incoraggiavano la politica di rivendicazioni temporali da parte dei laici. Era stata abbattuta la Casa di Svevia e sostituito ad un Re indipendente un Re vassallo; ma il Re vassallo mostrava anche esso, chiaramente, ambizioni di troppo vasto dominio italiano. Era stato escluso Carlo dall'ufficio di Senatore di Roma e vietato per legge che alcun Re o Principe forestiero potesse pi ascendervi: ma in Roma, si elevavano sempre pi le famiglie del patriziato, e si contendevano esse quell'ufficio, e miravano esse a conquistarsi il Papato per farsene una scala. Non solo: ma era cominciata la attenta vigilanza dei grandi principi d'Occidente su le cose di Roma e del Papato. E vi  ora in Roma ed in Curia, reclutato tra le famiglie dell'aristocrazia e nel Sacro Collegio, un partito angioino ed un partito aragonese e gente disposta a solidarizzare con Filippo il Bello, pur con qualche tendenza di quelli usciti da famiglia italiana e romana a raggrupparsi di fronte ai forestieri. I Cardinali dnno o ricevono informazioni, consigli, appoggi di vario genere. Gi si delinea un poco la figura del Cardinal protettore di questo o di quel principe, di questa o quella nazione! Da Alessandro Quarto in poi, cio da quando la Curia si era messa a sollecitare l'intervento dei Tedeschi o Inglesi o Fiamminghi o Francesi contro gli Svevi; e la Casa d'Angi aveva conquistato il Regno di Sicilia; e dietro Angi si erano mossi gli Aragonesi; e le fortune aragonesi avevano acuito le rivalit tra Spagna e Francia; da allora, Roma sta diventando un groviglio di intrighi diplomatici che irretiscono anche il governo della Chiesa. Col suo sforzo di controllare tutta la vita spirituale e civile e politica dei popoli e dei governi, la Curia ha richiamato su di s lo sforzo eguale e contrario dei popoli e dei governi di controllare il Papato, a tutela dei loro interessi ed a sussidio delle loro aspirazioni politiche. Stanno forse, Chiesa e Roma papale, dopo rotte le maglie del feudalismo ed affrancatesi dalla tutela dell'impero universale e proclamata la propria libert da ogni legge terrena; stanno forse per essere nuovamente permeate dal secolo e sottomesse ad una nuova e diversa servit?
Aggiungi: il Sacro Collegio ha sempre pi accentuate le sue tendenze autonomistiche, anche per la presenza nel Collegio di molti rampolli dell'aristocrazia romana e di molti prelati forestieri, facilmente disposti a farsi strumento di interessi principeschi e nazionali. Divisa  questa stessa oligarchia cardinalizia da antagonismi interni, che rendono nel '200 sempre pi agitate le elezioni e sempre pi lunghi i conclavi: quantunque i conclavi, cio la clausura e l'isolamento dei Cardinali investiti delle funzioni elettive, sorgessero proprio per sanare lo scandalo di interminabili sedevacanze. Non erano solo antagonismi familiari e nazionali, ma anche atteggiamenti religiosi diversi. Anche in alto, si sente qualche soffio delle correnti ideali che agitano la famiglia cristiana! Vi sono, fra il '200 ed il '300, uomini come il cardinal Latino degli Orsini, il cardinal Jacopo Colonna, il cardinale Napoleone Orsini, che mantengono relazioni strette con Giovanni da Parma, con Jacopone da Todi, con Angelo Clareno, iniziatore degli "Spirituali", con Arnaldo da Villanova, famoso astrologo e sognatore di riforme chiesastiche. Era stato il cardinal Latino, per metter fine ad un conclave che si trascinava da due anni per citt diverse, a pronunciar un nome: Pier da Morrone, semplice e povero eremita della Maiella.
Peggio ancora, popoli e sovrani: anche quelli che la S. Sede considerava soggetti al Beato Pietro e suoi vassalli. Si ribellarono i Siciliani nel 1282 al Re dato loro dal Papa, con moto improvviso che ebbe a Palermo ed a Corleone il suo principio e di l si propag a tutta l'isola. Disobbedirono al Papa Pietro d'Aragona, che accett il trono di Sicilia, incurante di interdetti e scomuniche; e Vescovi e clero e abbati aragonesi, a cui invano si comand di non riconoscere il nuovo re Giacomo Secondo, incoronato a Saragozza il 24 settembre 1291. Altro Regno vassallo  l'Ungheria. Ma anche qui, morto senza eredi nel luglio 1290 Ladislao, Niccol Quarto non riusc a far valere i diritti di Carlo Martello d'Angi, marito di una sorella di Ladislao. Ed anche qui, manc alla Curia la solidariet dei prelati ungheresi. Questi Stati nazionali non solo minacciavano le temporalit e la "libert" della Chiesa, ma anche logoravano i suoi interni legami gerarchici. Intanto, in Oriente i Musulmani avanzavano e l'edificio cristiano si sfaldava da tutte le parti: fino a che, nel maggio 1291, le ultime terre cadevano nelle mani dell'infedele. E da Roma, invano squillava l'appello alla Crociata. La aveva invocata Gregario Decimo da Lione; poi Niccol Quarto, i cui registri sono pieni di esortazioni a Vescovi e Arcivescovi perch predichino la santa gesta, ai Re d'Europa, al Can dei Tartari, al Principe d'Armenia, perch la compiano. Morto nel 1291 Rodolfo imperatore, che avrebbe dovuto esserne il duce, papa Niccol Quarto si volge ancora al Re di Francia ed ai prelati di quel Regno. Ma due Concili provinciali, riuniti per decidere, dissero: prima pacificare i baroni ed i principi in lotta, pacificare i Greci, gli Aragonesi, i Siciliani, i Cristiani insomma, e poi pensar alla Crociata! Ma quella pacificazione nessuno riusciva a farla: la voce del paciaro cadeva nel vuoto, anche in Italia, in Lombardia ed in Toscana ed in Sicilia, a Pisa ed a Genova. Quella aderenza e rispondenza fra la Chiesa romana ed il laicato in via di formazione, che aveva accompagnato due secoli di vita europea e promosso l'ascesa dell'una e dell'altro, si veniva perdendo. Innocenzo Terzo era ancora riuscito a dominare questa irrequieta potente realt della nuova Europa. Anzi, lui quasi pi di tutti. I Papi della fine del '200 non vi riescono pi, anche perch la loro azione ha perso la continuit e fermezza dell'ultimo secolo. Da 50 anni, l'api francesi e francofili si sono succeduti a Papi mal disposti verso la Francia, o viceversa; Papi politici a Papi "spirituali"; Papi ghibellineggianti a Papi guelfissimi. Non vi riesce neppure Bonifacio Ottavo che pure ebbe ambizioni, volont, spirito battagliero non minori del suo grande predecessore.
Bonifacio Ottavo, al secolo Benedetto Caetani, era giunto alla tiara in seguito a rinuncia di Celestino, stanco ed esautorato, e ad accordi intervenuti tra Colonna ed Orsini. L'equilibrio delle loro forze impediva ad essi di conquistare per s l'alto ufficio e vi era pericolo, al contrario, che riuscisse un Papa francese, capace di trasferir fuori di Roma e d'Italia la sede del Pontificato. Ed infatti, fra i prelati di Francia gi cominciava a sussurrarsi essere somma ingiustizia che si eleggessero sempre Papi italiani; che la Chiesa avrebbe potuto essere riordinata meglio da Papi ultramontani e dimoranti oltre monti, meno cupidi di denaro, meglio capaci di tutelare le libert ecclesiastiche. Altrimenti, chi sa? "Volebant ecclesiam per se facere, sicut Graeci". Che erano poi le tendenze destinate a prevalere nel conclave di Clemente Quinto. Aveva avuto, Benedetto Caetani, importanti uffici in Curia e fuori. Era stato in relazione con uomini di cultura secolaresca e alquanto spregiudicata, toccati dalle nuove correnti filosofiche, materialistiche e scettiche, che venivano dalla Spagna musulmana pel tramite di Parigi. Godeva fama di giurista di gran forza; ed i contemporanei potevano, sia pure adulando, glorificare l'acume della sua mente, simile all'occhio dell'aquila, o dargli vanto di essere riuscito, "come Dio a separare gli elementi confusi della materia e condurli alla luce, cos anche egli ad illuminare gli oscuri elementi dei canoni, ad ammaestramento degli studiosi ed a gloria del diritto civile e canonico". E Bonifacio era consapevole, fino alla presunzione, di questo suo valore. In pi, orgoglioso, autoritario, ambizioso, per s e per la sua famiglia, alla quale procur possessi fondiari e dominio di castelli a sud di Roma, fin dentro i confini del Regno, e a nord, verso la Toscana, su cui pure aveva messo gli occhi. E poi, diffidente, impulsivo, ironico, grossolano, spesso triviale di modi. Divenuto Papa, in condizioni cos fatte, un uomo cos fatto; sospettato dai Cardinali francesi e forestieri e celestini, premuto da esigenze finanziarie crescenti ed offeso dalla politica ormai indipendente dei principi, ossessionato dal pensiero di stringere in un fascio le forze della cristianit per lanciarle contro gli infedeli, intollerante della invadenza angioina cardinalizia baronale, ambizioso di innalzar la sua famiglia; ecco, durante una nuova assenza dell'Impero, il Bonifacio Ottavo che noi conosciamo. Ecco il suo rapido disfare quello che Celestino aveva fatto, con offesa di molti interessi e risentimento di molta gente; ecco il suo rude governo del Collegio cardinalizio e dei singoli Cardinali, dai quali non tanto chiese consigli quanto volle consensi; ecco la inimicizia dei Colonna che un po' rappresentavano la reazione dell'oligarchia ecclesiastica, un po' difendevano le loro posizioni preminenti in Roma e non intendevano far troppo posto ai nuovi venuti, i Caetani; ecco infine la difesa, animata da vivace spirito offensivo, di contro alla politica secolaresca dei governi. E si accese la guerra con Filippo Quarto il Bello.
Materia incendiaria era da per tutto; ma in Francia, pi che altrove. Qui, pi che altrove, lo sforzo del potere regio di eliminare ogni diritto e potere concorrenti, fosse dei baroni, fosse dell'Imperatore o del Pontefice; pi stretta solidariet fra Re e nazione; pi vivo malcontento di tutti, anche del clero secolare, contro i gravami di Roma; pi diffuso spirito anticlericale, esprimentesi in una ricca letteratura satirica. Qui si era scritto che
Il Re di Francia  sovrano nel Regno suo, poich non riconosce nelle cose temporali nessuna altra autorit". A Parigi, un agostiniano di Roma, Egidio Colonna, precettore del giovane Filippo, scrivendo per lui il "De regimine principum", uno dei libri allora e poi pi letti e pi tradotti, aveva disegnato il profilo dello Stato non pi di citt, come voleva Aristotele, ma nazionale, rivolto ad assicurare la pace interna e guidare  sudditi alla giustizia ed alla virt, cio capace di perseguire propri fini morali, guidato da un Re ereditario, irresponsabile, superiore alla legge positiva, quasi Dio. Nel popolo, obbligo di obbedirgli e riverirlo; nessun diritto di reagire a lui, anche se lui accennava a tirannia: poich una mezza tirannia  preferibile al disordine della disobbedienza.... In Francia finalmente, a fianco del Re e pi realista del Re, una classe di governo che rispecchiava la mentalit di una borghesia colta e si reclutava specialmente fra legisti, intolleranti di teologia e diritto canonico e mal disposti verso il diritto romano della tradizione bolognese, cio verso la interpretazione imperialistica di quel diritto, ma sollecitati ad accettarlo e ad applicarlo in quanto potesse costituir all'interno fondamento di una Monarchia assoluta, egualitaria, accentratrice. E la storia francese conosce in questi anni i Guglielmo di Nogaret, i Pietro Flote, i Pietro Dubois, i Guglielmo di Pleisans eccetera Si fecero allora pi frequenti l'intervento regio nella provvista delle sedi vescovili, l'incameramento delle rendite dei benefici vacanti, l'imposizione di decime al clero. L'ultima, nel 1294, tra vive proteste dei Cistercensi che si appellarono a Roma, ma col consenso o acquiescenza dei Vescovi raccolti a Parigi. E tutto questo, senza nulla chiedere e senza dir grazie: che erano le condizioni a cui Roma subordinava il pagamento, in casi urgenti, di un sussidio al principe. Ch anzi, era cresciuta l'intolleranza per ogni ingerenza papale. Anche di arbitrato pontificio, nelle questioni tra Francia e Inghilterra, non se ne voleva sapere!
Il 25 gennaio 1296, la bolla "Clericis laicos" rinnov pi assoluto ed energico, sotto minaccia di gravi sanzioni, il divieto antico ai laici di esiger tributo dai chierici. Tutti i principi si sentirono colpiti. Il Re d'Inghilterra reag con violenza. Il Re di Francia, invece, fu pi cauto: si limit ad un decreto che vietava a stranieri di esportare denaro dal Regno. Colpo indiretto, ma gravissimo. Era come tagliar i canali per cui fluiva l'acqua alla Vigna del Signore. Ed era metter in subbuglio tutto quel mondo bancario e mercantile italiano che aveva interessi cospicui in Francia ed operava da intermediario tra la Francia e Roma. Altra bolla, "Ineffabilis", 20 settembre 1296, in risposta al decreto ed a maggior chiarimento della bolla precedente: tono ora minaccioso, ora paterno. Il Papa fece qualche attenuazione ai suoi rigidi punti di vista fiscali; altri ne fece a proposito dell'arbitrato tra Francia e Inghilterra, nel quale egli avrebbe parlato non come Bonifacio Ottavo, ma come Benedetto Caetani.... Il temporale parve si allontanasse. Bisogno di denaro e preoccupazioni per la condotta dei Colonnesi trattenevano il Pontefice. Il quale perci, appena ebbe le mani libere, volse il fronte verso questi pi vicini nemici e impegn con essi un feroce duello. Ai loro manifesti, nei quali si infirmava le legittimit della sua elezione e si metteva in dubbio la sua ortodossia; alle invettive degli Spirituali contro il Papa mondano, contro il falso Papa; alle determinazioni dei dottori parigini, concordanti con le vedute dei Colonnesi e degli Spirituali; Bonifacio rispose con bolle di condanna, con scritti polemici di uomini della Curia, con la crociata sterminatrice, a cui concorsero il braccio di venturieri e mercenari, di famiglie rivali dei Colonna, il denaro dei Templari, dei Cluniacensi, dei Cistercensi. Vasta la risonanza dell'avvenimento, dato l'interesse che vi prese la Francia e dato l'intreccio della questione colonnese con le polemiche che allora commovevano la numerosa, girovaga, petulante famiglia francescana. Il particolare contrasto sfoci in un generale contrasto di principi: origine e natura del Papato, reciproca posizione Chiesa-Pontefice, diritti e doveri del Collegio cardinalizio, significato della elezione e consacrazione pontificia, liceit o meno di una rinuncia come quella di Celestino e di una elezione come quella di Benedetto Caetani....
Bonifacio Ottavo, che gi muoveva da posizioni molto elevate, cerc attingerne altre pi elevate ancora, quasi per meglio dominare e colpire gli avversari. Il 28 febbraio 1300, apr il Giubileo, che ci ricorda un poco, per i fini cui doveva servire, il grande Concilio di Innocenzo Terzo in un momento pure grave per la Chiesa. Bonifacio non solo voleva raccogliere denari, ma anche contrapporre alla diffamazione degli avversari lo spettacolo dell'orbe cattolico accorrente ai suoi piedi, rinsaldare i vincoli con la gerarchia, indurre i principi a riconoscere l'arbitrato della S. Sede ed unirli per la Crociata, dar un tacito ammonimento a re Filippo che di nuovo forniva materia di scandalo, proclamare solennemente i diritti del Vicario di Pietro, anzi del "Vicario di Cristo", del "Dio in terra", su le cose del mondo. Ed un cronista del tempo, lavorando un po' di fantasia, ce lo rappresenta nella cerimonia iniziale del Giubileo con in pugno le sue insegne, mentre un araldo al suo fianco lo proclamava depositario della podest spirituale e della podest terrena. In quegli stessi mesi, Bonifacio trattava con Adolfo re dei Romani, per indurlo a fare rinuncia dei suoi diritti su la Toscana in favore della S. Sede. Non si doveva forse alla Santa Sede, "divinitus constituta super reges et regna", il trasferimento dell'Impero dai Greci ai Romani? E l'Impero non teneva dalla S. Sede ogni suo possesso, compresa la Toscana? E chi aveva fatto la concessione non poteva revocarla, se la revoca era necessaria al bene della Chiesa, cio della comunione dei fedeli? In Toscana ed a Firenze, Bonifacio aveva degli amici che lavoravano con lui e per lui: specialmente fra i banchieri. Ma avvenne che il Comune processasse e condannasse tre mercanti della societ Scali, forse implicati in quei maneggi. Intervenne il Papa: erano suoi familiari; beneficiavano del privilegio ecclesiastico! Non fu ascoltato da quei riottosi cittadini, che si vantavano di non aver mai abbassato le corna davanti a Papa o Imperatore. Anzi, agitazione e risentimento a Firenze, parole accese nei Consigli e nelle piazze, legisti che soffiano nel fuoco, un cittadino degli Alighieri, chiamato Dante, che in Comune parl seccamente e aspramente contro le richieste del Papa, accenni a portar la questione nel campo dei principi.... Ed il Papa a ribattere: Come, voi dite che la Chiesa non pu metter bocca nei vostri processi? Ma che cosa blaterate voi! Non  risaputo che il Pontefice esercita dovunque il suo principato? Che a lui chiunque pu richiamarsi? Sarebbero allora i Re, nelle loro questioni con i sudditi, giudici e parte insieme? Ed esisterebbero uomini "superiorem non recognoscentes", cio non dipendenti pi dall'Imperatore, che si sottraggono ad ogni legge ed hanno possibilit di peccare impunemente?
Lo Stato, insomma, non ha pienezza di poteri, non pu assolvere il compito della giustizia: specialmente lo Stato particolare che si sia sottratto all'Impero e non voglia obbedire all'Impero, come e il caso di Firenze! Perci deve intervenire la Chiesa. "Nessuno esiste che non sia soggetto a nessuno", dice Bonifacio a Filippo di Francia. Neanche l'Imperatore; tanto meno i Re. Solo il Pontefice: cui nessun uomo ma 'solamente Dio pu giudicare. Appare evidente come, dalle attuali condizioni dell'Impero, sempre pi esautorato, il Pontefice sentisse derivargli un maggiore diritto ed obbligo di controllare la giustizia fra gli uomini ed i rapporti fra gli Stati. Quanto meno, da esse il Pontefice traeva giustificazione o motivazione per intervenire nelle cose della politica, in vista dei concreti fini che erano davanti agli occhi della Curia romana. Non mancava neppure, sebbene sempre pi raramente, qualche incitamento dal difuori. Alla vigilia del Giubileo, bussavano alla porta del Vicario di Cristo gli ambasciatori fiamminghi, invocanti soccorso contro Filippo il Bello. E dicevano: tutti gli oppressi hanno diritto di appellare a voi; a voi giudice universale nelle cose dello spirito e nelle cose del secolo; a voi che, erede e realizzatore dei diritti di Cristo, siete come lui onnipotente....
Divamp cos pi violento ancora il conflitto con Filippo di Francia. Esso abusava della facolt poco prima riconosciutagli di levar tributi o, meglio, sussidi; faceva il sordo per la Crociata ed impediva che il Papa levasse decime a questo scopo; ordinava processi e, con i suoi giuristi, inventava pretesi reati di tradimento e di eresia contro Vescovi, colpevoli solo di star saldi a difesa della libert della Chiesa. Bonifacio ridiede di piglio alle sue armi. Con la bolla "Salvator mundi", soppresse le recenti agevolezze; con la "Ausculta fili", riafferm la superiorit del Papa sui Re; con altra, convoc a Roma Vescovi e Abbati e dottori francesi per un Concilio su le cose di quel Regno. Non tanto se la prendeva col Re, quanto con i suoi ministri e consiglieri. Ma cominci allora, specialmente per opera dei ministri e consiglieri, quel lavoro di propaganda e antipropaganda, per creare in Francia il senso di un pericolo grave incombente su tutta la nazione ed eccitare contro la Curia l'opinione pubblica. Documenti falsi entrarono in circolazione; le dicerie sul conto del Papa e sul passato di Benedetto Caetani crebbero di proporzione e di numero; si prese la lettera o, secondo i casi, si scrutarono i riposti significati di parole e frasi del Papa e se ne trassero conclusioni spaventose sopra la sua vita di uomo e sopra la sua ortodossia. Tutta la campagna dei Colonna contro Bonifacio fu valorizzata dal Re, ed i Colonna si misero in rango fra i partigiani del Re. Il quale, alla opinione pubblica cos predisposta, volle anche offrire la possibilit di pronunciarsi in modo solenne, con le forme della legalit. E convoc a consiglio, "per i supremi interessi del Regno e del Re", i rappresentanti dei nobili, del clero, delle citt. Avvenimento solenne, nella storia francese, questa adunata di sudditi! E' la prima assemblea politica nazionale, come rappresentante non di ordini singoli o di una provincia ma di tutte le classi e di tutta la Francia, per esprimere la volont complessiva della Francia stessa di fronte al potere universale del Papa. Ed i borghesi, che da qualche tempo avevano cominciato ad apparire nelle assemblee provinciali, ora entrano nella assemblea nazionale pur essi. Istituzioni rappresentative accennano a formarsi anche in Francia, a sussidio del Re nei rapporti col di fuori.... Solo che, qui, l'avverso clima dell'et posteriore le aduggi. E ci vorr la Rivoluzione dell"89 non solo per rinverdirle, ma anche per mutare assemblee convocate irregolarmente, e ad arbitrio del Re, in assemblee stabili; riunioni di mandatari delle varie classi, in assemblee di rappresentanti della nazione.
Al cospetto di questa assemblea si portarono i documenti delle pretese papali: quelli genuini e, non meno, quelli fittizi; si fece un quadro doloroso dei mali che da esse venivano al clero ed al popolo di Francia. E parl Pietro Flote, uno dei protagonisti di questo dramma. Parl da avvocato: cio colori le cose, ne alter le proporzioni, tocc corde sensibili, quasi proclam il nemico alle porte. Cos i baroni ed i procuratori delle citt, prima separatamente poi riuniti, dichiararono che mettevano beni e persone al servizio del Re. E scrissero anche al Papa, in francese. Ricordarono le opere dei padri, i sacrifici della nazione per la fede, l'antico legame tra la Chiesa e la Francia. Sarebbe doloroso che questa unit ora si dovesse spezzare, per la cattiva volont del Pontefice! Poich la nazione non pu tollerare le oltraggiose lettere di Bonifacio al Re. Dire che "devroit etre sujet a luy temporellement" quel Re di Francia e quel popolo francese che, notoriamente, "ont toujours dit etre subjet en temporalit de Dieu tant seulement"! Pretendere di convocar a Roma i prelati per correggere Re e ministri! Ma noi non ammettiamo giudizio o correzione, per siffatte cose, da nessuno, fuor che dal nostro Re! Ancor meno siamo disposti a tollerar estorsioni ed abusi a danno delle chiese. Essi non piacciono n agli uomini n a Dio. Essi solo dall'anticristo possono venire... Pi timidi, vacillanti, angosciati i Vescovi che dovevano obbedire al Re ed obbedire al Papa, che vedevano eccessiva la reazione francese e un po' contraffatte le idee di Bonifacio, nel tempo stesso avvertivano il pericolo di privarsi della protezione regia anche di fronte alla Curia! Supplicarono perci il Pontefice di rendersi conto della condizione, di non fare troppo difficili i loro rapporti con i laici, quando "jam laici abhorreant et prorsus effugiant consortia clericorum" e gi sono disposti a ridersi delle censure ecclesiastiche! Ma nell'insieme, anche dai Vescovi si contribu a quel fronte unico francese che Filippo il Bello contrappose alla Curia come un baluardo!
E' un momento centrale, questo, nella storia dello Stato sul finire dell'et di mezzo! Mescolato al basso machiavellismo della Corte, vediamo da una parte e dall'altra lo sforzo di costruire idealmente, di perfezionare un vecchio edificio o di tirar su i muri maestri di un edificio nuovo, di illuminare con la luce del pensiero la nuova realt politica scaturente dalle viscere delle nazioni. Uno sforzo non troppo diverso si era compiuto due secoli prima in Europa, attorno al Papato ed all'Impero. Ma allora erano in gara due Monarchie universali, quasi per nulla differenziate. Ed i sostenitori dell'una o dell'altra si muovevano tutti nella stessa atmosfera ideale, avevano la stessa mente, si richiamavano alle stesse autorit, si limitavano ad interpretare in modo diverso le stesse fonti sacre! Ora, invece, Monarchia papale e Stati nazionali, borghesia e clero, cultura secolaresca e cultura chiesastica, Aristotele o diritto romano ed il vecchio Testamento. E se anche i laici si servono pur essi delle Scritture, lo fanno con precisione maggiore, con studio della interpretazione letterale, solo fondamento per ben costruire: non diversamente da quella che  la tendenza dei gruppi degli Spirituali. Singolare concordanza, fra i puri politici ed i puri religiosi, non senza certa solidariet anche nell'azione pratica! Oltre i documenti ufficiali, ci sta dinanzi, fra il '200 ed il '300, una serie di scritti a fondo polemico, anonimi o con sicura paternit, trattati veri o schizzi e sommari dovuti ad uomini di fiducia delle due parti, per scopi immediatamente pratici. E si intrecciano. Ognuno di essi risponde a qualche altro che lo ha preceduto o ne provoca un altro a scopo di confutazione! Da Roma muovono le solenni e terribili pagine del "De ecclesiastica potestate" di Egidio Colonna, o quelle pi accese e pi combattive del vescovo Enrico da Cremona, o il "De regimine christiano" di Jacopo da Viterbo. Specialmente il primo si impone, per il suo contenuto e per il nome dell'autore. Vi  un superiore dominio della Chiesa su lo Stato, e il potere che lo Stato possiede lo tiene dalla Chiesa e lo esercita "ad nutum" della Chiesa, per i fini universali della Chiesa. Vi  un dominio della Chiesa anche su i beni che gli uomini godono: poich senza di essa, senza i suoi sacramenti, gli uomini non avrebbero diritti e quel possesso sarebbe furto. Obbligo loro, perci, di tener ogni loro cosa a disposizione della Chiesa ed alla Chiesa pagare tributo, come lo paga il colono al signore della terra. Anche la libert essi la debbono alla Chiesa. Poich chi li ha affrancati dalla servit del primo peccato? Ma alla testa della Chiesa  il Papa, anzi la Chiesa  il Papa. Quindi, "posse summi pontificia est sine pondere numero et mensura", tanto nelle cose spirituali quanto nelle temporali. Il duplice assolutismo , cos, perfetto. L'ordinamento unitario della societ umana  raggiunto. Tale la tesi del "De ecclesiastica potestate", dovuta all'autore stesso del "De regimine principum". Ma l'Egidio Colonna aristotelico e un po' averroista, maestro e favorito del giovane Filippo di Francia, teorico della Monarchia assoluta, interpretava i suoi tempi ed il corso delle cose assai meglio che non l'Egidio Colonna curialista, avvocato di Bonifacio Ottavo, teorico della teocrazia romana! Donde anche la diversa vicenda dei due libri: luminosa per il primo, oscurissima per il secondo. E solo le ricerche degli eruditi ne hanno tratto fuori dagli archivi qualche superstite manoscritto!
Di fronte a questi scritti, la "Quaestio in utramque partem", la "Quaestio de potestate papae", il "De potestate regia et papali" di Giovanni da Parigi, il "Rex paci ficus", il dialogo fra il chierico ed il milite ed altri ed altri ancora: taluni, dovuti alla penna stessa dei giuristi che guidavano alla battaglia le forze del Re. Lo Stato preesiste, nel tempo, alla Chiesa e viene anche esso direttamente da Dio. Riconosce alla Chiesa certe prerogative e libert, perch meglio possa assolvere il suo ufficio: ma prerogative e libert, compatibili con il bene dello Stato e limitabili o revocabili quando lo Stato voglia. E si parla anche di un colossale incameramento di tutte le propriet e temporalit ecclesiastiche, comprese quelle del Vescovo di Roma! Diverse e distinte, poi, le due potest, diversi i compiti dell'una e dell'altra. Quindi, non vi  subordinazione del potere civile al religioso. Come stabilir un rapporto gerarchico fra ci che  diverso? Vi  chi procede pi in l: lo Stato, oltre che alla vita materiale, serve anche esso alla vita spirituale. Quindi supremazia dello Stato in ci che  temporalit, poich la Chiesa deve ad esso quanto possiede; e coordinazione nello spirituale. Si accenna cos a rovesciare la situazione antica: la Chiesa, quasi assorbita nello Stato, quasi una funzione dello Stato. Dopo la difesa, l'offensiva; dopo la conquista della libert nei rapporti terreni, anche nei rapporti spirituali. Lo Stato ha anche esso una sua propria e indipendente santit.... Il contrasto con le vedute della Curia non poteva essere maggiore! E se ne videro i segni, sul principio del 1303 o sul finire del 1302: l'anno che si era iniziato col grande Concilio ecumenico romano e con la grande assemblea francese, che aveva visto la fase pi aspra della battaglia. Usci allora l'"Unam sanctam", scritta di pugno dello stesso Bonifacio Ottavo e perfettamente affiatata col trattato di Egidio Colonna. Essa voleva essere documento conclusivo della controversia con la Francia, confutazione assoluta di ogni contraria sentenza, tacita risposta alle minacce francesi di scisma, ammonimento a tutti i dubbiosi. Noi la possiamo considerare quasi testamento spirituale di Bonifacio Ottavo, la sua professione di fede. Non nuovi gli elementi costitutivi, ma organizzati ora e sistemati a dogmatica unit: "sottostare ogni creatura umana al Romano Pontefice, dichiariamo e pronunciamo essere condizione assoluta di salvezza".
Erano passati pochi mesi da questa bolla, ed il 7 settembre 1303 Guglielmo di Nogaret, insieme con i Colonna, irrompeva armato ad Anagni, metteva le mani sul Pontefice, si proponeva di portarlo prigioniero in Francia per sottoporlo al giudizio di un Concilio convocato dal Re. La morte liberatrice risparmi al vecchio Bonifacio lo strazio di un giudizio cosiffatto, per il quale poche settimane dopo Guglielmo di Pleisans presentava al Re 29 capi d'accusa. Passavano ancora poco pi di due anni, ed un conclave, vigilato dal Nogaret, elevava alla porpora Bertrando de Got, arcivescovo di Bordeaux, che si trasfer in Avignone, secondo la politica del Re contro l'Impero di Germania per conquistare ai Valois la corona imperiale, consenti allo sterminio ed alla rapina dei Templari, toller il processo contro la memoria di Bonifacio, infamato come bestemmiatore, sodomita, cinicamente materialista anche "per modum doctrinae", disposto a ridere dell'immortalit dell'anima, del mistero della Vergine, del sacrificio della Messa eccetera, comunicante con gli spiriti infernali, dato alle pratiche necromantiche col suo medico e familiare Arnaldo di Villanova eccetera Processo empio! Non che Benedetto Caetani non avesse, prima e dopo assunto al pontificato, dato appigli. L'averroismo lo aveva sfiorato certamente. Nell'Italia dei tempi di Dante, di "epicurei", anche in veste di chierici, ve ne era da riempir pi gironi dell'Inferno: cio di gente che non era ben sicura l'anima sopravvivesse al corpo, sentiva e considerava la vita come fornita di un suo intrinseco valore, credeva il mondo non avesse avuto mai principio e mai dovesse morire essendo esso eterno, le religioni tutte possedessero elementi comuni e servissero intenzionalmente a certi scopi pratici di convivenza civile, l'uomo colto dovesse e potesse in fatto di religione "dicere sicut vulgus sed sentire sicut pauci". E di questo epicureismo, Benedetto Caetani non era forse del tutto mondo. N forse egli rifuggiva da quelle scienze occulte che venivano dappertutto diffondendosi in Occidente. Aggiungi la vanit e ambizione e orgoglio grande che lo indusse a erigersi o sollecitare o accettare statue marmoree, quasi da Imperatore romano, in S. Pietro, a Bologna, ad Anagni, in Orvieto eccetera Presentiamo gli uomini del Rinascimento, con la loro sete di gloria e di immortalit terrena. Ila empio quel processo, per lo spirito e le intenzioni di chi lo imbast, per i secondi fini che i giudici si proposero, per la falsa religiosit di cui si ammantarono, per lo sforzo sofistico con cui volsero a mala interpretazione ogni fatto o parola...: intendo dire, per ci che quel processo signific e si propose nei riguardi del Pontefice, anche se un alto scopo era, con maggiore o minore consapevolezza, davanti agli occhi dei protagonisti francesi del dramma.
Questa vicenda di Bonifacio Ottavo  altamente significativa. Il Papato, vittorioso degli Svevi e dell'Impero, pareva giunto in primissima linea su la scena degli uomini, con l'ambizione, anzi con l'intimo senso di dover essere arbitro della vita degli Stati ed il pernio del malfermo mondo. Ma Papato e Impero, pur contrastanti, erano, nel profondo, affini e solidali. Ferito l'uno, anche l'altro doveva soffrire di quella ferita. Il vincitore vedeva la sua vittoria volgersi ai propri stessi danni. Gli Stati particolari, innalzati dall'abbassamento dell'Impero, si sarebbero rivolti anche contro il Papato. In un primo momento, pareva che, pi quegli Stati particolari crescevano e si movevano irrequieti, e facevano della for volont e necessit legge, e promovevano pi vaste e rovinose guerre; pi fosse condizione di salvezza comune l'esistenza di un potere superiore a tutti, per tutti moderatore: il Papato romano. Bonifacio Ottavo espresse fortemente questa ambizione e questo senso di dovere, che in Roma aveva profonde radici. Ma ben presto si vide che gli Stati particolari come erano insofferenti dell'una legge, dell'una unit, cos dell'altra. Di fronte al Papa romano Filippo di Francia espresse in modo egualmente vigoroso le esigenze dei nuovi Stati nazionali. Contrariamente alle apparenze, la forza era tutta da quest'ultima parte. E il Papato teocratico fu colpito in pieno ed accenn a passare da uno stato di superiorit su tutti allo stato di dipendenza verso uno. In Italia, quantunque la politica dei Comuni e delle Signorie fosse, sostanzialmente, assai affine a quella delle vecchie Monarchie, e continua la resistenza a Roma e la invadenza nei campi che Roma riteneva suoi propri; in Italia, aspri giudizi corsero su Filippo il Bello, l'uomo senza scrupoli, il falsario, il leguleio che copriva di una falsa legalit ogni pi riprovevole azione. Ma ci non vuol dire che si esaltasse Bonifacio e si accettasse la sua concezione teocratica. Non mancavano persone che si ponevano quello stesso problema della pace e della giustizia universale. Ma per risolverlo, ricorrevano all'Impero, il paciaro e moderatore pi vero e maggiore. In Italia, mancava lo Stato nazionale, era ormai affievolita la nozione del Regno. Regno ed Impero coincidevano, una tradizione di secoli faceva apparire l'Impero stesso come cosa propria degli Italiani, nata in Roma, destinata a ritrovare in Roma la sua sede effettiva: ci specialmente da quando era risorto, anche per esigenze della rinnovata vita pratica, lo studio del diritto romano, e l'aspirazione all'unit del diritto aveva rafforzata l'idea dell'Impero universale e sulla dottrina giuridica dei glossatori si era sviluppata una vera e propria dottrina politica. Ed ecco Dante Alighieri ed il suo "De Monarchia", in un momento che un nuovo soffio di vita sembrava rianimasse l'Impero, rappresentato da Enrico Settimo, l'atteso pacificatore, la legge, il Messia. Nel "De Monarchia", si trova la pi alta e organica formulazione di un pensiero, di una dottrina politica che glossatori e postglossatori avevano lentamente elaborato. Vuol dire che questo pensiero e questa dottrina, gi in arretrato al principio del Quattordicesimo secolo di fronte alla realt politica europea, rapidamente declinano, come declina, senza possibilit di risurrezione, dopo la effimera rifioritura, la vitalit dell'Impero, ora che gli veniva meno anche la base di un forte Regno di Germania. In fondo, se si guarda dentro allo stesso scritto dantesco, si vede che quell'Impero, come il poeta e politico lo concepisce,  gi qualcosa di diverso da come lo concepivano gli scrittori imperialisti dell'et precedente, cio dal medievale Impero degli Ottoni e dei Barbarossa. Vi si ritrovano alcuni degli elementi stessi che formavano ormai l'anima del nuovo Stato nazionale, e che erano venuti in luce nella letteratura polemica francese. Anche per Dante, lo Stato, come ogni cosa umana, e posto assai in alto; e di esso si rivendica priorit cronologica, diritto pieno su le temporalit, indipendenza, propri fini, immediata derivazione da Dio, afflato divino. Assai pi in l di Dante; anche pi in l dei dottrinari francesi, andr fra qualche anno un originalissimo pensatore, in mezzo a nuovi contrasti fra Papato e Impero, tra Papato e Stati particolari italiani: Marsilio da Padova.


2. - IL PAPATO E LE SIGNORIE ITALIANE.

Anche le Signorie italiane, nel loro primo crescere, s trovarono di fronte il Papato che attraversava loro il cammino: come gi l'Imperatore lo aveva attraversato ai Comuni. Ed il contrasto dei Signori con la Chiesa ebbe ora, al principio del '300, la sua manifestazione massima in quella stessa Lombardia che, gi uno o due secoli prima, aveva visto urtarsi fanti cittadini e milizie imperiali. L'una dopo l'altra le due Monarchie del Medio Evo vengono a cimentarsi qui, con le forze locali. E Milano  sempre alla testa di queste forze. Con Milano ed i Visconti, gli Scaligeri di Verona, i Bonaccolsi di Mantova, altri minori: sebbene ormai la folla degli aspiranti a signoria sia scomparsa, consunta dal violento attrito, ed emergano solo quelli che hanno qualit personali eminenti ed operano da una citt gi potente. E' il caso appunto dei Visconti. Milano  tornata ad essere la ricca metropoli di altri tempi. Popolazione e commerci, in pieno crescere. L'industria del ferro e delle armi ormai ben piantata. Attraverso i valichi alpini vecchi e nuovi, il traffico tedesco col Mediterraneo occidentale batte la via di Milano. Il cuore dei buoni ambrosiani si riempie di orgoglio, nel descrivere le "mirabilia" della loro citt! Quale altra al mondo pu pareggiarla, nell'attivit delle sue Arti, nel numero e ricchezza delle sue chiese, nella fecondit dei suoi campi? Ha poi uomini di somma accortezza, l'arcivescovo Ottone ed il grande Matteo, nel quale, da lontano, si vede quasi un "Re in Lombardia" (Villani). Poich a lui in vario modo obbediscono Milano, Alessandria, Piacenza, Lodi, Pavia, Bergamo, Tortona, Como, Vercelli, Novara. Non molto al di sotto di Matteo, Cangrande della Scala, che sta crescendo proprio l dove era cresciuto Ezzelino da Romano. Forte e fiorente citt anche Verona, su le due rive dell'Adige, all'incrocio di due grandi strade, la transalpina e la pedemontana! E bella corte quella dello Scaligero, uomo di gagliarde ambizioni, generoso e umano, ospitale ad esuli politici ed a gente di cultura, uomo "degno di corona", come un sirventese del tempo lo designa! L fu, tra gli altri, l'Alighieri, che vi trov quasi la seconda patria, per l'accoglienza che vi ricev, per il molto tempo che vi rimase, per i grandi pensieri e le speranze che in lui dov suscitare l'alto Signore, quasi incarnasse, dopo la morte di Enrico Settimo, l'invocato liberatore o redentore!
La venuta di Cesare, lungamente atteso, aveva rafforzato la posizione di questi Signori. Poich molti di essi ebbero titoli e ufficio di Vicari imperiali: che fu, insieme, atto di autorit dell'Impero, tentativo di controllare dall'alto questa nuova gerarchia in formazione, ed omaggio pi o meno volontario ad una realt politica che il sovrano non poteva distruggere. Scrive Bartolo nel "De tyranno": "Come l'accorto nocchiero butta in mare lo cose pi vili, pur di salvare nella tempesta le pi preziose, cos anche il principe transige col tiranno e lo fa vicario...". La scomparsa improvvisa di Enrico Settimo oper come la sua venuta: egualmente i Signori, intendo quelli di maggiore statura, se ne avvantaggiarono. Nel caos seguito a quella morte, tutti i piccoli si volsero disperatamente attorno in cerca di un protettore; tutti i maggiori capi ghibellini furono indotti a far causa comune e spalleggiarsi a vicenda, per resistere a Roberto d'Angi che ormai accennava a riprendere la tradizione dell'avo, nella sua politica verso la media ed alta Italia.
Ricostituito, dopo lo sfacelo del 1272, il dominio angioino nella regione piemontese, specialmente per l'appoggio fornito dal partito popolare di quelle citt, Roberto cerca di farsi valere nella vasta regione intermedia. La Curia avignonese lo seconda, considerandolo quasi tutore dei suoi interessi italiani. Nel 1309, il Re di Napoli  fatto Rettore e Vicario di Romagna, dove  tutto un ribollire di piccole e mezzane Signorie, Manfredi, Ordelaffi, Malatesta, Polentani eccetera, a cui molto giova l'assenza dei Papi. Sembra che Roberto d'Angi porti un po' di giustizia e di pace a quelle popolazioni. Ma che suo compito fosse,. anche o innanzi tutto, sorvegliare i Visconti? Vi sono cos due centri antagonistici in Italia: Milano e Napoli. Con Enrico Settimo, il Re, prima di venir a rottura, tratta. Forse  possibile stabilire, sotto gli auspici dell'Impero, una preponderanza angioina in Italia e ricuperare la Sicilia, che  diventato pensiero fisso della Corte di Napoli! Ancor nella primavera del 1312, corrono lettere e ambascerie fra le due parti e si parla di un matrimonio fra Beatrice d'Angi e il figlio di Enrico; di un vicariato imperiale del Duca di Calabria in Toscana; della prossima incoronazione del Cesare tedesco a Roma.... Nulla si conchiuse, e allora Roberto di Napoli si gett risolutamente contro l'Imperatore, si strinse a Firenze, contrappose, per bocca dei suoi giuristi, ai diritti dell'Impero i diritti del Papato, cant l'elogio della Divina Provvidenza che aveva trasferito al Pontefice la "romana civitas", la "res pubblica" con tutte le provincie e regalie, cio il dominio del mondo! Nell'agosto 1312, il Papa lo fece signore di Ferrara, dove era stato ucciso Francesco d'Este. Poco dopo, i Consigli generali di Parma e Reggio gli offrirono pur essi il potere. Le basi per operare in Lombardia erano stabilite! Nel 1316, anche Genova, lacerata dalle fazioni, si d per dieci anni a Roberto e al Papa: altro osservatorio sopra la valle padana e mezzo di collegamento fra i vari domini degli Angi. Nel 1317, il nuovo pontefice Giovanni Ventiduesimo, pur esso francese (vano era stato l'appello dell'Alighieri ai Cardinali, perch si collegassero contro i Guasconi e tornassero a Roma!), conferisce al Re anche il vicariato imperiale in Italia. E corre la voce, stia per dare a lui titolo e corona di Re italiano! Insomma, piena offensiva, sia pur dissimulata, contro i ghibellini, signori di Lombardia, vicari imperiali nelle loro citt.
Intanto, due Legati papali sono venuti in alta Italia "ad pacem reformandam" : viaggio di esplorazione e preparazione! Ai loro occhi, si presenta una gagliarda compagine di partito; quasi tutti i Lombardi, "sub ungula" di Matteo; attorno a lui, molta gente che, alle domande dei Legati, rispondono volere solo Matteo, come "amatore della pace e cercatore di giustizia"; opinione largamente diffusa tra laici e chierici, che "la provincia di Lombardia vivr bene solo se avr un Re non di barbara nazione ma proprio e legittimo, ereditariamente investito". Si verificava a pieno ci che anche uno storico lombardo del '300, Giovanni da Cermenate, constatava: chi comanda a Milano, comanda anche agli altri della sua parte, in tutta la regione. Tuttavia, di contro a Matteo ed agli altri Signori, ecco una bolla avignonese: vacando l'Impero, la sua giurisdizione  devoluta al Pontefice. Chi esercita il vicariato lo deponga, pena la scomunica! A tale intimazione, qualcuno, come Cangrande, seguit per la sua strada; altri, come Matteo, lasci il titolo di vicario e cerc ancora nel popolo la sua base giuridica. Si fece cio proclamar dai Milanesi c Signore generale della citt e del suo distretto". Era, egualmente, la guerra. Guerra aspra e aggrovigliata, fatta di battaglie e di intrigo diplomatico, intessuta sopra una trama di ambizioni molteplici. Giovanni Ventiduesimo obbediva anche a pressioni angioine e francesi. Il re Filippo come aveva piani per la sistemazione della Germania e dell'Impero, cos li aveva per l'Italia, le cui sorti erano legate a quelle dell'Impero stesso. La polemica dei suoi scrittori contro l'Impero nascondeva aspirazioni a rivendicarlo, ora che la ruota della fortuna, dopo aver portato in alto i Franchi dell'est, cio i Tedeschi, riportava su i Franchi dell'ovest, cio i Francesi! A Napoli ed oltre Alpe, si facevano progetti su le citt lombarde, per quando il Visconti, deposta la dignit vicariate, le avesse abbandonate a se stesse. Cos si sarebbe rotto anche ogni legame fra l'Italia e l'Impero tedesco e allontanato questo per sempre. Dunque, solidariet fra Curia papale e Corte regia. Almeno negativa. Poich non  da escludere che anche ad Avignone si pensasse di estendere su la valle padana lo Stato della Chiesa, oltre Bologna. Certo, sforzo di restaurazione della autorit papale in Romagna, e lotta contro i Signori lombardi coincidono. Ma vi , nell'atteggiamento del Papato, qualcosa di pi profondo. Ben disposto ad un regime frammentario di municipi autonomi, esso sempre meno tollera in Italia vasti organismi statali. Nel Tredicesimo secolo, aveva anche incoraggiato la rivolta delle citt meridionali e siciliane contro gli Svevi e il tentativo di crear laggi Comuni di tipo lombardo o toscano. Bisogna ammettere anche una avversione quasi organica verso i nuovi Signori. Signoria voleva dire, per il tempo e modo come emerse, politica spregiudicata verso chicchessia, politica obbediente solo a se stessa ed alle sue proprie esigenze. Se il Comune aveva rappresentato l'ra della religiosit e della stretta colleganza fra vita civile e religiosa, fra istituzioni politiche ed ecclesiastiche, la Signoria rappresenta la societ medievale ormai vicina ad uscir di tutela e vogliosa di batter vie proprie; rappresenta, come e forse pi delle altre Monarchie nazionali, l'ra della crescente indifferenza religiosa, l'ra dello Stato e del suo antagonismo di fronte alla Chiesa.
Ci che spiega come la Curia tenda e pare che riesca a portar la contesa nel campo religioso. Fra il 1318 e il 1319, Bertrando del Poggetto, giurista ed uomo d'armi, fresco della porpora cardinalizia,  fatto Legato in Italia, con speciali poteri contro gli eretici. Si tratta appunto di imbastire un processo per eresia contro Matteo ed alleati suoi. La guerra non va bene per la Chiesa: il vicario di Roberto in Lombardia  battuto nel '19 da Luchino Visconti; Marco Visconti, Castruccio Castratane di Lucca, la flotta di Federico re di Sicilia, gli esuli ghibellini di Genova riprendono questa citt; Filippo di Valois, mandato dal Papa con un piccolo esercito ed incontratosi con i figli di Matteo e le loro genti, volta le spalle, impaurito o corrotto. Ma Bertrando del Poggetto va avanti col suo processo, tutto indaga, la vita, la politica, le credenze degli imputati. Vuol trovare l'eresia! Non hanno essi violato i diritti della S. Sede, disobbedendo ai suoi ordini, tenuto in non cale gli interdetti, fatto propaganda contro il Papa come "suscitatore di guerre", ospitato e protetto i Minoriti che lo andavano malfamando "falso Papa"? Matteo ed i suoi figli non spingevano il Re di Sicilia e i Tedeschi a far un altro Pontefice? Galeazzo non era giunto fino ad invocare contro di lui una mano omicida? Marco non aveva bruciato, per magia, statuette raffiguranti Giovanni Ventiduesimo e il suo Legato? Perci, nel marzo-aprile '23, sentenza di condanna per "manifesta eresia". Eguali processi, per lo stesso titolo, ai Rusca di Como, a Passerino Bonaccolsi di Mantova, a Castruccio, agli inviati del Bavaro, perfino agli Estensi e Ferraresi, guelfi. Vi fu un momento che anche le sorti della guerra parve si mutassero. Era morto nel '22 Matteo, anima della resistenza. Mercenari avignonesi e milizie angioine fecero massa. Non tutti saldi, dalla parte dei Visconti, quei nuclei di borghesia urbana che non potevano dimenticare il regime a Comune. Milano, strettamente assediata, vide i Fiorentini militanti col nemico correre il palio sotto le mura.... Ma il soccorso di Cangrande e di Passerino salv la situazione. I pontifici furono rotti a Vaprio, Raimondo di Cardona loro capo cadde prigione. Monza, loro base, and perduta per essi.
La campagna papale falliva. Ormai le scomuniche andavano perdendo la punta, consunte dall'uso e dall'abuso: in Italia, pi che altrove, dove la stessa vicinanza della S. Sede e il quotidiano contatto con i suoi organi avevano creato l'abitudine di guardar in faccia la gente di Chiesa, senza troppa timidezza e spesso senza troppa riverenza. "Poco gli Italiani si curano delle scomuniche. E se non v' la spada temporale che li riconduca ad obbedienza col timore, la spada spirituale non serve". Cos, in quegli stessi anni, giudicava un Vescovo, Niccol di Butrinto. Il sentimento religioso era ancora forte. E l'arte del '300 ne  tutta animata. Ma questo stesso sentimento religioso, in un popolo di spirito realistico e di sviluppato senso giuridico, aiutava a meglio distinguere le cose della religione da quelle della politica. Ora, il carattere ed i fini non religiosi ma politici di questa guerra e di questi processi non potevano sfuggire a nessuno. E Passerino Bonaccolsi tranquillamente poteva rimettersi ai suoi giuristi, che gli dimostravano la non validit delle scomuniche papali. Molta gente si chiese allora in Lombardia: ma che titoli ha il Papa per intromettersi nelle faccende milanesi? Egli  Papa; e, come Papa, "non si deve occupare di guerre ma solo di cose spirituali...". Respinto dalla Lombardia, Bertrando del Poggetto sempre pi gravit su le terre d'oltre Po e della Romagna. Nel sett. '26, gli si diede Parma, "salve le leggi e istituzioni e consuetudini del comune", come dice la cronaca parmense. In verit, il Legato vi si fece molto valere. I magistrati trattarono con lui i negozi cittadini; il suo tesoriere riscosse i redditi comunali; fece batter moneta con le chiavi della Chiesa e l'immagine del Vescovo. Nell'ottobre, Reggio segui l'esempio di Parma, Bologna era in vista.... Anche qui, la vita comunale esaurita: fazioni, centinaia e migliaia di esuli, quotidiana guerriglia di ribelli e nobili contro la citt... Per di pi, il 15 nov. 1320, la fierissima rotta di Zapolino, che le milizie bolognesi, comandate da Malatestino di Rimini, subirono per opera dei ghibellini, dei Bonaccolsi, degli Scaligeri, degli Estensi. Si fece invito, allora, al Legato pontificio di venire a Bologna.
Il ciclo di questi accadimenti non  ancora chiuso e gi altri fatti irrompono, connessi con i primi. Nuovi personaggi entrano su la scena. Ancora una contesa Papa-Imperatore, l'ultima del Medio Evo, si innesta su quella Papa-Signorie. Vinto a Miihldorf l'avversario; rifiutatosi anche di obbedire alla Curia avignonese, che intendeva rivendicar a s l'esame della elezione e il giudizio su l'eletto e faceva divieto a chicchessia di assumer titolo ed esercitar funzioni di Re e Imperatore; Ludovico il Bavaro si avvi alla volta dell'Italia, incurante anche lui di interdetti e scomuniche. Grande allarme di qua dei monti! I Fiorentini, che si impennavano al solo pensiero di un tedesco che valicasse le Alpi, si erano affidati qualche anno prima a Carlo di Calabria. Il Poggetto, avuta in dedizione Bologna, vi fiss la sua sede, pronto a tutti gli eventi. E forse pot farsi strada l'idea papale o del Legato di far quella citt centro dello Stato e residenza del principe. Certo, egli lusing con questa idea i Bolognesi, fece erigere una grande rocca, disegn i vari palazzi destinati ai Cardinali. Per qualche anno, racconta il Villani, Bertrando del Paggetto, avute, dopo Bologna, anche Ravenna, Faenza eccetera, governo quasi da Papa e Signore unico la Romagna.
Il marzo '27, Ludovico  a Trento. Ha intorno Signori, capi ghibellini, legisti, Minoriti. Tutti aspettano qualche cosa da lui: o che dia sanzione giuridica alle nuove autorit costituite, o attui un nuovo concetto dello Stato capace di assicurare veramente l'ordine civile, o purifichi la Chiesa dalla scorie temporalesca. Quest'ultima aspirazione, specialmente viva in quella parte della famiglia francescana che da quasi un secolo si batteva per l'ideale della assoluta povert di Cristo e degli Apostoli, e quindi anche della Chiesa. Per molto tempo, l'opera accorta della S. Sede aveva contenuto le discordie. Ma quando nel 1322 Michele da Cesena, capo dei Minoriti, riun il Capitolo generale e fece dichiarar ortodossa la dottrina della assoluta povert, allora vennero la condanna papale e l'inizio della persecuzione contro i fautori di quella dottrina. I quali si accostarono ai Signori e solidarizzarono con l'Imperatore scomunicato. Opposizione religiosa e opposizione politica al Papato, strettamente congiunte! Accanto a Michele da Cesena, che trov ospitalit presso il Bavaro, Marsilio da Padova. Portava dalla sua citt il ricordo di abusi scandalosi che derivavano dal privilegio forense e dalla relativa quasi impunit di cui beneficiavano i chierici: tanto che il Comune, sul finire del '20o, aveva assicurato altrettanta impunit ai laici che commettevano violenze contro i chierici. Era stato maestro di fisica e di medicina a Padova e poi a Parigi, contraendo qui relazione con Michele da Cesena, Ubertino da Casale, Giovanni da Gianduno: l'una e l'altra citt, sedi di filosofia averroistica e nominalista ed ambienti politici assai suggestivi in quella epoca di trasformazioni statali e costituzionali (Monarchia assoluta, Signoria, sancite da intervento di corpi rappresentativi e di popolo (Parlamento, elezione e acclamazione). Aveva dimorato qualche tempo in Avignone : e forse anche lui trov materia di scandalo in quella corte che si studiava non di placare ma di inasprire il disordine politico di Italia e Germania. Certo, scrisse nel 1324, dedicandolo al Bavaro, il "Defensor pacis", ribadito poi in altra operetta, il "Defensor minor".
Come altri prima, Marsilio si pone il problema dell'ordine civile, della pace e dei modi di assicurarla, quindi dello Stato, ma concentrando il suo appassionato interesse specialmente su la Chiesa e suo ordinamento e suoi rapporti col potere civile. Per i curialisti, il problema si risolveva riconoscendo la "plenitudo potestatis" del Papa, facendo di lui il supremo giudice, il paciaro per eccellenza. Non il Papa ma, l'Imperatore, ribattevano altri, che viceversa vedevano in quella "plenitudo" papale principio di confusione e turbamento universale anzich di ordine. Cos Dante, nel "De Monarchia". Su questa stessa strada, ma procedendo assai oltre e quasi dimenticandosi del medievale Impero, si mise Marsilio. Il quale trov nel popolo, come "universitas civium" e "universitas fidelium", la fonte di ogni autorit, civile o religiosa, da esercitare direttamente o per mezzo di chi sia investito del potere esecutivo; attribu all'episcopato e quindi anche al Vescovo di Roma origine non divina ma umana; vide la Chiesa non nella gerarchia e nel Papa ma in quella universit dei fedeli che si esprime e trova la sua rappresentanza nel Concilio, depositario vero dell'autorit religiosa, infallibile, investito del potere di eleggere o presentare preti e Vescovi e Papi; assegn al Papa la presidenza del Concilio, ma al principe il diritto di convocarlo. Vi era in tutto ci qualche cosa di quel che si vagheggiava come "Chiesa primitiva" : mito operosissimo del Medio Evo, forza rivoluzionaria contro la Chiesa ufficiale, specialmente nei paesi non latini. Anche Marsilio faceva a ritroso il processo storico del Cristianesimo, andava al di l delle Decretali cui non riconosceva valore di fonti della fede, demoliva ci che la storia aveva prodotto: in particolare, l'onnipotenza della gerarchia, - l'assolutismo papale, l'assorbimento del potere civile da parte della Chiesa, la costruzione teocratica. Ma questa demolizione non aveva finalit propriamente religiose. Marsilio non mirava a restaurare la vita apostolica, sibbene a metter in valore lo Stato, liberandolo dalla Chiesa e sovrapponendolo ad essa. Quindi, non giurisdizioni proprie della Chiesa, non immunit, non libero uso dei suoi beni temporali, non libera elezione (lei sacerdoti, non facolt di infliggere scomunica, considerata come pena temporale oltre che spirituale, poich, escludendo essa dal civile consorzio chi ne  colpito, investe lo "status vitae praesentis". Tanto meno, poteri coercitivi contro i peccatori, poich inutile  la coazione, agli effetti della salvezza eterna; ed il peccato  da correggere non da costringere. Agli eretici penser, se e quando creda, lo Stato; ma in ogni modo, solo in quanto essi turbino l'ordine pubblico, offendano una legge umana. Le eventuali offese alla legge religiosa, Cristo - e non altri - potr valutarle e condannarle: quindi, nell'altra vita. Tutta l'attivit della Chiesa  messa in tal modo sotto il controllo del principe, elettivo o anche ereditario; e la Chiesa  quasi disciolta nello Stato, assolve una funzione dello Stato dico dello Stato in genere e non del Regno di Francia o dell'Impero universale, a cui solamente avevano guardato i teorici precedenti. Le posizioni della teocrazia sono quasi rovesciate)
Comparso un libro cos fatto, Marsilio cerc e trov protezione e servizio presso il Bavaro, dove lo raggiunsero una prima bolla di condanna dell'opera sua e gli scritti polemici di confutazione, suggeriti dalla Curia o dovuti a libera iniziativa di penne ortodosse. Poi scese col principe in Italia, medico, consigliere ed ispiratore politico; assist al Parlamento di Trenta che dichiar Giovanni Ventiduesimo eretico e violatore dei diritti del popolo, fu presente in Milano alla incoronazione regia, vide Ludovico riunir in Campidoglio il popolo romano e chiedergli il riconoscimento e ottener dai rappresentanti del popolo la corona imperiale. Era la prima volta che non il Papa o un suo Legato ma dei secolari compievano siffatto rito! Dottrinari e riformatori pareva trionfassero. Forse Ludovico avrebbe fatto meglio a marciare contro Roberto di Napoli. Ma prefer aver a che fare coi Parlamenti, a clero e popolo, in Campidoglio o in piazza S. Pietro! Ne convoc il 14 aprile per riforme invocate dai Minoriti; il 18, per far deporre Giovanni Ventiduesimo, "sedicente Papa", come reo di eresia e di lesa maest; il 12 maggio, per elevar alla dignit pontificia Pietro da Corvara, cio Niccol Quinto, che dall'Imperatore ebbe le sacre insegne ed all'Imperatore impose nuovamente la corona. Intanto, Marsilio si sfogava a perseguitar gli ecclesiastici romani che, ossequienti alla sentenza papale di scomunica e interdetto, si rifiutavano di celebrare la messa.... Poi, l'Imperatore prese la via del ritorno, nell'agosto 1328, fra le contumelie, le sassate e le minacce di morte del popolo. Indugi a lungo in Pisa e vi apr bottega, assai affollata, di privilegi e concessioni varie; si diresse su Milano, dove i Visconti gli si erano dichiarati nemici e trattavano col Papa. Vano assedio della citt; intrigo diplomatico in tutte le direzioni, tra Visconti e Imperatore, Papa e Visconti, Filippo Quarto nuovo Re di Francia e Corte avignonese; partenza definitiva e inonorata del Bavaro col fedele Marsilio. Avvenimenti oscuri. Ma sicuro  che la Curia giocava tutte le carte. Offriva al Re di Francia la corona di Lombardia; trattava col Visconti, pel vicariato imperiale; poi, solidalmente con quel Re, sollecitava la venuta in Italia di un nuovo personaggio, da contrapporre al Visconti e anche a Roberto da Napoli, con cui Filippo di Francia e Curia avignonese erano ugualmente in rapporti non buoni, cio Giovanni di Boemia, figlio di Enrico Settimo. Rapida sua fortuna, dopo che Brescia, assediata dallo Scaligero, lo acclam Signore. E poi Bergamo, Como, Pavia, Novara, Cremona, Parma eccetera, fino Lucca. Il dominio visconteo pareva si dovesse sfasciare. Proprio allora, nel 1331, si parl di una cessione della Lombardia al Re di Francia e apparve una bolla papale che "separ il regno d'Italia dall'Impero e dal regno di Germania". Cos si esprime un documento di poco posteriore, poich quella bolla  perduta. Era il pensiero costante della Curia: allontanare Impero e Tedeschi dall'Italia, spezzar ogni loro legame con l'Italia! Vecchio pensiero, ora coincidente con un interesse francese e avvalorato dalla iniziativa francese.
Ma da questo nuovo urto del Papato con l'Impero, mentre quello si trovava ancora a fronteggiare i Lombardi, trassero vantaggio anche i Signori che, dopo respinta l'offensiva papale e francese, si sentirono pi liberi pure dalla parte dell'Impero e dei Tedeschi. E ne trasse vantaggio la penisola tutta, nella sua indipendenza. Non manc neanche, agli accadimenti, una leggera coloritura "nazionale", come in Germania. Qui, solidariet di tutte le classi col Re e Imperatore, quando Giovanni Ventiduesimo, servendo forse il Re di Francia pi che la Chiesa, neg riconoscimento a Ludovico il Bavaro. Gli Elettori, che videro tolto ogni valore pratico al loro diritto, proclamarono che di approvazione papale non v'era bisogno e che l'eletto poteva senz'altro esercitar il potere imperiale. E la Dieta di Francoforte, 6 agosto 1338, suggell solennemente questo principio. Ancora pi calde furono le citt, cio la borghesia, con o contro i loro Vescovi. Esse vedevano nell'Impero una salvaguardia di fronte ai principi e non volevano fosse umiliato. Era non attaccamento alla persona di quel sovrano, ma vivo desiderio di indipendenza dal Papato politico e francofilo. La quale indipendenza fece ancora un passo avanti nel 1356, con la "Bolla d'oro" di Carlo Quarto, il fortunato e abile figliuolo e successore di Giovanni di Boemia. Regolando essa l'elezione regia, parlava del diritto degli Elettori: ma non una parola del diritto del Papa! Ormai, il principio gerarchico  annullato. E' appena necessario ricordare il contributo che Marsilio da Padova e, in qualche misura, anche Guglielmo Occam, minorita inglese, diedero a questa indipendenza della Germania, che parve il principio di un distacco da Roma. Si sa quale larga eco le sue idee destarono in quel paese, anche dopo il fallimento italiano e romano: quasi preparatore e anticipatore di Lutero!
Qualcosa di simile in Italia, sebbene qui mancasse un centro politico attorno a cui prendesse corpo la reazione nazionale. In lontani paesi, dove i Francescani e Minoriti girovaghi portavano, sia pur deformate dal lungo viaggio, le notizie dell'Italia, i fatti di quegli anni si presentarono addirittura come una coalizione di Francia, Papa, Re di Boemia, Imperatore, contro Milano. E al soccorso di Milano ecco accorrere gli Italiani. Ed a questi Italiani, Roberto di Napoli prestar anche esso segretamente aiuto. Realmente, contro Giovanni di Boemia, sceso in Italia sotto auspici papali e francesi, si sferr una offensiva generale. Scaligeri, Gonzaga (sostituitisi ai Bonaccolsi nella signoria di Mantova), Estensi, Visconti fecero lega a Castelbaldo. E aderirono Napoli e Firenze. Cio Repubbliche e Signori, guelfi e ghibellini, Milano accanto a Napoli. L'edificio di Giovanni boemo croll come un castello di carta, per assalto dei collegati e per ribellione delle citt che egli aveva creduto di poter rimettere nelle mani dei nobili. Viveva pur esso, come due secoli prima il Barbarossa, nel mondo della luna, quando voleva operare su la materia viva italiana! Anche Bertrando del Poggetto, che aveva fatto causa comune con Giovanni e scontentato guelfi e ghibellini, divise la sua sorte. Ancora nel '31 e '32, egli pareva molto bene in sella, nella Romagna. Gli era caduta nelle mani Forl, faceva approcci verso Rinaldo d'Este per avere Ferrara. Ma vi fu, al principio del '34, una insurrezione generale di Malatesta, Alidosi, Manfredi, Polentani, contro di lui. Insorse anche Bologna. Popolo! Popolo! E il popolo assal e incendi il palazzo del vicario di Bertrando, uccise molti Francesi, al Legato impose di andarsene. Trionfarono i Pepoli. Egualmente, Parma and a Mastino della Scala, Modena ingrand il dominio estense, su Reggio si fecero valere i Gonzaga, nuovi signori di Mantova. E il Cardinale dov abbandonare l'Italia. I Signori sono ormai il nerbo politico dell'alta Italia. L'offensiva papale non li ha abbattuti ma elevati; non  riuscita a metter il popolo di Lombardia contro di essi, ma a rendere pi stretti i legami loro col popolo. E' difficile concepire un risultato diverso, anche in altre condizioni esterne. Ma l'essersi i Papi allontanati dall'Italia e l'aver essi smarrito, a servigio della politica francese, qualche crea della loro universalit, aiut la resistenza delle nuove forze politiche italiane. I Signori poterono additare nel Papa la Francia, nella sua gente d'arme gli stranieri!! D'onde la convinzione che il bene del paese poteva venir solo da un signore indigeno, non "barbarae nationis". L'evoluzione delle forme politiche nel nostro paese, oltre che da proprie e immanenti necessit, era promossa un poco anche da certi nuovi atteggiamenti politici di talune Monarchie europee e del Papato stesso!


3. - PANORAMA POLITICO DELL'ITALIA NEL '300.

Entriamo in piena storia delle Signorie. Esse hanno superato le difficolt interne iniziali, e respinto l'offensiva papale. Ora, sono tutte tese nello sforzo di crescere e soverchiarsi l'una l'altra. Pare che gli Scaligeri debbano marciare alla testa, essi arbitri e custodi della maggiore e pi battuta via d'accesso dalla Germania all'Italia. E realmente, se una discesa di Giovanni di Boemia aveva messo in pericolo specialmente gli Scaligeri, il crollo del suo effimero dominio si risolse specialmente in loro vantaggio. E si sa che Mastino della Scala riusc a metter le mani su Belluno, Feltre, Treviso, Vicenza, Verona, Brescia, Piacenza, Parma, Lucca: insomma, prevalse su tutti, dal Cadore alle foci del Serchio, attraverso il Po e l'Appennino; domin il retroterra veneziano; minacci Padova e Venezia stessa. E corse voce di corone regie gi pronte, di c Re di Lombardia" vicini a nascere. Certo, Mastino dispose di larghissimi mezzi finanziari, messi a servizio di una ambizione non minore. Dalle sue citt riscosse tributi per oltre 200 mila fiorini d'oro, "che non ha Re fra i Cristiani che gli abbia", salvo il Re di Francia, come osserva il Villani. Ma fu breve grandezza. La coalizione degli interessi offesi si abbatt anche su questa ampia ma incoerente Signoria e la sfasci, con una guerra che va dal 1336 al 1341. Ed agli Scaligeri rimasero solo Verona e Vicenza, premute sui fianchi da Venezia, che ogni giorno pi  trascinata ad impegnarsi in terra ferma; da Padova che ha pur essa qualche decennio di promettente vigore con i suoi Carraresi; da Milano che, sotto Giovanni Visconti, Arcivescovo e Signore, riprende i piani di Matteo su la Lombardia ed oltre. "Potentissimus fuit omnium predecessorum et successorum suorum et sicut regulus fuit super Lombardos" (Cronista piacentino). Punta su Bologna che  cospicuo centro di traffici, grande mercato di milizie mercenarie, porta di Romagna e di Toscana, luogo di controllo del commercio fiorentino verso la Valle Padana, verso Padova e Venezia. Gi Matteo e Luchino vi avevano aspirato. Poi la citt aveva fatto dedizione di s al Legato pontificio. Infine, era caduta in potere di Taddeo Pepoli. L'arcivescovo Giovanni vi trova i figli di Taddeo, non degni del padre e malfermi in sella, e compra da essi la citt. Proteste avignonesi, processo contro Pepoli e Visconti, grande ira dei Fiorentini contro i "vili codardi" di Bologna che non avevano osato levarsi contro i tiranni, vasta lega di citt e Signori, promossa dalla Chiesa. Ma fu tutto vano. Le bande tedesche e borgognone che militavano pel Papa, comprate dai Visconti, si disciolsero. Segu l'assoluzione dell'arcivescovo Giovanni e la sua nomina a Vicario e Rettore di Bologna per 10 anni. Di qui, egli tent di penetrare verso Romagna e Toscana.
La Toscana era pi che mai, in quel momento, un corpo acefalo e ogni suo membro viveva in travaglio: Pisa, sanguinante per profonde ferite, indebolita nelle sue posizioni d'oltremare, cacciata di Sardegna dagli Aragonesi, tirava innanzi sbattuta dall'una all'altra Signoria o semisignoria, da Uguccione a Castruccio, ai Gherardesca, a Giovanni dell'Agnello, ai Gambacorta, mercanti arricchiti. Le tenaci inimicizie con Lucca e Firenze, che ogni tanto esplodevano in guerre, logoravano le ultime energie della citt. Lucca, ricca e debole, oggetto di mille cupidigie, oggi in bala di un condottiero, domani di una banda mercenaria, era disposta a mettersi nella protezione di qualunque Signore le assicurasse difesa e tranquillit. Firenze eccelleva certo fra tutti: popolosa e fiorente, sette miglia di circuito, 90000 abitanti, prosperose aziende industriali e bancarie, grandi chiese e pubblici edifici che facevano corona al nuovo Palazzo dei Priori, "tutto di pietra di meravigliosa fortezza e bellezza". Ma quanti colpi e quante inquietudini anche essa! Sanguinose rotte a Montecatini e ad Altopascio; perdita di capitali investiti all'estero e fallimento di grosse banche e ripercussioni gravi su tutta l'economia cittadina; un mediocre avventuriere d'Oltre Alpi, Gualtieri di Brienne, riuscito a farsi padrone della citt, sfruttando e fomentando il malcontento dei nobili e dei popolani minuti contro la grassa borghesia dominante; contrasti fra popolo grasso e popolo minuto, Arti maggiori e Arti minori, lavoratori organizzati e non organizzati, accanto o al posto dei contrasti antichi fra Grandi e Popolo, dopo che, rovesciato il duca d'Atene, la vecchia nobilt ricev anche essa gli ultimi colpi e fu ridotta a popolo (1343); lo sbocco marittimo di Pisa o d'altro porto su la Maremma, pi che mai malsicuro, di fronte alla ostilit dei Pisani, ora solidali con Genova contro Firenze; il contado messo sossopra da un nugolo di signorotti, Ubertini, Pazzi, Tarlati, Ubaldini, Ricasoli, Sacconi eccetera, che sono di nuovo in piedi, eccitati dall'aria tempestosa e dai richiami dei lontani Signori; bande mercenarie di Tedeschi, Ungheresi, Borgognoni eccetera, che ad ogni luna corrono tutta l'Italia centrale, come torrente l dove non trova argini.... Nella seconda met del 'zoo, Firenze aveva raggiunto il primato della Toscana e raccolto sotto di se, per amore o per forza, quasi tutta la regione. Ora questo primato  scosso. La lontananza del Papato ed il relativo squilibrio nella penisola, nonch la decadenza generale della vita municipale, si ripercuotono dannosamente su Firenze. La quale perci caldeggia il ritorno della S. Sede e cerca soffiare un po' di spirito vitale nei superstiti regimi a popolo, a Bologna, a Pistoia, a Prato, nella vicina Umbria. Il suo antagonismo, sempre pi spiegato e in atto, con potenti Signori come i Visconti, fa di essa la naturale tutrice delle citt ancora libere. Il suo guelfismo, che gi aveva voluto dire opposizione all'Impero, ora  opposizione ai Signori. "Di vero, la Parte guelfa  fondamento e rocca ferma della libert d'Italia e contraria a tutte le tirannie, per modo che se alcun guelfo divien tiranno, convien per forza che diventi ghibellino" (Matteo Villani). Anzi, ora Firenze confida nell'Imperatore, dato che era vano aspettare aiuto dai Papi. Ed alla fine del 1351, segreti ambasciatori fiorentini sollecitano Carlo Quarto; e vi sono trattative tra i messi dell'Imperatore e Firenze, Siena, Perugia; e promesse reciproche di prender le armi contro l'arcivescovo Giovanni, di mantener libere quelle citt, di nominare Vicari imperiali i Priori fiorentini e i Nove senesi, di pagar un tributo di 36 denari ogni fuoco....
In tali condizioni, il Visconti trov Firenze e la Toscana. E l'impresa di entrarvi da padrone, alla quale lo sollecitavano i ghibellini toscani raccolti attorno a lui, dov sembrargli facile. In realt, il raggio di azione di questi anche potenti Signori era breve. E l'impresa del 1351 falli. I signorotti del contado erano pi prepotenza che forza vera. Pisa non si mosse, perch i suoi mercanti e armatori, se non potevano ancora vivere con Firenze, non potevano pi vivere senza Firenze, cio senza il commercio di transito fiorentino. La piccola fortezza di Scarperia, nel cuore dell'Appennino, "fece ricredere tutta la gente del tiranno". Il quale ritent nel '52. Orvieto gli si diede; gli si diede Bettona, in piena Umbria. Assisi fu stretta da vicino. Ma Firenze, Siena, Perugia, Arezzo, Volterra, Pistoia, Spoleto, Assisi, Foligno, Chiusi si allearono e il condottiero visconteo dov ripassare l'Appennino. Anche perch si annunciava dalla Germania l'Imperatore, e Giovanni arcivescovo non si sentiva tranquillo. Trov tuttavia, non lontano, un'altra porta meno sbarrata. Genova, sconfitta dai Veneziani alla Loiera nel 1353, travagliata dalle discordie, fortissima e ricchissima nei suoi casati quasi principeschi raccolti in consorterie o "Alberghi", ma debole e povera come Stato, si diede al Visconti che depose il Doge, assunse il governo, fece un prestito al Comune per armar galere. Era, Genova, un vecchio sbocco del commercio milanese.
Verso le Romagne e lo Stato della Chiesa, il Visconti fece ugualmente qualche acquisto, dopo messo piede a Bologna: ma pi di clienti, disposti a lasciarsi comprare, che non di domni. Era un terreno tutto rotto che franava sotto ogni piede. Passioni senza freno, spirito di parte arroventato, signorotti che si accaniscono per cupidigia o per paura contro il vecchio patriziato urbano, banditi che riempiono le campagne, torbide libert municipali. "Terra ferax populusque ferox", dir della Romagna un poeta che poi vi accompagna papa Giulio Secondo al principio del '500. Legati papali e tiranni sono in continuo urto ed  svanito ogni senso di rispetto per la Chiesa. L'intrigo, l'astuzia, la forza, in prima linea. Ad un suo nipote che tornava dallo Studio bolognese, chiedeva Rodolfo da Varano, signore di Camerino: - e che cosa hai tu imparato laggi? - Ho imparato ragione, mio signore. - Male, ch tu dovevi imparare la forza! - Cos il Sacchetti, in una sua novella. Ogni tanto, qualche tentativo di formazioni territoriali pi vaste. I Malatesta, signori di Rimini, Fano, Pesaro, Fossombrone, si presero nel 1350, durante l'assenza del Legato papale, Ancona, Osimo, Ascoli, Jesi, Sinigaglia, cio quasi tutta la Marca. Francesco Ordelaffi, che teneva Forl e Cesena, arraff Bertinoro, Medola, Castrocaro, nel cuore della Romagna. Giovanni da Vico, impadronitosi di Viterbo, pieg per un poco a s tutte le citt del Patrimonio. Perugia riusc a farsi valere su Assisi, Gubbio, Todi, Spoleto, Gualdo e stendere le mani sul Ducato romano e su le Marche. Ma poca o nessuna stabilit. Al pi piccolo urto, tutto si sfasciava e le molecole tornavano a turbinare nell'aria, per posarsi poi altrove e prender altra forma.
Vera capitale di questo mondo in disordine  Roma, anche se nessun legame  fra essa e lo Stato, fra essa e il suo medesimo territorio. La venuta dei due Imperatori aveva tolto ogni freno al malcostume, anzi alla malavita dei chierici, interrotto la corrente dei pellegrini, distrutto ogni commercio, consunto il poco vigore di quella borghesia. Cos le famiglie baronali, mutate in fortezze le costruzioni ciclopiche della Roma imperiale, avevano mano libera in citt e nel territorio attorno: troppo numerose e troppo discordi, per potere in qualche modo accordarsi e cooperare; troppo forti tutte quante, perch una di esse potesse schiacciare le altre.... "Regimen monstruosum", anzi non regime, a giudizio del grande Bartolo, che visse appunto in quel tempo e fiss gli occhi su la incerta, strana, contraddittoria vita costituzionale italiana. Specialmente fiere, con ripercussioni anche fuori della Stato, le contese fra Orsini e Colonna. Non mai cos grande il contrasto fra la visibile realt e quello che Roma era nelle sue grandi memorie, nel pensiero del nuovo umanesimo! Tuttavia, questo pensiero cerc di rianimare quella realt. Sono gli anni di Cola di Rienzo popolano fantasioso, gran ricercatore e interprete di vecchie epigrafi, gran leggitore di Livio in mezzo alla gente che gli si raccoglieva intorno, curiosa e attenta. Livio cominciava ad essere il nuovo Vangelo, in questo tempo in cui, insieme con le Monarchie particolari ed assolute, affioravano nell'Italia delle citt anche vaghe aspirazioni repubblicane. "Dove sono quegli buoni Romani?", diceva egli, "dove ene loro somma justitia? Poteranmie trovare in tiempo che questi fiuriano!...". Di questi colori si colori il movimento di popolo che da Cola di Rienzo prende nome. E come il movimento del 1143, con Arnaldo da Brescia, aveva rinnovato il Senato romano, cos quello del 1347 rinnov il Tribuno del popolo. Con questo titolo, Cola fu per qualche tempo reggitore della citt. Era, anche qui, un principio di Signoria, con modi diversi dal resto d'Italia, ma in corrispondenza ad eguali bisogni di ordine e di autorit ferma. Il Tribuno organizz la lotta contro i Grandi. E qualche successo ottenne. Volle contenere le Compagnie di ventura: ed uno di quei capi, avutolo nelle mani, egli fece giustiziare. Il suo fantastico pensiero andava assai pi in l: liberare Roma e restaurar l'antica Repubblica, rigenerar "la sacra Italia" raccogliendola attorno a Roma come a centro, rivendicar la sua perduta ma non prescritta autorit e giurisdizione sull'orbe. Intanto, proclam libere tutte le citt e i popoli d'Italia, dichiar cittadini romani questi popoli, li incit contro i tiranni e contro i barbari.... Naturalmente, le forze di cui egli disponeva erano troppo poca cosa, non che per questo grandioso programma nazionale ed universale, ma per gli stessi pi modesti fini interni per i quali, essenzialmente, il popolo lo aveva esaltato. Non solo i Grandi non erano fiaccati. Ma anche la plebe presto vacill, dopo aver atteso, e invano atteso, il miracolo. Ed un tumulto di plebe costrinse Cola di Rienzo a fuggire dalla citt. Torn nel '53, can un inviato di Innocenzo Sesto, Egidio Albornoz. Altra effimera esaltazione. Altro movimento di plebe, che si plac, questa volta, nel sangue del Tribuno....
Egidio Albornoz, spagnuolo e arcivescovo di Toledo, temprato nelle lotte contro i Mori di Spagna e d'Africa, fatto cardinale nel 1340, elettore influente di Innocenzo Sesto, Legato in Italia nel 1353, doveva, al solito, metter pace tra le fazioni, estirpar le eresie, ristabilire nella dipendenza diretta o indiretta le terre papali. Presso a poco, come Bertrando del Poggetto. Per sua fortuna, incontr non un Matteo Visconti o un Cangrande della Scala, ma piccoli tiranni. I quali, in un primo momento, si coalizzarono per resistere. Ma poi, vivendo sempre in reciproco sospetto, l'uno dopo l'altro fecero atto di sottomissione e rimasero come Vicari, mentre talune citt, insorte al grido di "Viva il popolo e la S. Sede", venivano restituite a Comune e riaprivano le porte agli esuli. Fu vietato anche il nome delle vecchie parti, poich ogni persona deve "solam partem S. Romanae Ecclesiae matris suae colere", come dicesi nella costituzione di Cesena del '57. Resistevano tuttavia i Manfredi e gli Ordelaffi. Ma furono assaliti con armi spirituali e temporali. I Manfredi, condannati al fuoco come eretici, patarini, idolatri, capitolarono per primi, a Faenza, e si riconciliarono col Legato. L'Albornoz soleva dire che non bisogna mai ridurre a tal punto i nemici che la disperazione loro si muti in virt. Ma due anni resistettero gli Ordelaff. Difendeva Cesena la virile moglie del signore, Marzia o Cia, "guidatrice della guerra e capitana dei soldati" (Villani). Il padre, che militava col Legato, la esortava a cedere. Ed essa: "Quando mi deste in moglie a messer Francesco, non mi raccomandaste di obbedirgli?". Finalmente dov arrendersi. Ma, superba "come se la vittoria fosse stata sua". Venne poi la volta di Francesco, chiuso in Forni. Il suo passato era tutto una battaglia con gente di Chiesa. Prima, faccia a faccia col card. Del Poggetto. Poi, con l'Arcivescovo di Ravenna a cui ribell e tolse castelli e, messegli le mani addosso, lo caric, ferito e in ceppi, sopra un ronzino, sino a Forl. I Canonici di Cesena non volevano celebrare, essendo egli scomunicato. E allora li cacci dalla citt, ne demol le case. "Aveva odio mortale a li preti, non voleva vivere a la discrezione dei preti!". Ancora scomunicato dall'Albornoz, se ne ride. "Ecco che sono scomunicato, non pertanto lo pane la carne lo vino che bevemo ci fa buono, ci fa prode...". Cos l'anonimo autore della "Vita di Cola". Eppure, anche esso, dopo la resa, fu assolto e fatto Vicario in alcune terre. Ma si ribell ancora. Andato poi a militare coi Visconti, cadde prigioniero dei papalini in Ancona. Fuggi e torn ai Visconti, pass a Venezia, fu fatto dalla Repubblica Capitano generale.... Cos, irrequieto, fino alla morte, nel 1374.
Benefica e non del tutto caduca fu l'opera dell'Albornoz : che  da collocare tra i fondatori dello Stato della Chiesa. Buon capitano e ardito soldato egli stesso, alla testa dei suoi combattenti; spirito generoso e cavalleresco; uomo di esperienza e di consiglio. Dopo la riconquista, volle riordinare le terre della Chiesa. Opera meno facile della prima, certamente; anche per colpa di quel nugolo di Rettori, Vicari, funzionari di ogni specie, che calarono dalla Francia su l'Italia di mezzo e seminarono largo malcontento. Tuttavia, le "Costituzioni Egidiane", pubblicate nel Parlamento provinciale delle Marche l'anno 1357, sono rimaste in vigore sin dopo il 1815. Era cos riaperta ai Papi la via del ritorno: prima Urbano Quinto, nel 1369; poi, pi risolutamente, Gregorio Undicesimo nel 1376. Non tornavano "come agnelli mansueti", che era la esortazione del Petrarca e la visione di S. Caterina da Siena; ma come soldati e alla testa di soldati, mercenari e stranieri. Cesena fu tutta arrossata di sangue per opera loro. Contro la guelfa Firenze, che teneva terre della Chiesa, si impegn regolare guerra. In Firenze erano, si, amici della Curia e fautori del suo ritorno in Italia, ma anche famiglie magnatizie, popolo minuto, avanzi ghibellini, che amavano poco i chierici. Grande sospetto, poi, per quella riconquista e quel riordinamento dello Stato che i Papi venivano facendo, specialmente fra Toscana e Umbria. Vi erano nei due governi motivi di reciproco sospetto, data certa antica tendenza loro di allargarsi l'uno verso il sud, l'altro verso il nord. Bisogna ricordare poi che dalle terre della Chiesa i Fiorentini traevano molti necessari rifornimenti di derrate e che i divieti di esportazione, fattisi pi frequenti da parte del Papa, mettevano quelli in gravi angustie. Perci, verso l'Albornoz, Firenze si era rifiutata di fornire qualsiasi aiuto; e nel 1371, aveva convocato oratori pisani, aretini, senesi, lucchesi per discutere su questo per essa preoccupante argomento. La Repubblica combatteva i Visconti a Bologna e nelle Romagne. Per la stessa ragione, non amava un grande dominio papale ai fianchi. Preferiva citt indipendenti e piccole Signorie!
Violenta fu la guerra fra Gregorio Undicesimo e Firenze, condotta arditamente, qui, dal magistrato dagli "Otto Santi". I Fiorentini trovarono contro la Curia quell'ardore stesso che per secoli li aveva animati contro Imperatori e Re di Sicilia. Bollarono in proclami eloquenti la cupidigia papale e la vergogna dei mercenari, promossero rivolte nello Stato ecclesiastico e ribellarono Bologna al Papa, raccolsero in lega le citt toscane e fecero appello a tutti gli Italiani, al loro sentimento nazionale, alle loro tradizioni gloriose di latinit, cio italianit, contro gli ultramontani. Ma una citt di interessi cosmopoliti, e da per tutto vulnerabile, malamente lottava col Papato! Colpiti dalle armi spirituali, dichiarati i loro beni libera preda di chiunque se li prendesse, quei mercanti si videro esposti senza difesa alle mille cupidige di rivali, di principi. E Firenze dovette venire a patti (luglio 1378), restituire le terre. Fu un grave colpo per la citt, con ripercussioni anche interne, cio tumulti di piccoli artieri e di proletari, che per un paio di anni agitarono la citt e tennero quella borghesia sotto l'incubo di un mortale pericolo. Ma neanche il vincitore gio. Lo stesso anno 1378, moriva Gregorio Undicesimo; ed al successore Urbano Sesto, regolarmente eletto, i Cardinali francesi contrapposero dopo qualche mese Roberto di Ginevra, il condottiero delle bande di Brettoni che avevano preceduto il Papa e insanguinato la strada del suo ritorno. Era lo scisma! I due Papi diedero subito di piglio alle armi. E Alberico da Barbiano, condottiero italiano di una Compagnia italiana per Urbano Sesto, ruppe i Brettoni di Clemente nella battaglia di Marino, quasi alle porte di Roma. Erano tutti mercenari, gli uni e gli altri. Ma di questa vittoria si fece gi allora grande vanto, come inizio di una riscossa nazionale e dimostrazione di un "italico valore ancor non morto"! I due Papi si volsero anche a due diversi principi: Urbano Sesto, a Carlo di Durazzo, grande nemico e competitore degli Angioini per via del Regno di Napoli; Clemente, a Luigi d'Angi, fratello del Re di Francia. Al quale Luigi con una bolla datata da Sperlonga, suo rifugio avanti la partenza per Avignone, Clemente assicurava titolo regio ed un Regno da ritagliar nello Stato della Chiesa, a sud di Ferrara: un "Regno d'Adria", che il nuovo Re avrebbe dovuto riconoscere dalla S. Sede, come gi gli Angioini riconoscevano da essa il Regno di Napoli, dopo l'investitura del 1265. Era una parziale secolarizzazione, compiuta da un Papa che si sentiva estraneo all'Italia, in un momento di bisogno e di sfiducia, "en haste et soudainement, sens deliberation et sens conseil... et assentiment des signeurs cardinaulx", come lui stesso pi tardi dichiarer. E forse non manc il suggerimento di qualche consigliere: ad esempio di Niccol Spinelli, un giurista meridionale che aveva avuto molta parte nei maneggi dello scisma ed era in intime relazioni con Clemente e con Luigi d'Angi. Una secolarizzazione di quel genere appagava tanto gli spiriti antitemporalisti del laicato colto, quanto gli interessi della Casa di Francia che da un pezzo mirava all'Italia e anche vagheggiava, naturalmente per il bene della Chiesa, la cessione del suo possesso territoriale "ad un grande Re o principe", in perpetua enfiteusi....
Ancora peggio, in quei decenni, nella vecchia Italia monarchica, cio a Napoli ed in Sicilia. Brutto anno, per essa, gi il 1266: interrotto il processo di assestamento normanno-svevo; ripresa di ambizioni baronali, con quei grandi casati che avevano tradito Manfredi a Benevento, come pi tardi tradiranno altri Re (i Sanseverino, i d'Acerra, i d'Aquino eccetera); una nuova ondata di baroni francesi, a rinfrescar la feudalit preesistente; oppressione e sfruttamento e condanne e bandi e confische innumerevoli di beni allodiali, e masse contadinesche aizzate contro i ceti di mezzo, e chierici e Ordini monastici di nuovo in auge, cio ferite gravi alla grama borghesia, in un paese gi troppo saturo di feudi e terre ecclesiastiche e demaniali. "Oh tu che vivo non conoscemmo e morto rimpiangiamo! Attendevamo dal padre dei fedeli prosperit e pace, e il padre dei fedeli ci ha mandato l'anticristo!". Cos suonava il rimpianto del morto Manfredi. Ma brutto anno anche il 1282, l'anno del Vespro, con la rovinosa guerra che ne segui, con la nuova invadenza della S. Sede nelle cose interne, con l'arresto di ogni vigore espansivo verso Oriente, con lo spezzamento in due tronconi di quel Regno che, proteso verso Africa, Balcania, Oriente, Italia del centro e del nord, aveva avuto due secoli di importanza europea. La Sicilia rappresent per un pezzo, dopo d'allora, un problema grave per Napoli (vano sforzo di riconquista e necessit di difendersene); e Napoli fu sempre pi debole di fronte ai suoi baroni, senza la possibilit di poterli infrenare con forze di altra provenienza e pi sicure! Roberto ebbe qualche decennio di prestigio nella penisola, come unico sostegno di Parte guelfa durante la lontananza dei Papi ed il minaccioso crescere delle Signorie padane e la ripresa dell'Impero, con Enrico Settimo e Ludovico il Bavaro. Qualche fantasioso poeta pot immaginare che l'Italia tutta lo invocasse signore e Re: "Sono ridotta in basso stato, le forze e la fama fuggirono, il nobile sangue, l'ordine della milizia sono mancati. Aiutami tu! Te dal profondo del cuore desiderano signore i Latini, te acclamano Re. Roma ti aspetta. Affrettati, o unica speranza dell'itala gente!". Ma poi, questo prestigio svan. Il Regno sempre pi si ritrasse non solo dalle posizioni d'oltre Adriatico, ove esso si era affermato come alto signore, ma anche dalle posizioni italiane. Gli manc la lena per una attiva politica di intervento, che del resto era resa pi difficile dalle mutate condizioni della valle del Po. Un po' le forze del Regno erano diventate impari ad una grande politica, possibile solo agli Svevi; un po' tutto il Mezzogiorno decadeva, quanto a prosperit economica, finanza pubblica, ordine interno, indipendenza di fronte alla Curia. Esso faceva cammino a ritroso, sotto taluni rapporti, e mostrava nuovamente certo suo volto originario!...
Alla morte di Roberto, apparve questo decadere in chiarissima luce. In alto e in basso, decenni di impotenza e di anarchia. Donne deboli e lussuriose sul trono, discordie e sangue entro la famiglia reale, nessuna resistenza ad una rovinosa invasione di Ungari che volevano trarre vendetta del morto principe Andrea, il brigantaggio in piena effervescenza, le attivit produttive e le risorse del paese sempre pi nelle mani di Fiorentini Genovesi Veneziani, riaperte le porte a intrighi e interventi forestieri, specialmente francesi e papali, in corrispondenza con la politica di ricostituzione dello Stato della Chiesa. Il Sud tornava ad essere, per la debolezza oltre che per la posizione sua, uno dei punti di pi vive competizioni internazionali, la porta di pi facile accesso nella penisola! Proruppero anche, circa il 1370, violente discordie fra alcuni potentissimi casati, come i Del Balzo e i Sanseverino, veri sovrani nello Stato: tanto rovinose, che un cronista del luogo data da queste discordie quasi l'annullamento del Regno. E dalla Toscana, Matteo Villani guardava senza pi nessuna fiducia a questi Re di Napoli che erano poveri di mezzi e di consiglio, disobbediti dai sudditi, senza armi, maldestri a governare e difendere lo Stato, incapaci di allestir dieci galere e tener a segno un solo barone! Le forze di dissolvimento operavano a pieno, come avanti l'Undicesimo secolo. Che forse la costruzione normanna e sveva, non espressa dal paese ma imposta, sia pur beneficamente, dal di fuori, era corrosa dalle forze locali e quasi inghiottita dal suolo, come gi erano state corrose e pi o meno inghiottite, dopo la prima grossolana sistemazione, le originarie Monarchie barbariche, specialmente in Italia? E tuttavia,  innegabile certo progresso nelle condizioni sociali della regione (scomparsa della servit della gleba), nello stato della cultura che si risente di benefici influssi toscani, negli ordinamenti municipali che sono ora in formazione; innegabile quella crescente omogeneit spirituale e di assetto giuridico che comunica una sua fisonomia, cio una sua unit, a tutto il Mezzogiorno! Ma di vita politica vera e propria, di ideali politici, in queste popolazioni o anche solo nelle classi superiori o medie, nulla o quasi nulla. Quindi, neppure uomini politici. E Niccol Acciaiuoli, grande siniscalco del Regno, che servi la regina Giovanna e Luigi di Taranto con abilit e devozione, non  napoletano ma fiorentino; come fiorentini, pisani, senesi sono gli artisti che a Napoli e nel Regno costruiscono edifici e monumenti durante l'et angioina. Pare tramontata in tal modo ogni possibilit del Regno, come di allargarsi oltremare, cos anche di affermarsi su la rimanente Italia.
Pur separati e nemici, Regno di Napoli e Regno di Sicilia dopo il 1282, tuttavia il loro destino fu eguale. Ancora sopportabili le condizioni dell'isola, sotto il lungo governo di Federico Secondo d'Aragona. Ma morto lui nel 1348, tutto sempre peggio. Gli stessi tarli roditori anche qui, la stessa debole struttura sociale, che, nell'assenza di una borghesia, aveva i suoi centri nella aristocrazia fondiaria e feudale, accresciutasi ora di elementi aragonesi, orgogliosissimi, abituati a guardar in faccia il Re da pari a pari, a contrapporre ai diritti del Re i diritti del Parlamento, cio della nobilt. Si pu dire che l'ra feudale spunt proprio adesso in Sicilia! Si ebbe, insieme, creazione incessante di feudi, anche minuscoli, e concentrazione di feudi in poche mani; un moscaio di cavalieri e conti, e famiglie come i Ventimiglia che dominavano mezza Sicilia occidentale, come i Moncada, gli Alagona, i Chiaramonti, i Peralto, i Lanza, tutti con propria zona di influenza e d'impero. Tre quarti della Sicilia sono feudo. Le citt vengono, una dopo l'altra, alienate dal Demanio regio e cedute a qualcuno. Si ha lo stesso processo di disintegrazione del vecchio tessuto sociale e giuridico, e di nuova organizzazione attorno al grande possesso fondiario, che si era verificato un po' da per tutto dopo il Nono e Decimo secolo. Anche ora, i piccoli si mettono nella clientela e protezione dei grandi e si forma l'abito mentale che tutto debba attendersi dal Signore. Le maggiori dignit ed uffici diventano possesso quasi ereditario dei Grandi. I quali, durante le agitazioni che seguono alla morte di Federico, non pagano pi i tributi che essi debbono al Re, si appropriano i tributi che gli altri solevano pagare al Re ed ai Comuni, divorano beni demaniali e comunali ormai confusi con i feudali, si mettono ad imporre essi stessi balzelli e tasse e monopoli. "Parzialit catalana" e "Parzialit latina" imperversano: cio la nobilt immigrata di recente e la nobilt indigena, con i relativi aderenti e seguaci reclutati in ogni angolo del paese e fra ogni classe. Poich le discordie dei Grandi hanno avvelenato tutto e tutti. Roberto di Napoli e Federico di Sicilia sono stati, avanti che salga la dinastia aragonese, gli ultimi rappresentanti di una regalit capace di imporre leggi comuni, assicurare ordine, difendere l'integrit del territorio.


4. - PRIMATO VISCONTEO: GIAN GALEAZZO.

Il centro di gravit della penisola si  cos del tutto spostato. Da Palermo, nel Tredicesimo secolo, a Napoli, fra Tredicesimo e Quattordicesimo; da Napoli, nel Quattordicesimo, a Milano. Qui, alla morte di Giovanni arcivescovo, fu un principio di crisi. Contro i tre nipoti suoi che gli successero, si form una coalizione per abbatterli. E ancora il Papa vi ebbe parte: ancora armi spirituali e temporali. Si fece ribellare Genova nel '56, Bologna nel '60. Ma le citt lombarde tennero fermo. Il nocciolo dello Stato resist. Altra lega del '72, la Chiesa, Napoli, Monferrato, Savoia: il territorio invaso, le citt saccheggiate, eserciti viscontei battuti, parziale ricostituzione angioina in Piemonte. Anima della lega, l'energico papa Gregorio. Ma i Visconti avevano l'unit del comando, che mancava agli altri. E si salvarono. E tornarono a lasciar libero il volo delle ambizioni che si volgevano irrequiete da ogni parte.
Da principio, specialmente verso la regione piemontese, percorsa dalle strade che batteva il commercio di Milano verso la Liguria e il mare, verso la Francia e i Paesi Bassi. In quella regione, era ancora tutto un rimescolio di citt e feudi. E di tale condizione, appunto, si era valsa Casa d'Angi, dalla fine del '200 in poi, per costituirvi un ampio dominio che dal Piemonte meridionale tendeva ad allargarsi verso il nord. Ma ora, tra quelle forze locali cominciava a formarsi certa unit, cementata da comuni interessi contro Angioini e Francesi; ed in mezzo ad esse, emergerne una, i Conti di Savoia, rappresentati, fra il '200 e il '300, da Amedeo Quinto (1285-1323). I quali perci, da ora in poi, sostengono Enrico Settimo, partecipano alle lotte dei ghibellini contro i guelfi, spesso si alleano con i Visconti, contribuendo in certo modo ad attirarli nell'orbita della regione. Nel 1339, una lega fra Savoia, principi di Acaia, Monferrato, Saluzzo, Visconti, scroll l'edificio angioino in Piemonte a vantaggio specialmente dei Savoia e dei Visconti, i pi potenti. Poco dopo (345-6) una coalizione, capeggiata da Amedeo Sesto, il Conte Verde : le milizie provenzali rotte in due battaglie, i loro condottieri uccisi, gli alleati solleciti a spartirsi la preda. Ritorno offensivo dei Provenzali nel '55, per i valichi rimasti nelle loro mani. E il dominio si ricostitu. Nuovi assalti, di Galeazzo Visconti e Bernab. Pareva che il Piemonte, mentre veniva chiudendo le sue porte ad occidente, dovesse aprirsi ai potenti Signori della media valle padana. Ma ormai i Savoia sono in grado, con le armi e l'azione diplomatica, di vigilare su l'uno e l'altro fronte, facendosi valere anche all'interno su gli altri Signori della contrada e sul ramo cadetto degli Acaia. Comincia con Amedeo Sesto ad individuarsi politicamente e prendere consistenza la regione pedemontana, il Piemonte; e quel Principe accenna a presentarsi come una delle forze decisive, nella politica dell'alta Italia. La Lega italica contro i Visconti fu, dal 1372, capeggiata da lui con assai buona fortuna militare e con discreti acquisti nel Vercellese. E lui fu, nel 1381, eletto arbitro fra Genova e Venezia, allora in guerra. Ora contro Angioini, ora contro Visconti, che fiancheggiano e premono dalle due parti lo Stato sabaudo; mirando e alla linea delle Alpi e alle citt del piano tra Piemonte e Lombardia, Amedeo Sesto batte gi la strada che poi sar tradizionale nella sua Casa.
Perci, nella seconda met del '300, i Visconti mostrarono di orientarsi verso altra direzione. Bernab guardava a Verona e Vicenza scaligere; guardava alla Toscana, dove occup per qualche anno Lucca, bisognosa di protezione, di pace, di via libera ai suoi traffici di Fiandra. Intanto, per consolidare, accreditare, legalizzare, ampliare lo Stato, faceva una lunga politica matrimoniale, sposava gli infiniti figli avuti da mogli e concubine a condottieri e principi e principesse italiani e stranieri: a Giovanni Acuto, a Francesco Gonzaga, a Stefano e Federico di Baviera, a Leopoldo duca d'Austria, a Pietro Secondo di Cipro, a Edmondo duca di Kent eccetera E cerc annodare vincoli parentali con Francia; tratt per conchiuder nozze tra una sua figlia e Federico Terzo di Sicilia, vedovo; e, morto Federico, di procurare ad un suo figliuolo la mano della giovane regina Maria. Poich anche la Sicilia accendeva qualche suo desiderio: la lontana Sicilia, piena di disordini, incerta del suo domani, insidiata da Corona d'Aragona che voleva rivendicar l'isola e intanto negava riconoscere i diritti della giovane Maria. Molti in Sicilia erano contenti che tal matrimonio si facesse e procurasse al malfermo Regno l'appoggio del pi rinomato Signore italiano. Ma anche molti occhi sospettosi. Specialmente il Papa, che mand a monte il matrimonio: senza il suo consenso, non potersi celebrar quelle nozze!... Nel 1380, Bernab si fece anche promotore di una grande alleanza con le citt e signorie di Toscana, Romagne, Marca. In questa epoca  da noi un continuo progettare, fare e disfare leghe ed alleanze, generali o regionali, di sole citt o di citt e Signori. Non conchiudono mai grandi cose. Ma sono importanti come sintomo di una esigenza unitaria, come cagione di logorio della vita autonoma specialmente degli Stati pi piccoli, a vantaggio dei pi grandi. Attraverso il comporsi e ricomporsi di quei raggruppamenti, svanisce la loro personalit, cresce l'ingerenza dei maggiori nelle faccende degli altri. Faceva presente a tutti, Bernab Visconti, il pericolo ultramontano, le ambizioni palesi del Re d'Ungheria, del duca d'Angi, dell'Impero, dello stesso regno d'Inghilterra su l'Italia. E poi vi era quella maledizione delle Compagnie forestiere! Un suo ambasciatore a Firenze si accendeva a parlar delle condizioni della penisola e dei piani che si facevano oltre Alpe, per approfittar della divisione e debolezza sua. L'Imperatore e gli altri, diceva, sono bene informati sul conto dell'Italia. Quei caporali di ventura che noi abbiamo fatto grandi, ripetono a casa loro che sar agevole procurar in Italia grandi acquisti. Specialmente la Toscana, , a loro giudizio, spacciata. Perch quindi non stringerci tutti, contro ogni straniero che osi valicare le Alpi? Ma gli altri rimanevano freddi. Bernab non era proprio esso il maggior allevatore di Compagnie di ventura in Italia? "Latronum princeps", lo chiama Coluccio Salutati. E chi poteva credere al suo amore di pace? Intravvedevano, invece, il pericolo di una sua tutela. Egli realmente si atteggiava a capo e universal difensore della indipendenza di tutti: "se ci fornirete un certo numero di uomini d'arme o ci darete i denari per assoldarli, noi ci offriamo pronti a prender sulle nostre spalle peso dell'impresa, a conservazione della patria Italia e dei collegati, in modo che n societ di ventura n straniere e barbare genti presumano invadere l'Italia contro la volont e a danno degli Italiani". Parole a cui gli altri non negavano consenso: "S,  necessaria la concordia. Se concordi, gli Italiani anche forti. Invece, ognuno di essi pensa solo al proprio quotidiano vantaggio. La nazione latina non ancora antepone gli interessi generali ai particolari...". Ma consenso solo di parole!
Pi in alto ancora, sale la Signoria viscontea con Gian Galeazzo. Essa tende fortemente verso est. Qui, Scaligeri, Carraresi, Estensi, Duchi d'Austria signori di Treviso, il Patriarca di Aquileia e la folla dei piccoli feudatari e delle comunit semilibere del Friuli. Una condizione di cose che ricorda il Piemonte, ma senza che ancora vi abbia affiorato una forza eminente e cordinatrice. Venezia  certamente il pi forte, e il suo interesse alle cose di terraferma si viene facendo ogni giorno pi vivo. Preoccupazione massima: tener libere le vie alpine. "Civitas nostra vivit de exercitio mercancie et pro majori parte cum Teothonicis et Hungaris" dice la Signoria al Visconti nel 1390. Quindi, se ad Oriente, pur senza romperla con i Turchi, si premunisce di fronte alla loro incessante avanzata ed afforza le posizioni dell'Egeo e del basso Adriatico, raccogliendo l'eredit degli Acciaiuoli di Firenze, della Compagnia catalana, dei regoli franchi di Morea, del Regno di Napoli e dei grandi signori napoletani; ad Occidente tiene testa a Scaligeri e Carraresi e Casa d'Austria, aizza sottomano gli uni contro gli altri, incoraggia gli spiriti autonomisti dei Comuni come Udine, si fa amici o lusinga Cadorini e Carnii, i Colloredo ed i Savorgnan, la gente di Venzone e quelli di Sacile, cerca governare il Patriarcato pel tramite di prelati che siano suoi cittadini o sue creature. Ma tutto questo, senza troppo slancio e troppa continuit. La Repubblica mercantesca preferisce i blandi mezzi del denaro e dell'intrigo politico, ama giovarsi delle guerre altrui e magari provocarle, anzich muoverle essa stessa. Che erano poi i rinfacci scagliati gi allora contro Venezia dai nemici e concorrenti, la ragione o il pretesto del loro invocare su di essa il fuoco;' sterminatore, al tempo della guerra di Chioggia!
Pi della Repubblica di Venezia pare che ora marci risoluto il signore di Padova, Francesco il Vecchio da Carrara. Questa citt  ascesa tra le maggiori della regione padana, nel corso del '300. Commerci attivi, relazioni economiche e finanziarie notevoli con Firenze e l'oltre Appennino, uno Studio che gi si avvia alla rinomanza mondiale del '400 e '500, sviluppo e rinnovamento edilizio con grandi piazze e palazzi accanto o al posto delle casupole di legno del buon tempo antico. Su questa base di prosperit cittadina, anche i Carraresi, che personalmente vi hanno contribuito, sono saliti assai e tendono ad altezze ancora maggiori. Loro disegno ed ambizione sarebbe ora di prendere, nella regione, il posto degli Scaligeri, ormai giunti a vecchiezza, dopo la promettente giovent di Cangrande e di Mastino. I grossi guai di Venezia, a cui i Genovesi portano guerra sino nelle lagune, per imbrigliare i cavalli di San Marco, incoraggiano Francesco da Carrara. I disordini del Patriarcato di Aquileia gli danno occasione di intervento. N i mezzi finanziari mancano a ci. Patriarca, Genovesi, Re d'Ungheria, cio quelli con cui i Carraresi hanno lavorato insieme contro Venezia, sono loro creditori. Nel 1383, il signore di Padova fa guerra al Duca d'Austria e gli toglie Treviso, acquista Conegliano, Serravalle, Ceneda, Belluno. Con ci, l'influenza austriaca, che cominciava ad affermarsi nel centro della regione veneta,  spezzata. Nel 1386, alleanza fra Carraresi, Gian Galeazzo, Estensi, contro gli Scaligeri. Questi sono battuti. E si ha il crollo! Insorge il popolo veronese, i cortigiani si sbandano, Padovani e Milanesi premono da ogni parte. Ma con i pi potenti, se  pericoloso essere nemici,  poco utile anche essere troppo amici: contro i patti stabiliti, il bottino della vittoria, cio Verona e Vicenza, se lo prende tutto Gian Galeazzo! Peggio ancora nel 1388, quando i Visconti e Venezia si mettono d'accordo contro i Carraresi, li abbattono, li spogliano del dominio, si prendono questa Treviso, quelli Padova Feltre e Ceneda.
Gian Galeazzo ora comanda da Vercelli all'Adriatico, senza contare Asti e qualche altro isolotto piemontese; controlla le principali vie d'accesso dall'Europa centrale in Italia. E non  senza intenzioni sopra Venezia stessa, che egli per met circuisce. Poco dopo, una alleanza del Visconti con Antoniotto Adorno doge di Genova e con quel Comune apre al Signore milanese anche il grande porto tirrenico. Neanche i Genovesi par che sappiano vivere pi con i loro ordini antichi. Manca la pace interna e mancano armi pari ai grandi interessi della Repubblica, ora che sul Mediterraneo si sono affacciate Monarchie come quella di Francia e come quella di Spagna: l'una premente alle spalle e di fianco, l'altra padrona della Sardegna e in attesa della Sicilia. A non contare i Turchi! Da parte sua, Gian Galeazzo ha bisogno del mare e di navi. Se il Duca vorr acquistar la Sicilia, leggesi nel trattato offensivo e difensivo con Genova, la Repubblica gli dar le navi necessarie, "patronizzandas et conducendas per patronos ianuenses"; ed egli non prender altra gente di mare a suo servizio, far piena giustizia ai Genovesi in Sicilia, difender Genova e si adoperer che anche i baroni siciliani la aiutino, qualora i Catalani le facciano per ci guerra....
A questo punto, Firenze sente che  giunta l'ora di correre ai ripari. E' da temere una ripresa viscontea verso Bologna e le terre della Chiesa e la Toscana, dove Siena gi se la intende con Gian Galeazzo. I Fiorentini, che hanno visto con dolore crollare il dominio carrarese, ora proteggono l'esule Signore, fanno alleanza con Bologna, sollecitano Venezia ad associarsi pur essa, dipingendo con foschi colori la politica viscontea, minacciosa alla libert degli Stati italiani. E sperano in Francia, amica tradizionale. Alla Francia si volge anche il Visconti. In questo tempo, la vicina Monarchia  molto attiva in Italia! Lo stesso anno 1389, ambasciatori di Firenze si mettono in cammino per la corte di quel Re; e Valentina Visconti va a nozze con Luigi di Orlans, portandosi in dote Asti, ricco gioiello. E' quasi una gara per accapparrarsi il potente signore d'oltre Alpi! Propone Firenze: fare a pezzi il dominio visconteo e darne una parte a Francia, una parte a Savoia, il resto in libert o agli antichi Signori. Ma anche Gian Galeazzo, mentre con i suoi amici Senesi, Perugini, Conti di Montefeltro, Manfredi di Faenza, Forlivesi, Imolesi, Malatesta, Estensi, Gonzaga, fronteggia senza molta fortuna la coalizione avversaria capeggiata da Firenze aiutata sottomano da Venezia; anche Gian Galeazzo ha s grandi piani. Ce li svela Niccol Spinelli, divenuto funzionario dei Visconti, dopo il servizio prestato agli Angioini ed alla Curia avignonese. Proprio attorno al 1390, egli metteva su la carta una minuta descrizione dello Stato ecclesiastico e delle sue miserie, nonch delle difficolt o meno di conquistarlo. E si domandava: come far cessare queste miserie, togliere lo scisma, ridare stabilit e sicurezza al Papa in Roma? Risposta: la Francia deve intervenire in Italia, ricevere le terre della Chiesa, organizzarle a s pur sotto l'alta sovranit papale, investirne il duca d'Orlans. Saranno contente le popolazioni di avere chi, finalmente, le difenda e le governi; cesser lo scandalo di tanti Vicari che hanno comprato l'ufficio coi denari estorti ai sudditi; verranno messi a posto quei Comuni che sono tirannie ancor peggiori delle altre, Bologna, Faenza, Ravenna, Ancona eccetera Lo Stato della Chiesa non sar pi la rovina della Chiesa stessa, che vi ha profuso vanamente, da Bertrando del Poggetto in poi, milioni di fiorini. E messo nelle mani di persona fedele, esso si conserver alla S. Sede come quello di Napoli, e diverr attivo per le finanze pontificie. Al Papa basta che rimanga, in diretta dipendenza, Roma e il suo territorio, pi il Patrimonio di S. Pietro in Tuscia.
Insomma,  ritornata a galla la stessa idea che gi aveva avuto un principio di attuazione con la bolla di Sperlonga, nel 1379; idea che si libra un po' da per tutto, in questo secolo di "servit babilonese" e di scisma, di energiche ambizioni signorili e di anelito verso una Chiesa "spirituale". Non si potrebbe cos, pensava da parte sua Gian Galeazzo, interessare Luigi d'Orlans e la Francia alle fortune della Casa viscontea, circuire la Toscana ed averla a discrezione, sgominare la coalizione ormai permanente degli avversari? Di tutto questo, Niccol Spinelli, attivissimo, parl a Corte di Francia e parl in Avignone. E parve che le trattative si avviassero a conclusione. Accettata dal Re l'alleanza; il Visconti avrebbe messo le armi di Francia sopra il suo scudo; il Re non si sarebbe ingerito nelle cose di Lombardia; Gian Galeazzo avrebbe consentito ad una spedizione dell'Orlans verso lo Stato della Chiesa; ed insieme, altra spedizione navale per Napoli, che era da toglier alla Casa di Durazzo e riconquistar agli Angioni francesi. Mancava solo la bolla di infeudazione. La sollecitava il Re, su traccia del memoriale dello Spinelli; titubava il Papa. Nell'agosto 1391, tutto era quasi compiuto. Stava per nascere un nuovo Regno in Italia, formato dalla Romagna, Marca anconitana, Bologna, Perugia, Ravenna, Todi; un Regno governato da una dinastia francese e vassallo della S. Sede, con una regola di successione, con rapporti ben determinati tra il nuovo Regno e il Regno di Napoli.... La morte del Papa, il 16 settembre, scompigliava ogni pratica.
Prese allora il sopravvento Firenze, nella gara per l'alleanza francese. E Gian Galeazzo dov cedere alla Francia la citt di Genova, che era ragione di malumori fra lui e quel Re. Ma venne il compenso. Nel 1395, Venceslao, Re dei Romani, si lasciava indurre per denaro a far di Milano e di altre 25 citt di Lombardia e Veneto, da Vercelli a Belluno, un Ducato ereditario ed investirne l'attuale Signore. Voleva dire, per Gian Galeazzo, mutare in legittimo principato una Signoria di incerte basi giuridiche, dargli maggiore indipendenza e dall'Impero e dal popolo, meglio cementare il conglomerato delle citt veramente dipendenti.... E' la prima legittimazione della nuova Signoria italiana: e precisamente di quella che tutte le altre superava in potenza. Firenze, che teneva cento occhi aperti sui Visconti, in Italia e fuori, non riusc a sventare questo colpo ed invano mand uomini suoi in Germania a sobillare i principi. Ormai, la diplomazia viscontea non val meno di quella fiorentina! Da per tutto, Gian Galeazzo ha partigiani. Anche in Sicilia. Alla sua Corte erano profughi politici e letterati di ogni provincia, e qualcuno ne attira anche da Firenze! La Lombardia in quel tempo quasi toglieva la palma alla citt toscana, in fatto di coltura. Per lo meno, coltura pi varia, ricca, aperta ad influssi nuovi e diversi, piena di fermenti. Il nuovo umanismo si propaga nel nord prima che nel centro d'Italia. Il Duomo di Milano, la Certosa e il Castello di Pavia, allora costruiti o iniziati, gareggiano in grandiosit e magnificenza con ogni altro monumento. L'Universit pavese, da Gian Galeazzo fondata o promossa, era luogo di richiamo e ravvivava antiche tradizioni del Regno d'Italia. Le citt del Ducato o comunque dipendenti da Gian Galeazzo, sebbene facessero esse le spese di questa politica assai costosa, stavano quiete sotto di lui, perch avevano, finalmente, pace interna e protezione. "Civitates extraxit de inferno et reduxit ad paradisum", scrive il cronista di Reggio, Pietro della Gazzata. Anche una solida forza militare  a servizio del Duca: fatta in gran parte di gente italiana, che ormai veniva soppiantando i mercenari forestieri, dopo il fierissimo colpo della battaglia di Marino. In quel tempo, il senso di un pericolo comune, fecondato e idealizzato dalla risorta coltura classica e dall'orgoglio di una antica grandezza, sollecitava molti fra noi ad invocare un ordine italiano, una milizia italiana, l'Italia chiusa ai "barbari", l'Impero non pi tedesco ma italiano, il Papato non pi francese e residente in Francia ma italiano e romano, Catalani Inglesi Tedeschi Provenzali Borgognoni spazzati via dalle "belle contrade". Cos Cola di Rienzo, Francesco Petrarca, Coluccio Salutati, S. Caterina da Siena, anche Signori e reggitori di citt. Non era ancora il moderno sentimento nazionale. La linea di divisione tra Italiani e non Italiani era, in politica, ancora malamente avvertita o, se pur vista, non sentita. Ma qualche cosa gi era! E Gian Galeazzo asseconda queste correnti. Con parole gioiose egli annuncia agli amici una vittoria delle sue genti d'arme, delle "sole mie genti italiane", anzi di una parte di esse, contro i Francesi del conte Giovanni d'Armagnac. Erano scesi, come sempre, baldanzosi e superbi, pieni di disprezzo per i c vili lombardi". Ma, in pochi giorni, vinti e dispersi. "Opus vere divinum", scriveva egli a papa Bonifacio Nono!
Cos Gian Galeazzo, presentendo nuove e maggiori offensive, si preparava al cimento. Poich ormai i maggiori Stati gli sono tutti contro e riescono a trovare alleati anche fuori della penisola: ad esempio, i principi tedeschi, che rinfacciavano a Venceslao il mal governo dei diritti dell'Impero; ed Isabella di Baviera regina di Francia. Si sta formando oltre Alpe, con maggiore chiarezza che non fosse al tempo del Barbarossa e dei medievali Imperatori, la coscienza della importanza grande della Lombardia: donde, poi, lo sforzo egualmente grande per impadronirsene. Gli esuli figli di Bernab ed i Fiorentini, dai quali muoveva la campagna di diffamazione contro il Duca, soffiano nel fuoco. Ed , per buona parte, loro creazione quel Gian Galeazzo che allora corse su le bocche: vaso ricolmo di superbia lussuria miscredenza, nemico d'ogni legge umana e divina, artefice "delle pi sottili malizie e slealt che alcun altro uomo del suo tempo".... Perci, nel 1398, un'altra vastissima lega antiviscontea, in cui entr mezza Italia e il Re di Francia: Venezia alla testa. E poi ancora nel 1401, dopo che Gian Galeazzo gi possedeva Pisa e Siena e Perugia e Assisi e contava buoni amici in Lucca e in Romagna. Gli alleati sollecitarono Roberto, Conte Palatino del Reno e nuovo Re dei Romani, che era poi anche spinto a tergo dai principi elettori. Ma a Brescia, Ottobuono Terzi e Facino Cane, condottieri viscontei, lo affrontarono e lo misero in rotta. Gian Galeazzo pot occupare Bologna. Firenze era circondata.... Alla corte del Signore lombardo si trovavano allora il conte Artale d'Alagona siciliano, Giacomo dal Verme oriundo dell'Alessandrino, Paolo Savelli di Roma, il genovese Baldassarre Spinola, Francesco Gonzaga signore di Mantova, Antonio conte di Montefeltro, Pandolfo Malatesta di Fano, Lazzaro Guinigi il cui figlio sar signore di Lucca, altri ancora.... Ma in questo momento, la morte lo colse, improvvisa, sul finire dell'anno 1403. Si ebbe allora come uno schianto, quasi non ancora compiute le magnifiche esequie in suo onore. Eruppero da ogni parte cupidigie e rancori di condottieri, di nemici, di signorotti spodestati. Tutte le forze che la personale virt di Gian Galeazzo teneva a freno e volgeva ai suoi fini si sfrenarono nuovamente ed ebbero il sopravvento, spezzando il vasto dominio. E non solo si staccarono le parti lontane, ma anche il nocciolo centrale si dissolse, dando vita ad improvvisate Signorie di condottieri: Gabrino Fondulo a Cremona, Pandolfo Malatesta a Brescia, Giovanni Vignati a Lodi, Filippo Arcelli a Piacenza, Facino Cane ad Alessandria, Novara, Tortona, quasi nella stessa Milano; mentre Anguissola, Landi, Scotti ed altri feudatari, mal domi e sempre pronti a coglier le occasioni, saccheggiavano l'oltre Po di Pavia. Fu un ventennio di ecclissi, nel tempo stesso che anche lo Stato della Chiesa era in dissoluzione e nessuna luce brillava ancora sul Regno di Napoli.
Solo un lampo vi fu: con Ladislao di Durazzo, giovane, violento, avventuroso. E sembr che il Regno ritrovasse la sua strada e riconquistasse sopra le forze del Nord-Italia quel primato che gi aveva avuto con gli Svevi ed i primi Angioini. Alleato con Bonifacio Nono, Papa romano, contro i Papi d'Avignone e contro Luigi d'Angi, Ladislao ebbe il Regno e nel 1400 conquist Napoli che sempre pi veniva diventando il massimo centro del Mezzogiorno. Allora, da una parte contenne fortemente ed anche crudelmente le Case baronali che, dopo aver contrapposto lui' al vecchio Re, cercavano contrapporre altri a lui; dall'altra, accenn a riprendere la vasta politica fuori del Regno. Aspir prima all'Ungheria, dove Re di origine angioina avevano regnato nel '300; e mise le mani su Zara, che ne era come la porta sull'Adriatico, di fronte alle Puglie. Lo spingevano a questa grossa impresa anche i Fiorentini che, dall'affermarsi di una dinastia amica nella regione danubiana, bene speravano per i loro commerci, in concorrenza con Venezia. Poi rinunci all'Ungheria ed a Zara, e si volse ad obiettivi pi vicini e facili. Occup Roma, quando vide che il nuovo Papa trattava con Avignone per metter fine allo scisma, e se la tenne per dieci anni. Da Roma, marci contro la ricca Toscana, ebbe Arezzo, guerreggi per vari anni con Firenze, con Siena, con Pisa, col loro alleato Luigi d'Angi, facendo aspro governo delle campagne ma atteggiandosi ad "amatore delli popoli e distruttore delli tiranni", come era scritto sopra la sua bandiera. Aveva, a servizio della molta sua ambizione, anche certa capacit politica e virt guerriera. E l'autorit regia nel Sud parve che rimettesse con lui qualche penna, in rispondenza ad un bisogno profondo, ad un sentimento diffuso di tutto il paese: il quale, pur in mezzo alla alterna vicenda dei Re e delle dinastie, era ormai tradizionalmente monarchico, specialmente negli strati mezzani e inferiori, e disposto ad accettare sempre un Re, qualunque Re, anche straniero.... Ma le sorti degli Stati, in Italia forse pi che altrove, sono nel '300 e '4oo ancora troppo legate alla personale virt di un capo, non avendo essi raggiunto un proprio interno equilibrio. Perci la morte immatura di Ladislao, nel 1414, ricacci il Regno in un disordine peggiore di prima, mentre progredivano in Toscana, in Piemonte, nella regione veneta, Firenze, i Savoia, Venezia.



Capitolo diciannovesimo.
Grandi e piccole Monarchie in Europa (Quattordicesimo-Quindicesimo secolo).


1. - PROGRESSI DI MONARCHIE D'OCCIDENTE.

Si perfeziona, nel Sedicesimo secolo, l'ordinamento politico dell'Europa e pi grande si fa, oltre i confini antichi, il quadro dell'Europa stessa. Dove era materia frammentaria e poco coerente, citt e feudi viventi a s o con debolissimo legame e fiacca dipendenza, ora sono organismi pi vasti, iniziative statali che limitano quelle delle citt e dei feudi e dei gruppi sociali, Re e governi che diventano i personaggi principali del dramma, laddove erano stati poco pi che comparse. Ed aspirazioni larghe, politica estera che guarda lontano, conati di espansione e di conquista diretti da menti e volont consapevoli, dietro le quali si intravedono forze nazionali in fermento.
Nell'estremo sud-ovest del continente, i molti piccoli Stati sorti successivamente sul territorio strappato ai Mori, quasi segnando le tappe della riconquista, sono ridotti, oltre a qualche altro di scarsa importanza, al Regno di Portogallo, al Regno di Castiglia, al Regno d'Aragona. Il primo, disteso sull'Oceano, vive piuttosto a s, con la fronte rivolta al mare; da cui quel piccolo e ardito popolo trarr la sua fortuna, seguendo il proprio impulso ed anche l'esempio dei Genovesi grandi maestri del navigare e del costruir navi ai popoli d'Occidente, anzi prendendoli al proprio servizio perch navigassero alla ricerca di nuove terre lungo le coste dell'Africa occidentale. E su la scia dei fratelli Vivaldi, avventurosi cercatori di nuove vie lungo le coste dell'Oceano africano, si metteranno poi i Portoghesi o altri Italiani per conto dei Portoghesi, come Cadamosto e Usodimare. Vita politica pi complessa  riservata agli altri due Regni e, in ultimo, pi alto destino. Nessun vincolo gerarchico fra essi; anzi, frequenti discordie e lotte, specialmente ora che non sovrasta su , tutti il comune pericolo arabo. Ed all'interno, hanno una potente nobilt, cresciuta di numero e di ricchezza. terriera con l'ingrandirsi dei Regni. E' una forza militare; ma pure una debolezza politica, poich essa tende anche qui a mettersi di fronte al Re come da pari a pari e spogliarlo dei diritti della Corona. Tuttavia fanno da contrappeso le citt: vecchie citt riconquistate, o nuove citt sorte sui territori rivendicati, come nella Germania orientale. Li dentro, piccola borghesia e gramo artigianato, salvo, a specchio del Mediterraneo, nuclei ben promettenti di mercanti e navigatori. Ma esse sono pur sempre centri di vita urbana, in mezzo a campagne semideserte e povere. Ad esse si volge il principe, nei suoi bisogni finanziari; di esse si giova per resistere alla pressione dei Grandi, sollevandole nell'ordine costituzionale al livello della nobilt e del clero. E gi a mezzo il Dodicesimo secolo, cio prima che in Inghilterra, erano comparsi nelle Cortes o Stati generali di Castiglia i rappresentanti degli altri Ordini, e vi avevano acquistato una posizione sempre pi centrale, ed esercitato una influenza sempre pi decisa su la politica interna ed estera del Regno. Anche con le citt, il Re deve contrattare e transigere; ma accortamente manovrando, contrapponendo uno Stato ad altro Stato, facendo da arbitro nelle loro differenze, egli un po' per volta si innalza e si costituisce una forza propria.
Storia oscura e di lento svolgimento, prima che essa sfoci all'unit iberica ed alla Monarchia di Carlo Quinto; ma sul finire del '200, quei Regni hanno gi rapporti di cultura, di politica, di scambi economici con l'Europa, specialmente con la Francia e l'Italia, e pesano su le vicende europee. Alfonso Decimo di Castiglia, che accoglie trovatori italiani nella sua corte e fa armare a Genova le sue navi, coltiva anche amicizie in Toscana e Lombardia, dove qualche poeta lo canta in versi latini; manda soldati alle guerre dell'alta Italia contro i Francesi e riceve da capiparte ghibellini giuramento di fedelt; spera in un dominio italiano
e persino nella Corona imperiale, offertagli dai Pisani. Nel frattempo, suo fratello Arrigo, infante di Castiglia, diventa Senatore di Roma e, dal 126o in poi, partecipa alle ultime lotte degli Svevi contro Carlo d'Angi. Col riconoscimento di Rodolfo d'Asburgo all'Impero, nel 1274, la stella italiana del savio e colto Alfonso par che si oscuri. Ma sfavilla, poco dopo, quella di Aragona. L'Aragona  ora in grande empito. Attraverso la Catalogna e Barcellona respira anche essa sul mare, domina le Baleari, comincia ad essere presente in tutti i porti del Mediterraneo. Le conquiste di Giacomo 1 hanno dato ricchezza e ardore a questi Spagnuoli del Regno d'Aragona. Gli scrittori coevi parlano dello spirito di iniziativa che li anima: "Son gents ab qui conquistariem tot lo mon", dice il cronista Ramon Muntaner. E difatti, Pietro Terzo conquista la Sicilia, dopo il Vespro. E Giacomo Secondo comincia a conquistar la Sardegna. Non solo Pisa, ma anche Genova, che ha la Corsica, si sente diminuita e minacciata. I piloni di un ponte verso l'Italia sono gettati! La Spagna sorta dalle guerre contro gli infedeli si volge verso la penisola, in concorrenza con Provenzali e Francesi. Le future lotte tra Francia e Spagna per il possesso dell'Italia sono all'orizzonte. E gi ora si delinea una superiorit spagnuola! Con i mercanti e navigatori e soldati, si muove anche altra gente. Girano il mondo e fanno capo specialmente all'Italia, dalla penisola iberica, Raimondo Lullo (morto nel 1315), antiaverroista ardente, appassionato studioso di lingue orientali, missionario fra gli infedeli, scrittore fecondissimo, con una sua idea di riformare il genere umano; Arnaldo da Villanova, giurista; medico, astronomo, alchimista, profeta, che noi incontriamo a Roma, a Napoli, a Bologna, in Piemonte eccetera, rappresentante tipico di quella scienza medievale ormai declinante, che aveva avuto a Tolosa e nella Spagna il suo maggior centro.
L'idea, l'ambizione di un suo primato sono ben formati nella nazione francese, al tempo di Filippo il Bello, ed animano la politica del Re e dei suoi ministri. Gli uomini che all'interno lavorano a piegar i grandi feudatari, ad accrescere le terre della Corona, a rivendicar le provincie occupate dagli Inglesi, ad emanciparsi dalla Curia papale, tendono anche ad affermare, nell'Europa. la Francia. Le stesse idee di riforma chiesastica che spesso affiorano attorno a questi discendenti di Carlo Magno e di Luigi il Santo, hanno, su lo sfondo, la visione di una Francia egemonica. Viceversa, va perduta, nel 1284, la Sicilia e perduti molti possessi piemontesi. Gli sforzi di Filippo il Bello per sottrarre agli Inglesi la Guienna non riescono. Anche l'ambizione sua di cingere, esso o Carlo di Valois, la corona di Germania, stabilire una unione personale fra i due Regni e giungere all'Impero non pu essere appagata, e si risolve in un eccitamento dello spirito nazionale tedesco contro la Francia e contro il Papato. Il quale si  venuto, si a porre sotto il controllo del Re e seconda molti atti del Re, in Germania ed in Italia. Ma il prestigio papale si  assai logorato in questo tempo. Cio, volendo servirsi del Papato come strumento di particolari interessi nazionali e dinastici e trasformarlo da romano, cio universale, a francese, si  tolto ad esso non poco del suo vigore e del suo prestigio internazionale. Il Papato viveva di libert!
Neanche la politica verso le antiche provincie di Lotaringia, cio le Fiandre, feudalmente soggette all'Impero, ha grande fortuna. Luigi Nono la aveva condotta con molto vigore, al tempo delle lotte fra le due famiglie comitali dei d'Avesnes e dei Dampierre. Ed era riuscito a promuovere la indipendenza delle Fiandre dall'Impero, ormai impotente a mantenere i suoi diritti, "spada senza punta", come diceva il conte Guido Dampierre, divenuto fra '200 e '300 il pi potente principe dei Paesi Bassi, con influenza assai grande sul paese di Liegi, su la Gheldria, sul Lussemburgo. Approfittando ora delle lotte fra i patrizi delle citt, che si sentono diminuiti da questa potenza, ed il Conte, che ha abolito la ereditariet dello scabinato e concesso una rappresentanza agli artigiani nei Consigli cittadini, Filippo il Bello conquista esso il paese. Il giglio domina sul leone di Fiandra; feudalit e patrizi urbani, i "Liliardi", riprendono animo. Ma ecco si sferra la reazione popolare, politica e nazionale insieme. Pietro de Coning, a Bruges, d unit e parola d'ordine ai malcontenti. Nel 1301, violenta sommossa. Muove la Francia in aiuto dei Grandi; si alleano pi strettamente il Conte e i "piccoli". E si ha un massacro di patrizi e di Francesi, riconosciuti per tali dalla cattiva pronuncia di una parola fiamminga. Dopo il "Vespro siciliano", le "Mattine brugensi"! E non  solo massacro entro le anguste vie di una citt; ma anche sconfitta in campo aperto. Dopo Bruges, altre citt sono insorte. Se non le citt, i loro artigiani hanno fatto causa comune con gli insorti: come a Gand. Ed a Courtrai, Roberto d'Artois, la nobilt di Champagne, di Piccardia, d'Artois, i "Liliardi", i mercenari genovesi presi al soldo, cio le forze di Filippo il Bello soggiacciono al disperato assalto dei tessitori e contadini e fanti delle citt insorte, guidati da Guglielmo di Juliers, 11 luglio 1302. Dei cavalieri si fa strage, ed un carico di sproni  offerto a Nostra Donna di Courtrai. Grande la risonanza di questa rotta! Grande l'entusiasmo degli ambienti popolari e borghesi di mezza Europa! Vi , pi tardi, un principio di riscossa francese. E nel 1328, Filippo di Valois vince a Cassel i tessitori di Bruges. Ma il dominio delle Fiandre  in gran parte perduto!
E poi la Francia comincia ora a travarsi impigliata e logorata nella secolare guerra con l'Inghilterra. La schermaglia durava da un pezzo e non solamente fra le due dinastie, ma sempre pi anche fra le due nazioni. Per lo meno, in Francia. E si era visto gi al tempo di Filippo Augusto e della vittoria di Bouvines contro Tedeschi e Inglesi. Motivi economici si aggiungono a quelli politici. Bussa alle porte del continente europeo e quindi, innanzi tutto, della Francia e dei Paesi Bassi, l'Inghilterra commerciale e navigatrice, l'Inghilterra che esporta lana in continente e comincia a comprar panni dalle Fiandre e dall'Italia, ma vorrebbe farsi una propria industria e navigare con le sue proprie navi e anche affrancarsi dai mercanti di terra ferma che ora dominano il suo mercato isolano. L'Inghilterra ormai avverte tutto quello che succede lungo le coste prospicienti dei Paesi Bassi; e reagisce non appena uno Stato continentale vi stende sopra le mani. Tutto questo, innestato su le vecchie ragioni di guerra, spiega la ripresa della grande lotta dopo il 1330. Vi  un programma massimo da una parte e dall'altra. La Francia intende riconquistar tutto il territorio nazionale, contro il potente vassallo inglese che vi si accampa da Re; il potente vassallo vorrebbe estendere le posizioni occupate ed assorbire tutta la Francia. E nei primi decenni, sembra che l'impresa debba riuscire al vassallo. Splendide vittorie inglesi a Sluys, a Crcy, a Calais, a Poitiers (1340-56); magnifica fanteria, arcieri e balestrieri abilissimi, che fiaccano l'impeto della cavalleria francese, realizzando cos, gi prima delle armi da fuoco, la superiorit del popolo armato sopra l'aristocrazia; Calais trasformata in colonia e piazzaforte inglese, imprendibile per due secoli. Nella grande isola, regna piena concordia interna, il Parlamento  solidale col Re, la borghesia non avversa, il commercio inglese in sviluppo, al timone dello Stato uomini come Edoardo Terzo, soldato, politico, accorto negli affari. Laddove la Francia ha il re Giovanni prigione e il fiore della sua cavalleria distrutto o umiliato dalle non sempre onorevoli sconfitte; il territorio nazionale, ancora di pi menomato e tutto il paese in crisi grave di animi; il terzo Stato, gi stretto al Re, ora in rivolta e padrone di Parigi, sotto Stefano Marce(, capo dei mercanti; le masse rurali, tumultuanti contro signori e proprietari, pi capaci di taglieggiare i villani che non difenderli davanti all'invasore!
Poi la ruota della fortuna gira. La Francia  riportata in alto. Gi, la vittoria di Poitiers non aveva dato frutti politici pari alla gloria militare. E il compito degli Inglesi cresceva di difficolt, col crescer del territorio conquistato. Poich la difesa si organizz meglio, spostando il centro delle forze militari dalla cavalleria feudale alla milizia territoriale, ai mercenari, anche all'artiglieria che fa le prime prove; la provincia aiut, nel riacquisto della capitale e nella vittoriosa lotta contro i borghesi di Stefano Marcel; la "jacquerie", cio la rivolta contadinesca, fu soffocata; il sentimento nazionale francese sprigion faville ed anim l'opera di Carlo Quinto re. Le buone fortune sul fronte occidentale si risolsero in maggior vigore politico anche su quello orientale. E si ebbe, per qualche decennio, una ripresa di iniziative galliche in Italia, verso Genova e verso Milano. Nuovo mutamento fra il '300 e il '400, quando il governo francese, malato il Re, cadde nelle mani dei principi del sangue, specialmente di Luigi Orlans e del duca Filippo di Borgogna, ambiziosi capi di due partiti, Armagnacchi e Borgognoni. Invece, un energico, abilissimo Principe sul trono inglese, Enrico Quinto, con nuovi e pi ferini propositi di conquistar la Corona di Francia. E vi furono nuove vittorie militari, massima quella di Azincourt (1415). La Borgogna e i suoi Duchi fecero causa comune con la Corte inglese. Enrico Quinto fu chiamato dal debole e mal fermo Carlo Sesto ad erede del trono e proclamato Re a Parigi. Ma, di nuovo, scatto della nazione francese, che sopperisce essa alla deficienza del potere regio e si stringe attorno alla propria dinastia, sollecita il Delfino all'incoronazione di Reims, suscita eroine come Giovanna d'Arco e fa di essa il condottiero dell'esercito, il liberatore di Orlans. Fino a che, anche la Monarchia riprende, con Carlo Settimo; e con lui, l'esercito  riorganizzato e quasi diventa esercito permanente, la Guienna e la Normandia sono conquistate. E' in vista Luigi Undicesimo, cio la piena restaurazione monarchica e l'unit nazionale francese; mentre l'Inghilterra, sconvolta dalla guerra civile delle Due Rose, si apparta per qualche decennio, avanti di riprendere i suoi contatti non pi solo con la vicina terra di Francia ma con tutto il continente.
Attorno a questa zona tempestosa d'Europa, che  Francia ed Inghilterra, vi  largo movimento di acque. La Francia ha con s il Re di Boemia, Alfonso di Castiglia, gli Scozzesi che gi compaiono nella storia come gli alleati di tutti i nemici d'Inghilterra. Anche feudatari olandesi appoggiano il Re di quando in quando, contro i borghesi fiamminghi. I Plantageneti, da parte loro, fanno qualche affidamento su Ludovico il Bavaro (come gi, su Ottone Quarto imperatore, il Re inglese Giovanni senza terra), sul Portogallo, sul regno d'Aragona, su altri signori del Basso Reno. Insomma, tutte le contese particolari dell'Europa sfociano in questa pi grande e pi centrale contesa. E poi, l'Inghilterra comincia ad essere ricca e gi appare nella storia d'Europa come esperta a procacciarsi alleati continentali e finanziare chi combatte le sue guerre! Ci interessano specialmente le condizioni del paese che  intermedio tra Francia e Inghilterra e che perci pi risenti il contraccolpo del loro urto e pi vide per qualche tempo i suoi problemi interni fusi con i problemi internazionali; dico le Fiandre ed i Paesi Bassi. E' un piccolo paese, ma sempre pi centrale in Europa; e poi, premuto e conteso dalle maggiori forze politiche del tempo, Francia, Inghilterra, Impero. Ognuno dei quali ha li amici e nemici. Cos la feudalit fiamminga spera in Francia, mentre quei borghesi e popolani gravitano verso il Regno d'oltre Manica, per difesa delle loro autonomie urbane dalla Francia e per difesa dei loro interessi di esportatori di manufatti e importatori di lana. Invece, la aristocrazia olandese, volendo emanciparsi dall'Impero,  piuttosto incline verso l'Inghilterra; e la borghesia tiene a conservar buone relazioni con l'Impero, per aver aperte le porte della Germania ai suoi commerci. Regione politicamente frammentaria; seminata di citt, tanto che fra qualche secolo essa apparir a Ludovico Guicciardini come una sola grande citt, ma anche di dinastie feudali come i conti di Fiandra, i duchi di Brabante, i duchi di Gheldria, i conti d'Olanda eccetera; essa sta ora compiendo una evoluzione politica che ricorda quella dell'Italia. Forza d'impulso potente sono i nuclei borghesi: specialmente di Fiandra. Il '200 e il '300, epoca di straordinaria vitalit per questa e per le vicine regioni. Approfittano del declinar dell'Impero, delle lotte fra i maggiori casati e i Vescovi signori, del logorio della mezzana nobilt campagnuola. Ma, pi, si riflette sul progresso di queste regioni il progresso dell'Europa circostante, ove si sono moltiplicati i rapporti e gli scambi fra nord e sud, fra est ed ovest, fra Inghilterra e continente. Nodo di grandi strade non  pi solo l'Italia. Baltico e Mare del Nord stanno diventando tramite di larghe attivit mercantili. Cos, popolazione, ricchezza, nuclei urbani vecchi e nuovi, cultura propria eccetera, tutto  in crescere, nelle Fiandre e attorno. Si avvertono anche i segni di una personalit nazionale che ha coscienza di s, tanto di fronte a Tedeschi quanto a Francesi, pur essendo il paese aperto agli influssi spirituali dell'una e dell'altra gente e civilt. Gand, Lille, Ypres, Douai, Bruges eccetera e, nel vicino Brabante, Lovanio, Bruxelles, Anversa eccetera hanno magnifici edifici pubblici, movimento di affari grande, industrie tessili che stan guadagnando ricchi mercati. Come in Italia, si contrastano qui patriziato urbano e grassa borghesia da una parte, mezzani e piccoli borghesi dall'altra, a cui si mescola, con atteggiamenti vari, un numeroso ceto di lavoratori che sono quasi proletari. Quelli monopolizzano gli uffici, occupano ereditariamente lo scabinato, sono la forza armata, limitano o vietano il diritto di associazione, tengono bassi i salari; questi vogliono uscir di tutela, partecipar agli uffici, associarsi, elevare i salari. In mezzo ai pi umili strati, fermentano anche speranze apocalittiche, aspirazioni di una grande riforma fra sociale e religiosa, che porti in alto "i piccoli", tanto pi degni e vicini a Dio. Anche qui, come in Italia, i ceti superiori delle citt stanno attaccati alle loro istituzioni comunali; piccoli borghesi e artigiani e popolo minuto par che tendano verso un signore, che in Fiandra, nella seconda met del Tredicesimo secolo,  Guido di Dampierre. Insieme col quale, essi difendono l'indipendenza del paese, contro patriziato e Francia.
Quando si accende la grande guerra fra le due Monarchie, il Conte di Nevers, salito al potere dopo il rovescio militare dei popolani,  ligio alla Francia e ne applica le ordinanze contro l'Inghilterra. L'Inghilterra risponde vietando l'esportazione della lana e la importazione dei panni fiamminghi. Pu essere la rovina! Ed ecco a Gand, in difesa della neutralit e della libert di traffico, Giacomo di Artevelde, grosso mercante di panni, singolare figura di capopopolo, che rappresenta l'alleanza delle varie frazioni popolari, artigiani e mercanti, contro il potere feudale del Conte, contro il patriziato ancora potente e chiuso, contro la loro politica estera che porta il paese alla rovina. Egli si trascina dietro il popolo, si fa dare l'amministrazione generale della citt, si accorda con l'Inghilterra che assicura larghi favori, e quasi un Signore di stampo borghese. Altre citt lo seguono, le popolazioni lo acclamano salvatore. Gli avvenimenti presero poi cattiva piega, i due Re fecero tregua, la Corona inglese non mantenne le promesse, vi furono carestia e torbidi a Gand, insurrezione di tessitori, uccisione di Artevelde, dittatura di popolani minuti, come a Firenze coi Ciompi. Ma questi ultimi rimasero fedeli all'intesa con l'Inghilterra, durante il breve trionfo. Non molto diversamente, nelle regioni attorno. Dalla guerra franco-inglese, i mestieri trassero motivo e occasione per nuovi movimenti. La peste nera aggrav la situazione, a Ypres, a Bruges, a Gand. Sempre alla testa, i tessitori, i pi miseri e i pi violenti, che tendevano a risolvere i problemi sociali con una spogliazione dei padroni e dei ricchi. Si aggiungeva anche la concorrenza inglese, che cominciava a farsi sentire; e poi la politica protezionista di quel governo, in fatto di industria laniera. Fra il 1355 e il 1380, fu tutto un succedersi di rivolte popolari e reazioni aristocratiche nelle citt, con centro il Brabante e la Fiandra. E l'effetto fu che parecchie di quelle oligarchie furono rovesciate e si giunse ad una pi equa ripartizione degli uffici. Per esempio, a Lavanio. A Gand, torn al timone il figlio di Giacomo Artevelde, Filippo. Ma il Conte spodestato invoc Carlo Settimo di Francia: e questa volta, la massa disordinata dei popolani che seguiva l'Artevelde fu disfatta e il suo capo ucciso in battaglia. Le speranze dei "piccoli" facevano naufragio, qui e altrove; ma in generale, l'equa rappresentanza dei vari gruppi, patrizi e mestieri, fu mantenuta.
Non meno importante, un altro risultato di questo lungo travaglio interno ed esterno: cio un crescente avvicinamento dei principati belgi, in origine ben distinti. Si attenu fra le citt lo spirito litigioso e di rivalit. Operarono in senso unitario mercanti ed artigiani, fra i quali ultimi si era sviluppata una coscienza di classe, che quasi annullava le barriere fra citt e citt. Operarono anche i Duchi e Conti dei paesi vicini. E fu memorabile il trattato tra Brabante, Hainaut, Olanda del 1339: libert di commercio ed aiuto scambievole, moneta comune, arbitrato nelle eventuali controversie. Poco dopo, anche il Liegese tratt col Brabante. E la Fiandra dichiar di voler essere indissolubilmente legata col Brabante. Si proclamava che il paese tutto aveva bisogno di pace, perch esso viveva di commercio e solo di commercio. Questo processo unitario, che investiva specialmente le provincie dell'ovest e sud-ovest, cio i principati belgi, si acceler quando estintasi la famiglia dei Conti di Fiandra, nella seconda met del '300, ascese al governo la Casa di Borgogna. Si faceva pi netta, allora, anche l'individualit nazionale e politica della regione, di fronte all'Impero, all'Inghilterra, alla Corona di Francia stessa. Ch se Filippo l'Ardito, primo duca di Casa borgognona e figlio di Giovanni il Buono re di Francia,  ancora orientato verso la vicina Monarchia e la serve contro l'Inghilterra ed ha in terra francese i suoi maggiori interessi; poi si ha Giovanni senza Paura (1419 e seguenti), che fa di Gand la sua sede stabile e vuol fondare uno Stato a s vero e proprio; si ha Filippo il Buono che consegue grandi vantaggi territoriali verso il nord-est e l'est, mantiene una bella Corte, incoraggia commercio e cultura e arti paesani; si ha infine Carlo il Temerario. Quando egli giunge al potere, il Ducato comprende anche il territorio di Namur, il Brabante, l'Hainaut, l'Olanda, l'Artois, il paese di Utrecht. Affiorano ambizioni di ricostruire, su basi ancora pi larghe dell'antica, il Regno di Lotaringia. E specialmente, spirito di indipendenza da Francia, anzi di rivalit.


2. - POPOLI E STATI BALTICI, DANUBIANI, BALCANICI.

Eguale tendenza verso una sistemazione unitaria degli elementi frammentari della vita medievale, feudi e citt, ci mostra la vicina regione baltica che , dopo il '200, punto di convergenza di forze etniche e politiche molteplici, teatro di lotte per la prevalenza. E strettamente connesse sono organizzazione interna e affermazione egemonica dell'uno o dell'altro elemento. Cresce in potenza e coesione l'Hansa, che ha in Lubecca il suo maggior centro. Fra gli Stati scandinavi, emerge la Danimarca, che ha una storia assai legata con la storia della regione germanica retrostante, oltre che con quella degli altri paesi baltici. E verso queste due direzioni, essa tende il suo sforzo. Al principio del Tredicesimo secolo, Valdemaro Secondo era riuscito ad imporsi largamente intorno a s. Poi di nuovo, fra il '200 e il '300, Enrico Menved, la cui morte segna un nuovo crollo della potenza danese, mentre a nord Svezia e Norvegia si univano per la prima volta sotto un solo Re. In fine, con Valdemaro Quarto, 1340-75, abbiamo un nuovo restauratore dello Stato contro l'aristocrazia, un liberatore del paese dall'influenza tedesca, un ricostruttore del dominio danese nel Baltico. Affondata a Helsingfors la flotta dell'Hansa, alleata col Regno di Svezia e Norvegia, egli restringe le franchigie commerciali delle citt della Lega. Lubecca e Rostock gli obbediscono feudalmente. Si scioglie l'unione dei due Regni pi a nord e la Norvegia si allea con la Danimarca. Momento decisivo per l'Hansa, attorno a cui crescevano le resistenze, col consolidarsi delle prime Monarchie baltiche. Ma, per allora, essa trasse dal pericolo nuova energia, pi vivo senso di solidariet, stimolo a rinsaldare i vincoli federali. E' il tempo, questo, che l'Hansa agisce veramente come uno Stato federale, traendo a s, come attorno ad un centro, anche principi e nobilt della bassa Germania, ostili alla Danimarca. Cos Valdemaro fu vinto. E la pace di Stralsund nel 1376 segn il culmine, politico oltre che commerciale, dell'Hansa. La quale, anche dopo l'unione dei tre Regni baltici, sancita a Calmar nell'anno 1397, dietro iniziativa della regina Margherita di Norvegia, per un secolo ancora cont come potenza di decisiva importanza in questa Europa baltica: cio per tutto il tempo che non mut sostanzialmente l'assetto politico del territorio retrostante e non parteciparono alla vita dei traffici altre nazioni pi solidamente organizzate.
Questo mutamento e questa partecipazione cominciano a verificarsi nel Quindicesimo secolo: e innanzi tutto, nella vasta e ancor quasi vergine regione posta a sud e sud-est del Baltico! Qui si fa innanzi il mondo slavo. E noi lo vediamo, specialmente ad occidente, dove sono vivi i suoi contatti con l'Europa, inquadrarsi politicamente, differenziarsi nelle sue varie stirpi, individuarsi queste di fronte alle genti non slave. Si ha il duplice sforzo di avvicinarsi e assimilarsi al mondo germanico e romano-germanico e, nel tempo stesso, di organizzare una propria vita statale e nazionale, nell'ambto delle varie stirpi. La nostra attenzione si fissa innanzi tutto su la Polonia. Qui, alla miriade dei principati discordi e senza omogeneit di popolazione, allo strapotere di una nobilt latifondista e di una Chiesa carica di privilegi, al disordine del brigantaggio e delle invasioni tartare, alla prevalenza dell'elemento germanico, sta succedendo un nuovo ordine interno, una organizzazione statale pi coerente, una legislazione pi omogenea, una maggior indipendenza. Personalit direttive e rappresentative di questa nuova fase di storia polacca sono re Ladislao, 1281-1333, e re Casimiro il Grande, 1333-70, ultimo dei Piast. Importanti accadimenti furono, sotto Ladislao, la alleanza e il vincolo parentale con la Lituania, attirata cos per la prima volta nell'ambito dell'Europa civile; e la lotta con i Tedeschi insorti della grande e piccola Polonia, riunite da lui. Grande , in Polonia, l'importanza dell'elemento tedesco, il pi colto, il pi operoso economicamente, forza animatrice delle citt. Ancora nel '300, a Leopoli e Cracovia si instaura il "diritto di Magdeburgo", cio l'ordine costituzionale di questa citt. Ma ormai siamo all'urto. Contro i Tedeschi, Ladislao raccolse il pi delle forze schiettamente paesane, in special modo la piccola nobilt o "szlachta", destinata poi a rappresentar una parte di primo ordine nella storia del paese, e compi repressioni sanguinose. Stormi di cavalleria polacca e lituana corsero poi i vasti piani del Brandeburgo, dominio dell'Ordine Teutonico. Assalito alla sua volta dall'Imperatore, dal re Giovanni di Boemia, dai Teutonici, Ladislao riport una grande vittoria a Provcz, nel 1331. Derivarono, da questa lotta contro i Tedeschi, vantaggi e danni alla Polonia. Ch alla nobilt il Re dov pagare il conto di quei servigi; e la borghesia, reclutata quasi tutta fra i Tedeschi, ebbe un fiero colpo, fu esclusa dalla vita politica, non pot pi servir di contrappeso alla nobilt. Prosegue l'opera Casimiro: avvicinarsi all'Occidente, e insieme resistere al germanesimo; proteggere i contadini che vedono in lui quasi il for proprio Re, e frenare la "szlachta" e il clero; ingrandire il Regno verso la Rutenia rossa e la Volinia. Alla sua morte, il Regno si stende dalla Posnania al Pripet e mantiene stretti legami con Ungheria e Lituania. Era, la Lituania, una vasta regione baltica, semibarbara ancora e semi-pagana, non ostante che vi si fosse cominciato a diffondere il cristianesimo sotto Mindvog, consacrato Re da un Legato di Innocenzo Quarto, nel tempo che anche in Volinia faceva qualche progresso la romanit, con il principe Daniele Romanovic. E Livonia e Volinia si erano appoggiate egualmente a papa Innocenzo, contro i principi di Russia e contro i Mongoli.
Pi importante la Monarchia di Santo Stefano, nel cuore della regione danubiana, solcata e avvivata dalle acque di un grande fiume unificatore. Nel '300, anche essa  in crescere, con i due Re usciti dal ceppo degli Angioini di Napoli e con tutti i fermenti di una pi progredita coltura che essi Re trassero dall'Italia. I due Re sono Carlo Roberto, 1308-42, e Luigi, detto il Grande, 1342-82. Dopo che, sotto gli ultimi Arpad, la nobilt magiara si era sovrapposta al Re e aveva messo in pericolo l'unit dello Stato, ora si ha un nuovo riemergere del potere regio. Favorendo citt, commercio, studi, classi minori; circondandosi di funzionari devoti; abbassando le Diete, sempre animate da velleit di ribellione; i due Re instaurarono una forza militare di primo ordine che rende possibile una politica estera di largo respiro verso la Polonia, a nord ed a nord-est, verso l'Adriatico e l'Italia, dove il Regno si urta specialmente con Venezia che gli vorrebbe chiudere la porta sul mare, verso il mar Nero e la Balcania, fra Moldavi e Valacchi.
Anche qui albeggiava. Emergevano di nuovo le vecchie genti romanizzate, in mezzo alle stirpi diverse che li si incontravano: Bizantini e Slavi di Russia e di Serbia; mercanti italiani che vengono di Caffa e di Pera; Ragusani che hanno scali sul Danubio, a Temesvar, a Silistria eccetera; Tedeschi di Galizia e di Transilvania e sino di Valacchia e Moldavia, dove i Cavalieri Teutonici avevano fondato Campulung, popolato Targovisto di mercanti e artigiani, fatto di Baia un importante stabilimento. E da costoro quelle genti romanizzate traevano stimolo. Si era cos costituito, nel '200, il principato di Valacchia; poi, quello di Moldavia, a fianco dei Bulgari e dei Serbi, anche essi affaticati nello sforzo di organizzarsi politicamente. Come nei Regni vicini di Ungheria, di Polonia, di Boemia, qui in Valacchia e in Moldavia si tende egualmente ad afforzare internamente la ossatura dello Stato e ad espandersi fuori. Circa il 1330, il principe Basarab  detto "gran voivoda di tutto il paese romeno"; Alessandro il Buono, al principio del 1400, assume titolo di "autocrate". Lo stesso, pi a sud, ove non mancano chimerici sogni imperiali. Cos i Bulgari sono riusciti a metter insieme, fino al Quattordicesimo secolo, un grossolano conglomerato territoriale su cui essi dominano: un Impero bulgaro. Vi , nel '300, anche un Regno serbo che re Stefano Dusan lavora ad ingrandire ed elevare. Egli  tutto preso dal pensiero di riunire insieme i vari paesi balcanici, giungere a Costantinopoli, cingere qui la corona imperiale: insomma raccogliere l'eredit della Roma d'Oriente, come Carlo Magno aveva raccolto quella della Roma di Occidente. E realmente, Stefano Dusan, dal 1331 al 1355, toglie ai Greci ed agli Angioini di Napoli, l'Epiro, la Tessaglia, l'Albania; caccia quasi del tutto dalla Macedonia i Bizantini; si fa, nel 1346, incoronar nella cattedrale di Uskub "Imperatore e autocrate dei Serbi e dei Romani (greci)". Dal Danubio all'Egeo e all'Adriatico, egli organizza il paese sul modello di Bisanzio, ma crea un patriarcato indipendente da Costantinopoli. La debolezza dell'Impero lo incoraggia. E assedia Tessalonica, che allora usciva da una fase di lotte sociali interne; prende Adrianopoli e la Tracia; quasi  in vista di Costantinopoli, quando, morto Stefano, l'"Impero" si sfascia.
Pare che il Regno di Ungheria debba imporsi a tutti. Dati i legami fra Polonia e Ungheria, Polonia e Lituania, avviene che Luigi d'Angi, re di Ungheria, estintasi in quel tempo con Casimiro la dinastia polacca dei Piast, viene eletto al trono polacco e sua figlia Edvige va a nozze con Jagellone principe di Lituania, signore anche della Russia Bianca e della Piccola Russia, da poco battezzato col nome di Ladislao. Poi, Jagellone diventa esso Re di Polonia: e, per questo Regno  lo sbocco al Baltico, mentre dall'altra parte gli rendono omaggio i signori di Moldavia e Bessarabia e Valacchia, lontani paesi danubiani ed eusini. Si ha con Jagellone, primo Re della nuova dinastia, originaria di Lituania, un'epoca di grande progresso interno e di ambiziosa politica verso il di fuori, da parte di questo Regno. Nuove citt sorgono, come Leopoli e Przemysl. Cracovia ha la sua Universit. La lotta con i Teutonici riprende, con successi definitivi. Marienburg, capitale dell'Ordine,  investita; a Tannenberg, grande, famosa vittoria e altri ingrandimenti (1412). Era la nuova marcia in avanti degli Slavi, dopo due o tre secoli di arretramento di fronte al germanesimo. Fu un grave colpo per l'Hansa dominatrice del Baltico, la quale si vide, per l'affacciarsi dei Polacchi sul mare, separata dalle sue citt pi ad est. Nel tempo stesso, l'unione di Horodlo afforzava i legami tra Polonia e Lituania. Anche gli Ussiti di Boemia, anticattolici ed antitedeschi, avrebbero voluto a loro Re il Re di Polonia e due volte offrirono a Casimiro la corona.
Questo Regno di Boemia, balzato su rapidamente con Ottocaro nella met del '200, abbattuto da Rodolfo d'Asburgo in una sanguinosa battaglia, si era molto avvantaggiato della dinastia lussemburghese, specialmente di Carlo Quarto, re di Germania e Imperatore oltre che re di Boemia, il quale aveva volto a pro' della Boemia molte risorse del Regno di Germania e dell'Impero, elevato alla dignit elettorale la Corona boema, dato grande impulso a Praga, centro di cultura e di vita tedesca, e nel tempo stesso punto di convergenza di gente colta e operosa di ogni paese attorno, anche di Italiani. Ma il principio del '400  tempo di torbidi gravi e quasi di sfacelo, per la Boemia e l'Ungheria, agitate dal movimento religioso-sociale-nazionale degli Ussiti. I quali sono avversi ai Lussemburgo, che reggono il paese con Sigismondo; ancor pi avversi agli Asburgo che avevano cinto anche essi, nei primi del '300, la Corona boema ed ora nuovamente vi aspirano. Ma trionfano alla morte di Sigismondo proprio gli Asburgo, con Alberto Secondo, genero di Sigismondo. Pel tramite di sua moglie ("Tu, felix Austria, nube!..."), egli riesce ad avere l'Ungheria (1438); con l'appoggio delle forze tedesche, giunge finalmente al Regno di Boemia. Era il piano di Ottocaro, solo che rovesciato: una grande Austria, non slava e con centro slavo, ma tedesca e con centro a Vienna, citt anche essa in pieno sviluppo. Questa costruzione la aveva cominciata Alberto I; ora, torna a lavorarvi Alberto Secondo. Edificio malfermo, tuttavia. Morto Alberto Secondo, la triplice Monarchia si scioglie, poi si ricompone, poi si scioglie ancora. E questa volta, re Ladislao di Polonia diventa esso Re di Ungheria, come prima il Re di Ungheria era diventato Re di Polonia.
Tendenze unitarie e tendenze particolaristiche e nazionali cozzano e variamente prevalgono, in questi Stati di recente formazione dell'Europa danubiana, fra Baltico e Mar Nero e Adriatico, fra Regno di Germania ed Impero greco. Frequenti sono il raggruppamento di pi Stati e le unioni personali, favorite dal carattere elettivo delle Monarchie, cio dalla prevalenza delle aristocrazie e delle Diete. Ed ora l'iniziativa spetta all'uno, ora all'altro Stato; e l'impronta ora  polacca, ora magiara, ora austriaca o tedesca. Servono da forza coesiva anche i grandi fiumi che collegano Stati diversi e sono le necessarie strade del commercio; spingono dal di fuori anche le minacce turche, ormai vicinissime. Un nuovo dominatore sta sottentrando al cadente Impero d'Oriente, logorato dagli anni, scheggiato dai colpi ora degli Arabi ora dei Crociati e dei Latini, ora dei Bulgari e Slavi balcanici, figli spirituali di Bisanzio, ma tutti dominati dalla passione di trovare in Bisanzio il loro centro e un titolo d'Impero. I Turchi, mongoli d'Asia, nuovi fondatori di Imperi ad occidente del grande continente, sono al principio del '300 sboccati su le coste anatoliche, dopo occupate Nicea, Nicomedia, Brussa, futura capitale. Si fanno forti delle discordie fra i partiti e i pretendenti di Bisanzio, e del bisogno di mercenari che l'Impero sente per la difesa dei confini. E realmente, i Turchi penetrano e crescono vicino a Bisanzio, non come orda distruggitrice e conquistatrice, ma come milizia ausiliaria. In piccolo, la stessa vicenda che, un millennio prima, aveva portato i Germani entro l'Impero romano. Non diversa, anche, la prima vicenda dei Normanni nell'Italia bizantina e longobarda, all'inizio dell'Undicesimo secolo. Fino a che, in Oriente, i Turchi, come i Germani in Occidente e i Normanni nel Sud-Italia, cominciarono ad operare per conto loro, a mescolarsi con le loro bande in mezzo alle bande serbe, bulgare, ungheresi. Diede il segnale Orkhan, sultano di Brussa. Poi, il figlio Solimano pass lo stretto, si stabil fra Costantinopoli e Gallipoli, vi organizz il primo nucleo turco d'Europa. Di li, i Turchi occupano i punti di passaggio, mettono tributo sui viandanti, spingono i tentacoli sui paesi vicini, volteggiano attorno a Costantinopoli, come i Germani attorno a Roma e gli Arabi attorno a Bisanzio stessa, nei secoli del loro slancio giovanile. I primi contatti con i cristiani d'Occidente, non cattivi. Genova aiut il loro passaggio, attraverso il braccio di mare fra Asia ed Europa. Venezia accarezz Murad, altro figlio di Orkhan. La famiglia imperiale greca, gli Czar bulgari di Tirnovo, i signori di Serbia contrassero parentado con i principi turchi. Ma presto la guerra di conquista si sfren. Erano un popolo-esercito, quasi un grande Ordine monastico-militare. Gente varia e pur fusa, disciplinata, ciecamente obbediente al condottiero, raccolta attorno al nucleo centrale dei giannizzeri, guardia del corpo del Sultano. Vi  qualcosa delle prime orde arabe: entusiasmo, intrepido coraggio, la guerra sentita e praticata come necessit di vita e, insieme, vocazione. Nel 1361, gli Osmanli occuparono Adrianopoli, posizione centralissima, per un secolo loro capitale europea. Poco tempo pass e, all'urto degli invasori, soccomb il vasto ma incoerente Regno serbo che era travagliato dalle fazioni, da prepotenti aristocrazie terriere, da germi feudali di dissoluzione. Nel 1389, a Cossovo, sanguinosa vittoria sopra il principe serbo Lazzaro, che fu come il suggello posto alle nuove conquiste europee. Le terre del Regno di Serbia caddero nel vassallaggio turco. Poco dopo, nel 1393, anche il Regno bulgaro si sfasci, senza guerra. Costantinopoli era circondata; Polacchi, Ungheresi, Casa d'Austria ebbero il nemico alle porte. Nel 1398, re Sigismondo fu sconfitto a Nicopoli, con i suoi alleati d'Ungheria e di Moldavia e le milizie ausiliarie accorse a lui da altre parti: terribile battaglia, che decim fiore di cavalleria francese e tedesca. Parve un momento che i Turchi di Europa, assaliti dai Tartari in Asia e vinti nel 1402 ad Angora da altri Mongoli pi freschi e barbari, condotti dal gran khan Timur, allentassero la presa. Ma poi, quell'assalto alle spalle si risolse in ulteriore incitamento a spostarsi verso l'Europa.
Qui, un vago senso di terrore si diffondeva come davanti a nuovi "Unni", una nuova Orda d'Oro, dopo quella che nel Tredicesimo secolo era giunta, tutto sommergendo, sin quasi alla Germania. Si risvegliava la coscienza cristiana, specialmente presso Ungheresi e Romeni. Si sospirava la fine dello scisma e delle lunghe guerre d'Italia. Risorgeva in Occidente l'idea, non mai del tutto morta, di una crociata. I Concili ne discussero; i letterati vi dedicarono fatica e inchiostro; qualche Papa torn a martellarvi sopra, come al tempo di un Innocenzo Terzo o di un Bonifacio Ottavo, e ad esigere decime per questo scopo; l'Imperatore d'Oriente, Giovanni Ottavo, venne in Italia a sollecitar aiuti da papa Eugenio. Intanto, manipoli di frati e di guerrieri accorrevano da ogni parte in Ungheria. L'italiano frate Giovanni da Capistrano, predicatore famoso, vi condusse genti da lui raccolte e tenne testa per vari anni al nemico della cristianit. Nel 1444, vi fu ancora una grossa rotta di Cristiani, a Varna. E Ladislao Jagellone, Re di Polonia e Re di Ungheria, rimase morto sul campo: Quattro anni dopo, altra infelice battaglia a Cossovo. Tutto crollava, un pezzo dopo l'altro. Rimaneva Costantinopoli, piccola isola battuta da mare tempestoso. E rimase fino al 1453, quando apparve Maometto, che volle dire unit e nuovo slancio nelle forze degli Osmanli, per alcuni anni turbate anche dalla discordia tra i figli di Bajazet. 160000 Turchi si accamparono attorno alla citt ed una potente artiglieria batt le mura, tenute da poche migliaia di uomini, met greci met stranieri. Animatore della resistenza, un Giustiniani di Genova. Furono respinti i primi assalti; ma quando anche la flotta turca entr, fulminando, nel Corno d'Oro, e una larga breccia fu aperta nelle mura la notte dal 28 al 29 maggio 1453, e Giustiniani ferito dov ritirarsi, fu la catastrofe. Saccheggio, diecine di migliaia di schiavi, ingresso trionfale del Vittorioso nella citt espugnata e sanguinante, la mattina del 30. Poi, rapido consolidamento ed ampliamento della conquista, presa di possesso di tutte le rive del mar Nero, distruzione di quello che era stato l'Impero genovese di Gazaria, cio le fiorenti colonie disseminate nel mar d'Azof e alle foci dei grandi fiumi, scomparsa del millenario Impero d'Oriente.
Era, questo vecchio Impero d'Oriente, un tronco ormai povero di linfe e roso dai tarli; ma conservava ancora qualcosa del natilo vigore. Ogni tanto, una ripresa, talune "manifestazioni" di vitalit. Proprio nei decenni che, attorno attorno, si serrava il cerchio della conquista turca, vi era stata nei centri maggiori come una rinascita di cultura. Studiosi di antichit classica e cultori di filosofia e lettere, come Bessarione e Gemisto Pletone; una bella fioritura artistica e letteraria, nel despotato di Mitra, in Morea; a Trebisonda, capitale di uno Stato a s, una Corte aperta ad uomini di ogni capacit intellettuale. Cos spiritualmente vivo o non morto, l'Impero di Bisanzio, come gi l'Impero romano d'Occidente, pot, in certo senso, sopravvivere alla sua rovina, anche dopo caduta Costantinopoli, dopo caduto nel 1460 il despotato di Mitra, dopo caduto l'Impero di Trebisonda e il suo ultimo signore Davide Comneno. La sua organizzazione diede qualche punto di sostegno al nuovo edificio turco. La sua coltura seguit ad assolvere il compito antico di tener unite tante stirpi diverse, per le quali i Turchi non avevano elementi di coesione sufficienti; promosse la vita economica dell'Impero; ne agevol i rapporti col di fuori. I Greci e i grecamente colti costituirono una classe variamente dirigente. Iniziarono, poi, durante e dopo la conquista, una fase di potente espansione. Vi fu un movimento migratorio di Greci verso l'Italia, la Russia, i Principati danubiani, che promosse la conoscenza del greco e la rinascita dell'ellenismo. In virt di questa conoscenza, l'umanesimo entr in una fase di pi organico sviluppo. La vasta terra slava, a nord del mar Nero, si arricch di nuovi fermenti. Si costitu nella bassa regione danubiana una aristocrazia di origine greca, che dar poi molti, governatori al paese e pi tardi qualche agitatore di libert.
Di fronte alla minaccia turca che, attraverso i Balcani, si avvicinava al cuore dell'Europa, i piccoli e mezzani Stati danubiani, le nazioni e i frammenti di nazione che popolavano questa zona intermedia fra le grandi stirpi d'Europa, ebbero qualche incitamento a meglio organizzarsi, a raccogliere le loro forze in pi vaste e coerenti unit. In Transilvania, Sassoni, Magiari, Szecleri si indussero, sul principio del '400, ad un patto difensivo ed offensivo che fu poi rinnovato nel 1459 e costitu il punto di partenza di una formazione statale transilvana, compiuta pi tardi. Lo spirito nazionale ungherese sfavill all'urto e l'Ungheria divenne il fulcro della resistenza all'invasore, il punto di raccolta dei contingenti europei, il baluardo della cristianit. Nel 1456, i Turchi erano sotto Belgrado. Ma Giovanni Hunyadi, un signore szeclero di Transilvania e governatore di Ungheria dopo la morte di Ladislao Jagellone a Varna, conducendo schiere di soldati d'ogni paese che facevano di lui quasi il capo di una confederazione di principi cristiani, liber la citt, arrest la conquista. Moriva in quello stesso anno, di fatiche e di stenti, faccia a faccia col nemico, dopo aver lavorato per la vittoria, frate Giovanni da Capistrano, del cui nome era allora piena l'Europa. L'idea della Crociata, dopo quegli anni, lentamente si spense: anche perch nessun principe d'Occidente, in tutt'altre faccende affaccendato, era disposto a prender la croce; e nell'ambito delle varie societ nazionali, fra i popoli ormai abbarbicati al territorio, fra aristocrazie decadenti e borghesie inquadrate nei grandi organismi politici di nuova formazione, erano venuti a mancare gli impulsi innumerevoli e diffusi, d'ordine sociale e religioso, che avevano secoli innanzi messo in moto l'Europa cristiana verso l'Oriente. Ma Moldavia e Valacchia, governate da due diverse dinastie, ebbero una certa unit in fatto di politica estera, per opera di Stefano il Grande, principe di Moldavia, che dopo il 1457 tenne per mezzo secolo il governo e combatt valorosamente contro i Turchi; e i due regni di Boemia e di Ungheria, gi travagliati da fierissime agitazioni interne, si ricomposero in ordinato e vigoroso assetto politico. In Boemia, estinti i Lussemburgo, allontanata Casa d'Austria, tenne il comando Giorgio Podiebrad (1458 e seguenti), Re di nuova formazione, salito in alto come esponente del partito nazionale ussita. Era uomo abile e di pochi scrupoli. Qualche velleit, anche lui, di promuovere una grande alleanza di principi cristiani per guidarli contro i Turchi; ma, pi ancora, ambizione di un primato cco e di una corona imperiale per il Re di Boemia. Al trono di Ungheria giunse Mattia Corvino, figlio dell'Hunyadi che aveva vinto a Belgrado i Turchi. E con lui, la corona di Santo Stefano ebbe ancora un'era di grandezza. Il Re domin le avverse forze magnatizie, limit privilegi, restaur finanze, giunse a farsi valere nelle sue pi lontane provincie, volle possedere una flotta, cre un esercito permanente quale allora forse nessun principe possedeva, animato da fiducioso ardore di lotta contro i Turchi. Con Mattia Corvino, gareggia Casimiro Quarto, Re di Polonia, anche esso uomo di buona statura, che favori cultura secolaresca ed umanistica per combattere la prevalenza del clero, fronteggi bravamente la aristocrazia specialmente chiesastica, punt sull'Austria e per qualche tempo possed Vienna, diede nuovi colpi ai Cavalieri Teutonici con la presa di Marienburg e il trattato di Thorn, che misero il Gran Maestro nel vassallaggio della Polonia. Ci che volle dire il Baltico pienamente raggiunto, il traffico attraverso la Vistola promosso., Lo sviluppo anche del nuovo Stato russo, che cominciava a farsi sentire ad Oriente, rendeva ormai difficile la resistenza dell'Ordine alla pressione del Regno polacco. Come, pi a sud, l'avanzata turca ha energiche ripercussioni su la vita dell'Ungheria e degli Stati danubiani; cos verso il Baltico comincia a farsi sentire, dopo l'azione del Regno di Germania, dell'Hansa teutonica, del Regno di Danimarca, anche quella proveniente dall'est, dalla vasta Russia.
La quale, fin ad ora, ha vissuto in una sua oscura preistoria. Frammentarie e rudimentali organizzazioni statali, strette fra il dominio tartaro a sud-est e il grande principato di Lituania ad ovest. Ma col '200 e '300 il principato di Mosca tende ad emergere e farsi centro di raccolta. E da allora, crescente unificazione delle genti russe e della storia russa. Questo avviene con Daniele Nevski e Giorgio suo figlio; con Ivan Primo, fratello di Giorgio; con Simeone il Superbo, "gran principe di tutte le Russie"; con Demetrio Donski, cos detto dalla grande vittoria riportata sul Don, contro i Tartari nel 1380, e con Basilio Primo e Secondo; finalmente con Ivan il Grande, dal 1462 al principio del '500. Ora, la lotta con i Tartari, per la indipendenza,  vittoriosamente conchiusa. I minori principi russi, rispondendo all'appello di Mosca, si sono abituati a seguire e servire. La barriera che separa Mosca dall'Europa  rotta o assottigliata. Grandi disegni ondeggiano nella mente del potente Ivan. Poich Bisanzio  caduta, egli se ne considera erede, accoglie profughi greci, conduce in moglie Sofia, nipote del morto Costantino e figlia dell'ultimo Paleologo che viveva a Roma detronizzato, si intitola Czar, Cesare. Nel tempo stesso, tiene gli occhi fissi sul Baltico. Perci i Cavalieri Teutonici ne avvertono la vicinanza e cercano nel vassallaggio polacco una difesa. Si inaugurano le lotte della Russia con la Lituania, cio con la Polonia a cui la Lituania  unita. La via del mare  chiusa allo Zar anche dalle due potenti e ricche Repubbliche mercantili di Pskov e Novgorod, filiazione della Lega Anseatica e sua posizione avanzata in mezzo agli Slavi. Ma Pskov cade sotto Ivan; Novgorod, dopo aver invano fatto appello alla Polonia, segue lo stesso destino. E dopo le due citt, anche il principe di Tver, la repubblica di Viatka. Ecco i primi passi verso la Siberia. La quadruplice espansione della Russia  gi cominciata. Freddo, calcolatore, imperioso, Ivan combatte dal Cremlino le sue guerre, maneggiando fila molteplici. Accorti mezzi politici, oltre che armi. Collaborazione di gente esperta nelle scienze e nelle arti, tratta specialmente dall'Italia, oltre che rozzi soldati: non diversamente dai coevi principi dell'Occidente. Lo Czar comincia a presentarsi campione dell'ortodossia ed a servirsi dell'ortodossia, come ragione di intervento e mezza di dominio.


3. - ULTIMI SFORZI EGEMONICI E UNITARI IN ITALIA.

Il pensiero di un grande Stato che avesse presso a poco i limiti dell'antico Regno; questo pensiero certo ebbe e coltiv in Italia, fra il '300 e il '400, Gian Galeazzo Visconti, raccogliendo l'eredit dei suoi predecessori e quasi direi l'eredit di Milano, centro e capitale morale di quel Regno. I tempi erano tuttavia immaturi. Facile sottomettere o indurre a dedizione piccoli tiranni e citt autonome, come era stato fatto per tutto il '300. Difficile, forse impossibile, vincere i grossi nuclei di resistenza, Savoia, Firenze, Venezia, che cercavano estendersi sul Piemonte, su la Toscana, su la vasta pianura fra l'Adriatico e le Alpi: tutte regioni fornite di certa geografica unit e di certa antica e antichissima individualit morale, ed un po' rispondenti a vecchie circoscrizioni del Regno. A gran fatica e lentamente,  vero, Savoia, Firenze, Venezia, riuscivano in questa loro opera. E la politica aggressiva dei Signori lombardi parve dovesse ritardarla o arrestarla. In realt, tale politica, logorando sempre di pi le autonomie urbane ancora superstiti e le piccole Signorie; stimolando invece il vigore difensivo e la forza reattiva dei centri pi forti, agevol e acceler la formazione di Stati regionali. Cos, morto Gian Galeazzo, i Savoia, che gi avevano nell'anno 1400 fatto acquisti nel territorio di Ginevra e dato maggior unit ai domini alpini e transalpini, strapparono ai Visconti altre terre nel Vercellese e in Val d'Ossola, utili ad arrotondare lo Stato e dargli una buona linea di confine. Era allora al governo Amedeo Ottavo (1391-1434), che raccoglieva con i mezzi della pace i frutti dell'attivit prevalentemente guerriera di Amedeo Sesto, il Conte Verde. Nel 1416, vi  un riconoscimento dall'alto della nuova consistenza del dominio: il titolo ducale. Nel 1418, il nuovo Duca riunisce ai suoi Stati quelli del ramo d'Acaia, che si  estinto. Si form cos un vasto complesso territoriale a cavallo delle Alpi, ma gravitante sempre pi verso il Piemonte. E "Principe di Piemonte" chiama Amedeo Ottavo il suo figlio e successore. Cresce di importanza e di popolazione Torino, vera capitale, con un suo Studio che serve ai bisogni intellettuali dello Stato e ne promuove l'unit. Rimangono ancora, circondati da terre sabaude, ma indipendenti, i Marchesi di Ceva, di Saluzzo, di Monferrato. Ma l'opera di assorbimento  gi avviata. E il Duca mette costoro in condizione di vassallaggio e costringe quelli di Monferrato a cedergli Chivasso e il Basso Canavese che dominavano lo sbocco di Val d'Aosta e la strada pedemontana verso Milano. Ormai la Sesia  raggiunta, cio il confine del Ducato fino al Diciottesimo secolo. Si redige e pubblica, anche, lo "Statuto generale", codice di leggi a cui il Duca volle nel 1430 che tutti, Signori e Comunit, obbedissero.
Pur senza continuit territoriale col Milanese, anche Firenze sent lo stimolo della crisi viscontea. Superate le agitazioni dei popolani minuti e dei Ciompi, cio esaurite le possibilit di svolgimento democratico del Comune, Firenze aveva visto la grassa borghesia riprendere in mano il timone della cosa pubblica e questa borghesia restringersi ad un piccolo ma vigoroso cerchio di famiglie di mercanti e banchieri: come a Venezia. Rispondeva anche ad esigenze di politica estera, che un governo di pochi, fortemente interessati alle cose dello Stato, si sostituisse ad un governo di molti e limitasse le influenze di minuti popolani e artieri e nobili della vecchia nobilt terriera, generalmente poco disposti a guardar oltre il cerchio angusto delle cose interne. E difatti, si vide ora la politica estera riprendere a Firenze tutto il suo vigore. Si volle innanzi tutto risolvere la questione di Pisa: che era la questione antica del libero accesso al mare, complicata e aggravata, negli ultimi decenni, dal pericolo che Pisa diventasse base toscana di potenti Signori d'oltre Appennino. Comprarono i Fiorentini la citt dall'erede di Gian Galeazzo, nel 1404, la cinsero vigorosamente d'assedio e, vincendone la resistenza disperata, la costrinsero a cedere. Empoli, allo sbocco della Valdelsa, e, l sovrastante, San Miniato, grande castello nel cuore della Toscana, donde in antico i Vicari imperiali vigilavano tutti i comitati attorno, erano gi da tempo sotto Firenze. E gi da tempo vi erano Pistoia, che dominava la strada bolognese, ed Arezzo che dominava quella verso Roma e le Marche. Con Pisa, tutta l'ampia e ricca vallata dell'Arno diventava fiorentina ed era libera la via del mare. La citt, una volta possente, disertata ora dalle principali famiglie che non intendono essere suddite di altra citt,  l'ombra di se stessa. Spenta la vita del fragoroso arsenale. Attorno attorno, la palude guadagna terreno e il porto si interra. Ma i Fiorentini acquistano nel 1421, dal governatore francese di Genova, il porto di Livorno in cui si era insediata la Repubblica di S. Giorgio per tenere quelli lontani dal mare. E Livorno aumenta di popolazione, Firenze crea un suo Consolato del Mare, crescono i commerci marittimi della grande citt toscana, i suoi manufatti giungono pi agevolmente sui mercati d'Occidente e d'Oriente, contendendo questi a Venezia. Nel 1439, anche Volterra deve piegare ai Fiorentini. E Volterra vuol dire una regione minerariamente ricca, la Maremma dai pingui pascoli, Siena premuta da vicino. Anche nello Stato della Chiesa, Firenze  presente, per non aver danni e per trarre vantaggio dal cronico disordine che vi regna. Forse, mentre vi ostacola una troppo grande formazione statale che cingerebbe da due parti la Toscana, tende a crearvi punti di resistenza che salvaguardino l'Italia centrale da ogni eventuale assalto del Regno di Napoli. Perci, favorisce Braccio da Montone, uno di quei condottieri di che erano piene Romagna e Marche e Umbria. Egli si  fatto signore di Perugia ed ha gettato gli occhi verso l'Abruzzo e il Ducato romano. Per qualche anno, anzi, spadroneggia in Roma stessa e vorrebbe ridurre il Papa, quando il Papa torner, un piccolo chierico che accatta messa... Momento buono, insomma, per quella oligarchia che regge Firenze, cio gli Albizzi, gli Strozzi, i Pitti, i Rucellai, i Soderini, i Capponi, i Da Uzzano, i Medici. Ed anche essi, da parte loro, gente solida! Hanno fronteggiato vittoriosamente Signori lombardi e Re di Napoli, hanno raddoppiato il territorio, cio gettato le basi dell'unit politica toscana e del futuro principato. Un vigile senso dei loro doveri verso la citt e dei comuni interessi nei rapporti con l'estero, li anima. Gelosi, all'interno, l'uno dell'altro e attenti a sorvegliarsi, perch nessuno si faccia troppo grande, formano, verso il di fuori, fronte unico!
Ma i guadagni maggiori, dalla impotenza del Ducato visconteo, li ha Venezia, come Venezia aveva gi avuto i maggiori incitamenti ad operare dal crescere di quel Ducato, al tempo di Gian Galeazzo. Ormai, si fa pi consapevole ed energico l'orientamento verso la terra ferma, dove i traffici della Repubblica si allargavano, e crescevano ogni giorno i possessi fondiari delle sue Case patrizie e dei suoi mercanti arricchiti; ormai la necessit maturata, di sorvegliare le vie retrostanti, diventa volont e possibilit di dominio. Gi nel 1393, Venezia aveva assunto la tutela del minorenne Niccol Terzo signore di Ferrara, Modena, Comacchio e Rovigo, ottenendone poco dopo, in corrispettivo di un grosso prestito, la cessione del Polesine, sulla sinistra del basso Po: prima temporanea, pi tardi definitiva. Era il parziale controllo della grande via d'acqua, da perfezionare, in seguito, col dominio della sponda destra del fiume. E realmente, nel 1405 la Repubblica stringeva patto con Obizzo da Polenta, per una eventuale successione in Ravenna. Vi fu altro ancora e pi importante. Dopo morto Gian Galeazzo, i Carraresi, ritornati da qualche anno con l'aiuto delle coalizioni antiviscontee nel dominio della loro citt, avevano preso con colpi di forza oppure ottenuto di potersi prendere, dalla vedova e reggente Caterina, le citt di Bassano, Feltre, Vicenza, Belluno, Verona, insomma tutte le terre viscontee d'oltre Adige. Venezia allora scatt di colpo. E nel 1405, un suo esercito investiva, stringeva d'assedio, espugnava Padova, centro del dominio. I Carraresi furono fatti prigionieri, sottoposti a processo e, prima ed indipendentemente dal risultato del processo, giustiziati. Era necessario "distrugier questo antigo e mortal nemigo", come scriveva nel 1404 un nobile veneziano. Cos Scaligeri e Carraresi non esistono pi. Venezia procede oltre: innanzi tutto, verso il Friuli e il Patriarcato d'Aquileia. Nel 1409, essa acquista da Ladislao re di Napoli la citt di Zara. E poich Sigismondo di Lussemburgo, re d'Ungheria e Re dei Romani, chiede che la citt sia restituita alla Corona di S. Stefano e accenna a voler riesumare la questione dei diritti dell'Impero nella regione veneta e in Italia, cos ebbe guerra con Venezia. Si trattava, per la Repubblica, di tenere indietro gli Asburgo che, ormai, dalla Contea del Tirolo e dalla Carinzia, tendevano verso il piano ed avevano padronanza delle strade transalpine; e di assicurarsi dalla parte del mare il dominio della Dalmazia, che una recente esperienza - la guerra coi Genovesi del 1380 - aveva mostrato quale appoggio potesse dare ad una flotta nemica. Si combatt, con brevi tregue, un decennio: nel Trentino, nel Friuli, nell'Istria, in Dalmazia. Tedeschi e Ungheresi scesero per la Val d'Adige o irruppero dalla porta orientale fino a Belluno e Verona, trovando anche amici e favoreggiatori fra i nemici di Venezia: primissimo, il Patriarca aquileiense. La Repubblica si impegn tutta nel giuoco, poich era gioco decisivo per essa; resist validamente e validamente assali; strinse alleanza con Giovanna di Napoli e con Filippo Maria Visconti, ottenendone mano libera nella Dalmazia e Friuli, in cambio di libert riconosciuta ad essi, altrove; caldeggi un fascio di Stati italiani da opporre all'Impero; condusse senza risparmio condottieri e mercenari; seppe diffondere attorno a s la fiducia nella vittoria. Cos, nel 1416, ebbe dai Castelbarco Rovereto e si insedi nel Trentino: una regione apertissima da un paio di secoli agli influssi culturali delle citt padane e venete, sebbene dal nord si accentuasse, con la fortuna degli Asburgo, la infiltrazione etnica tedesca, fino a Trento. Il 1419-20, poi, anni risolutivi. Mentre la flotta, con Pietro Loredano, prendeva Spalato, Curzola, Cattaro, Trau, Lesina, Scutari, Dulcigno, Antivari; si arresero anche Cividale, Udine, Tolmezzo, Monfalcone, Venzone, tutto il Cadore, tutta l'Istria patriarcale. Il secolare principato, sempre pi o meno disposto a far causa comune con Imperatori e con altri principi d'oltre Alpe, scompare dalla storia. Aveva assolto utili funzioni: organizzare una vasta e varia contrada, ove tre stirpi si incontravano e mescolavano; unificarla a spese dei cento piccoli dinasti in gran parte di origine tedesca, ma in tal modo sottratti all'immediato influsso tedesco; dare a questa unit un suo organo costituzionale nel Parlamento che, apparso a mezzo il '200, non si sa bene se come organismo a s o come Consiglio privato di fiduciari del Patriarca, si presenta nel '300 come assemblea di delegati delle tre classi, rappresentante degli interessi generali del paese. Con ci, il Patriarcato aveva reso pi facile la conquista di Venezia. E Venezia perfezion questa organizzazione unitaria; compi il collegamento spirituale della regione all'Italia, dando a quella i propri costumi e forme d'arte e linguaggio; fece dei "fedeli e bon furlani" i custodi delle frontiere sue e dell'Italia, anzi, i "legittimi italiani", come suona il canto popolare in lode dei Venzonesi di Val Tagliamento, dopo che essi ebbero nel 1509 ricacciato fra le gole dei monti un corpo di invasione tedesco.
Ma ecco riemergere il Ducato di Milano: cominciando dal giorno in cui, ucciso da un manipolo di congiurati il duca Giovanni Maria, morto Facino Cane che spadroneggiava su la smembrata signoria, Filippo Maria Visconti, altro figlio di Gian Galeazzo, che se ne stava quasi latitante nel grande castello di Pavia, si fece innanzi rapido (1412), mise le mani sul tesoro ducale, si garant la fedelt della rinomata compagnia di ventura che Facino aveva organizzato, pose residenza a Milano, affid ai suoi capitani il compito di riacquistare lo Stato. Ed i suoi capitani, fra cui, primissimo, un uomo venuto dalla gleba, Francesco Bussone di Carmagnola, spazzarono via le effimere Signorie. Ultima a cadere, nel 1421, quella del Malatesta a Brescia. L'anno appresso, il Duca fronteggi anche gli Svizzeri che, liberi ormai dagli Asburgo e, di fatto, dall'Impero dopo la giornata di Sempach, cercavano aprirsi una strada verso la Valle del Po; e li ruppe a Bellinzona. Fatto sicuro all'interno e alla frontiera alpina il Ducato, Filippo Maria riprese, entro il compatto quadrilatero Parma, Brescia, Vercelli, Alessandria, l'opera interrotta: che era di impastare quella materia ancor poco coerente, metter il freno ai Grandi specialmente dell'Oltre Po, mortificare i non morti spiriti municipalisti, correggere il caotico fiscalismo ispirato a interessi di partito, disporre nuovi estimi in modo che la tassazione gravasse su ciascuno "respectu suorum facultatum". In quegli anni, un agostiniano milanese, A. Biglia, autore anche di una storia di quella citt, commemorando in duomo Gian Galeazzo, pronunciava su quel Signore e su tutto il casato visconteo giudizi assai interessanti. Diceva il Biglia: dove prima erano tanti Stati quanti castelli o citt; dove era una folla di regoli o, meglio, ladroni; dove nessuna norma fissa ma solo l'arbitrio regolava i rapporti fra la citt principale e le citt della provincia; ora impera una sola autorit e un fermo ordine. Non solo: ma da quella Casa tutta l'Italia ebbe libert. I Visconti "primi si volsero a proteggere l'Italia dalle barbariche incursioni; primi, quando essa, ignara di armi, languiva, restaurarono l'antica disciplina e dimostrarono non aver gli italiani bisogno di armi e di armati forestieri. Educati ad umanit e splendore i popoli della provincia, quei Signori diedero la prova quanto prezioso bene fosse esser governati da un solo e proprio principe...". Molta adulazione in queste parole. Edificio ancora di mal ferma base, questo dei Visconti, come tutti gli edifici consimili elevati dai nuovi Signori. Ma qualche verit esse hanno. Ed esprimono poi quello che, fra il '200 e il '400, poteva essere l'ideale politico di un italiano di Lombardia.
La riconquista del Ducato volle dire nuovo turbamento nei rapporti con Venezia e Firenze. Rinverdivano le antiche ambizioni viscontee: verso la Romagna, verso la Toscana, verso Genova, che difatti fu ricuperata sui Francesi nel 1421. Dall'altra parte, nelle due Repubbliche, vivace spirito di lotta; paura di vedersi chiusi i mercati e le strade; persuasione che gli interessi dello Stato si difendessero meglio con una politica estera di iniziative. Questo, persino nella sin qui cautissima Repubblica di Venezia: con Francesco Foscari, nuovo Doge. Solidale con le due citt fu anche Amedeo di Savoia; anche papa Martino Quinto, inquieto per la Romagna e le Marche. Poich lo scisma era finito, egli aveva ripresa l'opera di ricupero e riordinamento, stimolato dalla stessa crescente pressione degli altri e dalla sia pur momentanea comunanza di interessi con gli altri. Si combatt con qualche interruzione dal 1423 al 1433: per acqua oltre che per terra.
Allest una flotta fluviale il Duca, e fu essa che prese Casalmaggiore; ingegneri veneziani trasportarono navi sul lago di Garda, e merc loro si liber Brescia dall'assedio. Il fiore dei condottieri da una parte e dall'altra: il Carmagnola, poi vincitore a Maclodio, con i Veneziani e Fiorentini; Francesco Sforza, anche lui figlio e nipote di contadini romagnoli, con i Visconti. Non fu grande la fortuna militare di Firenze, che pure consum tre milioni e mezzo di fiorini e ne ebbe le finanze dissestate e strascichi di agitazioni popolari in mezzo a cui matur l'idea del Catasto, cio la stima dei beni, per adeguare ad essi il tributo dei cittadini allo Stato: precisamente come nella Lombardia viscontea e come nella Repubblica di Venezia, il cui esempio molto stimol anche i Fiorentini, invidiosi di quella pace interna. "Veneti sic agunt", si diceva nelle Consulte, a proposito del Catasto. Fortuna maggiore ebbe Venezia, che conquist Brescia e Bergamo e port all'Adda il confine e vinse, in un certo senso, anche per i suoi alleati. Poich nella pace di Ferrara del '26 e nelle paci successive, il Duca dovette impegnarsi di non brigare pi in Toscana e Romagna. A Venezia, perci, l'oligarchia, vittoriosa all'esterno, si consolidava definitivamente anche all'interno, pur sotto un Doge energico e battagliero. Ma ormai la sostanza del potere ducale era ridotta a nulla. E quanto al popolo, sono scomparse anche le forme della sua antica autorit e partecipazione alla cosa pubblica. Proprio nel 1423, il nuovo doge Foscari era stato eletto e proclamato senza neppure intervento di arrogo o assemblea generale. Laddove a Firenze le posizioni della oligarchia furono scosse. Gli urti dall'esterno e le ripercussioni interne affrettarono il logorio del regime comunale anche qui, vuoi che gli oligarchi, per meglio difendersi, serrassero le file e tendessero ad un governo ancora pi ristretto che poi avrebbe fatto capo ad un Signore; vuoi che la mezzana borghesia e il popolo minuto, per battere gli ottimati, si orientassero sempre pi verso un proprio capo, che era Cosimo dei Medici, anche esso grande mercante e banchiere ma di tendenze popolaresche. La Signoria, qui in Toscana, prendeva il colore dell'ambiente, fortemente borghese. Nel 1433, per un momento prevalse Rinaldo degli Albizzi, capo degli ottimati, e Cosimo fu mandato in esilio; poi, tornato trionfalmente dall'esilio, prevalse Cosimo e la sua famiglia. Lo Stato fiorentino si afforzava, meglio adeguandosi, con la Signoria, alle nuove condizioni territoriali e alle esigenze della politica estera.
Risorgevano a nuova vita anche il Regno di Napoli e lo Stato della Chiesa. In quest'ultimo, molto si era affaccendato Martino Quinto, finito lo scisma. Poi, la morte di Braccio da Montone, sotto Aquila, nelle guerre fra i pretendenti a quel Regno, che erano anche guerre fra due condottieri, fra due scuole militari, fra due ambizioni non contente pi solamente di soldo mercenario, aveva liberato Roma dal quasi dominio in cui Braccio la teneva e tolto il pericolo di una vasta signoria che conglobasse Umbria e Abruzzi ed altro ancora. Sempre pi premeva i Pontefici il desiderio di ritrovare in Roma sede stabile e sicura, dopo tante traversie e peregrinazioni. L'ostilit dei Concili e le tendenze nazionalistiche delle Monarchie e dell'episcopato occidentale facevano sentir l'urgenza di rimetter saldo piede in Italia, di organizzar qui la resistenza alle forze dissolventi dell'unit cattolica e papale, di trovare in uno Stato proprio la miglior garanzia per la difesa della "libert" chiesastica. Naturalmente, l'impresa era sempre difficile, per le condizioni di quelle terre, per la pressione che su di esse si esercitava da ogni parte, come su facile preda: da parte di Fiorentini e Veneziani, di Angioini e condottieri. Ma il pericolo maggiore sembra adesso nuovamente il Visconti che si presenta come esecutore della volont del Concilio di Basilea in Italia contro papa Eugenio. E di fatto, un po' di propria iniziativa, un po' sollecitato dal Duca di Milano, Francesco Sforza invade le Marche, Niccol Piccinino le Romagne. Nuova alleanza del Papa con Venezia e Firenze; lusinghe e profferte loro a Francesco Sforza; passaggio di Francesco Sforza al nemico, da cui riceve l'investitura della Marca d'Ancona, che  il principio della sua fortuna (marzo 1434). Viceversa, momento gravissimo pel Pontefice. A Roma vi  un disordine da non ridire. Deputazioni di cittadini vanno a lui per lagnarsi delle continue guerre, della rovina delle campagne eccetera Anche ora, come un secolo prima, popolo, proprietari, piccola nobilt campagnola offesa dall'anarchia baronale, sono essi che si agitano e vogliono un governo e non hanno pi fede in quello dei Pontefici. A fine maggio, insurrezione al grido di "Popolo! popolo!"; assalto al Campidoglio e resa del senatore Biagio da Narni; proclamazione della Repubblica; restaurato il vecchio regime dei "Sette governatori della libert", al posto del Senatore; fuga di papa Eugenio.... Concilio, popolo di Roma, condottieri, tutti contro di lui!
Ma in questo momento, un fatto nuovo diede nuovo corso alle cose. Vi fu una tregua nella guerra col Visconti; ma per una guerra pi vasta. E' morta nel Regno Giovanna Seconda, l'anno 1435, ed ecco Alfonso, Re di Aragona, di Sardegna e di Sicilia. Egli era apparso su la scena anni addietro, con irrequiete ambizioni mediterranee. Ambiva, dopo che la Sicilia era stata rivendicata al diretto dominio della sua Casa, anche alla Corsica. Poi si era distolto dalla Corsica, per volgersi a Napoli, dove ardeva grande guerra tra Angioini di Francia e regina Giovanna, e il paese brulicava di gente in armi, e Caldora, Camponeschi, Acquaviva, Caracciolo, Braccio da Montone, Muzio Attendolo da Cotignola, condottieri e famiglie di condottieri, gente del paese e forestieri, vi cercavano con le armi la loro fortuna. Alfonso, riuscito in un primo momento a farsi adottare come figlio ed erede dalla Regina, si era poi urtato con essa ed aveva dovuto cedere il posto a Luigi Terzo d'Angi. Ora ricompare su la scena, in concorrenza con Renato, fratello di Luigi. Ma tutti in Italia gli sono contro, perch a tutti fanno paura questi Catalani cupidi e invadenti, soldati e mercanti, navigatori  padroni delle grandi isole mediterranee. E vi fu un rapido fronte unico verso re Alfonso. Lo stesso Filippo Maria Visconti vi partecip, vuoi che anche egli fosse in un primo momento contrario dall'apparizione di questo nuovo personaggio; vuoi che non potesse rompere la solidariet con Genova, sua citt, nimicissima degli Aragonesi e capace di darsi a Francia se altri non la proteggeva da essi. Il Re, trovandosi davanti alle forze navali genovesi-viscontee, tocc sconfitta e prigionia. Ma, venuti Alfonso e Filippo Maria in cospetto l'uno dell'altro, quello fu rimesso in libert, questo abbandon la coalizione. Probabilmente, il trionfo di un principe francese fini col sembrare a Filippo Maria, signore di Milano, non meno preoccupante di una vittoria aragonese. Probabilmente, anche, Re e Duca convennero in una specie di spartizione dell'Italia centrale in due zone d'influenza. E chi sa che non si sentissero solidali pure contro lo Sforza, signore della Marca d'Ancona, pieno di ambizioni, pronto a buttarsi l dove gli si presentasse possibilit di conquiste! Fatto sta che divennero amici e combatterono insieme contro la coalizione e contro lo Sforza, divenuto suo condottiero: i due maggiori monarchi italiani, contro Venezia, Firenze, Genova, ribellatasi al Duca; cio contro le plutocrazie italiane che avevano o credevano di aver nello Sforza il loro uomo e lo incoraggiavano a sperare nel Ducato di Milano e anche nelle terre della Chiesa. Filippo Maria ed Alfonso ebbero diversa fortuna. Il primo fu battuto e cacciato dalla Toscana e Romagna, perd qualche altra terra sull'Adda, dov accettare le condizioni dello Sforza e dargli in moglie una sua figliuola, cio farlo erede dello Stato (pace di Cremona, 1441); Alfonso invece conquist l'una dopo l'altra le provincie del Regno, aiutato come sempre dai baroni che prima avevano fatto buon viso a Renato e poi gli volsero le spalle; assedi Napoli e vi entr da padrone nell'estate del 1442, mettendovi residenza stabile, inaugurando per questa citt un'epoca di grande sviluppo. Si ricostituiva cos nel sud della penisola, con qualche garanzia di stabilit, quella forza statale che da oltre un secolo era oscillante. E si ricostituiva per iniziativa di una dinastia spagnuola. Fatto importante nella storia d'Italia, gravido di conseguenze. Nel tempo stesso, a nord, arrestato lo sviluppo della signoria viscontea, si affermava potentemente la Repubblica di Venezia. Nel 1440, essa ha messo piede in Ravenna: che vuol dire il controllo anche della riva destra del basso Po e quindi anche del commercio di Lombardia che, discendendo il fiume, pigliava ad un certo punto le vie della Romagna; e vuol dire la necessit o convenienza, per i piccoli Signori romagnoli e marchigiani, di mettersi tutti in una specie di vassallaggio politico-commerciale-finanziario verso la Serenissima. Il sospetto e la diffidenza nei riguardi di questa Repubblica sono ormai universali in Italia e prossimi a determinare mutamenti di direttive notevoli!
I primi ad avvertire le ripercussioni di una guerra cos fatta dovettero essere il Papa e Firenze. Essi avevano grandi interessi nel Regno e sapevano per esperienza che cosa volesse dire un forte Re a dominio del Mezzogiorno: un Re, per giunta, alleato col Duca di Milano ed imparentato con gli Estensi di Ferrara. Firenze, poi, affacciata sul mare, si sentiva esposta alla forza navale di quel Re. L'uno e l'altra, per ragioni o commerciali o territoriali, sospettosi della crescente affermazione di Venezia nella bassa valle del Po e lungo la costa adriatica. Nessun dubbio che, sotto la pressione di queste nuove forze politiche entrate a pieno nella vita italiana ed operanti dal nord e sud, i governi di Roma e di Firenze, che sono i pi minacciati, corrano con maggior energia ai ripari. La loro attivit diplomatica diventa pi vigilante e duttile, lo Stato ,della Chiesa si fa pi sollecito a raggiunger una buona volta quella compatta unit che costituiva da tempo la grande aspirazione ed ora  quasi l'unica cura dei Pontefici, usciti dal pelago delle questioni religiose e chiesastiche. Con Eugenio Quarto e, pi ancora, con Niccol Quinto (1447-55), la opposizione conciliare  vinta, il governo della Chiesa  raccolto in una sola mano. Anche nelle terre del dominio, un nuovo Egidio Albornoz, cio il cardinal Vitelleschi, assoggetta Annibaldi, Caetani, Savelli, Colonna, incamera le citt e le terre di questi ultimi, distrugge Palestrina loro centro, gi demolita da Bonifazio. Roma, a cui la Repubblica nulla aveva dato di quel che cercava, fa accoglienze trionfali ed innalza una statua in Campidoglio a questo prete guerriero, come a "terzo padre della citt dopo Romolo". E si invoca. Eugenio Quarto perch ritorni. "Roma, senza Pontefice, non citt ma vasta spelonca", dice Enea Silvio Piccolomini, futuro Papa anch'esso! Roma, senza Pontefice, sarebbe diventata, ora pi facilmente che nel passato, preda del Re di Napoli. Certo, lo temevano gli altri potentati italiani e lo temevano i Romani. Nel 1447, morto Eugenio Quarto,  la paura di Alfonso, accampato alle porte, che fa cader a vuoto, senza grande sforzo di repressione, gli incitamenti di Stefano Porcari, nuovo Cola di Rienzo, che grida "libert"! Cos il potere del Papa rimette radici, pi profonde che non fossero mai state. Il Papato torna ad essere, e definitivamente, romano; la citt di Roma viene messa sotto quel "papale impero, anzi tirannide", prima non mai conosciuta dai Romani, che il letterato e umanista Lorenzo Valla, a mezzo il secolo Quindicesimo, lamenta. E come a Roma, anche a Bologna, seconda citt dello Stato chiesastico, posizione avanzata su la valle del Po. E come nelle citt, cos nella provincia, ove pure si cerca mettere un po' di ordine. Nell'ambito della Campagna romana, l'azione del Governo si volge, nel corso di quel secolo, a liberar le comunit dai feudatari, spezzando la crosta delle consuetudini feudali. Specialmente importante, la rivendicazione alle comunit stesse delle selve e terre comunali, l'annullamento degli atti di cessione, la regolarizzazione degli antichi usi civici, cio diritti su le terre pascue e boschive dei Comuni e dei signori. Col Vitelleschi collabora all'opera di riconquista Ludovico Scarampi, patriarca di Aquileia, altro prete guerriero. L'uno e l'altro, tipi di condottieri e di tiranni anche essi. Anticipano Cesare Borgia egualmente, energia, mancanza di scrupoli, ambizioni di dominio; egualmente, met delegati papali, met candidati ad una propria signoria. La morte del Vitelleschi solleva lo stesso rimpianto nel popolo romano come poi, nelle Romagne, quella del Valentino. "Egli ci tenne in grande disciplina e prosperit", scrive il cronista di Roma nel 1440! Si direbbe che ora non sia tempo di preti ma di guerieri e di costruttori di Stati, e che anche i preti debbano operar come guerrieri e costruttori di Stati. Infatti, non mai come ora la storia del Papato  storia politica; non mai, come ora, chi scrive la vita dei Papi conosce e narra solo Principi e opere di Principi: come fa appunto il Platina, nelle sue "Vitae Pontificum", e come faranno Machiavelli e Guicciardini fra pochi decenni. Ci vorr un'altra epoca, cio altri accadimenti e problemi, per ridar vita, nel Sedicesimo secolo, al Papato religioso e ad una storiografia che veda, nel Papa, il capo di una religione!
Quand'ecco, nel 1447, la morte di Filippo Maria Visconti. Negli ultimi tempi, aspre gare attorno a lui, fra partito sforzesco e partito braccesco, fin quasi al suo letto di morte. Il partito sforzesco tendeva ad una successione di Francesco Sforza. L'altro, per scongiurar la vittoria del condottiero, caldeggiava una pi stretta unione fra Duca e re Alfonso, in vista di una successione aragonese nel Ducato. In ultimo, prevalenza dei Bracceschi, arrivo a Milano di un agente di Alfonso, consegna provvisoria dello Stato a lui. Ma spirato il Duca, si accese una pi vasta gara per la eredit: gli Orlans di Francia, imparentati con i Visconti dopo il matrimonio di Valentina; Alfonso di Napoli, il cui agente inalbera su le fortezze della citt bandiera aragonese e si fa prestare giuramento dai capi militari; Francesco Sforza, che rappresenta la generazione dei condottieri ormai risoluti di conquistarsi un proprio dominio; Ludovico di Savoia che inizia i tentativi di avanzata verso la Lombardia ed occupa Vigevano, Romagnano, parte della Lomellina; Venezia che  giunta all'Adda, e un po' teme che l'Aragonese possa diventar padrone anche del ducato di Milano e quindi di tutta la penisola, un po'  sollecitata da spiriti imperialisti essa stessa. I Milanesi, che hanno proclamato la Repubblica Ambrosiana e affidato il potere ad un collegio di "Capitani e Difensori di libert", cacciando il presidio aragonese e demolendo le fortezze ove questo aveva preso stanza; i Milanesi assoldano lo Sforza. Ma lo Sforza, venuto subito in sospetto di lavorare per s, passa ai servigi di Venezia. Appello milanese, allora, a Ludovico di Savoia. Si affretti! Se lascer sfuggire questa occasione, non si ripresenter pi per gran tempo! Appello anche ad Alfonso, che aveva qualche milizia in Lombardia e con altra gente si era messo in cammino dal Regno. E vi fu, nel giugno 1449, un accordo tra Ludovico e Alfonso, "a custodia della libert di Milano e contro chiunque voglia menomare quella libert"; padroni, poi, i Milanesi di accettare l'uno o l'altro signore. Ma Ludovico si mostr irresoluto e tardo; i suoi cavalieri, gente del buon tempo antico, pi valorosi che astuti, fecero cattiva prova davanti agli Sforzeschi, rotti a tutti gli accorgimenti di guerra. Alfonso aveva anche esso pi ambizioni e sogni che abilit politica e militare. Pare anche che tenesse innanzi tutto a conquistarsi, in Toscana, qualche base lungo il mare: dove poi gli Spagnuoli creeranno lo Stato dei Presidi, per tener a briglia il Granducato e per collegar Napoli con Genova e col Milanese. Fatto sta che i Fiorentini batterono re Alfonso, una flotta veneziana gli saccheggi le coste e gli affond le navi nei porti, lo Sforza lo vinse in Lombardia. Allora la malferma Repubblica Ambrosiana cerc pace con Venezia.
Vi erano a Milano, accanto a profondissime animosit contro Venezia, anche speranze di borghesia mercantesca per una possibile collaborazione di affari con i Veneziani, molto ammirati anche se odiati e sospettati. Ma lo Sforza si volge contro gli uni e contro gli altri e va diritto al proprio scopo. Ha contro di s due capitani di molta rinomanza: il Piccinino, che  al servizio della Repubblica Ambrosiana, e Bartolomeo Colleoni, soldato di Venezia, magnifico tipo di condottiero anche esso! Ma lo Sforza tiene testa all'uno e all'altro. La sua arte diplomatica eccelle. Disarma con le trattative e con accorte concessioni parecchi degli avversari, cerca e trova aderenti nella penisola, riesce a mutare la guerra per Milano quasi in una Lega italiana contro Venezia. Fino a che i Milanesi gli aprirono le porte. Il popolo in rivolta aveva qui abbattuto i Capitani e i Difensori e fatto scempio dell'ambasciatore veneziano. Grande caos! In una tempestosa assemblea di cittadini, si erano urtati partigiani della Repubblica e della Signoria, fautori dello Sforza e di Alfonso o di Savoia o del Re di Francia o del Papa. Avevano prevalso infine gli Sforzeschi. E Francesco Sforza entr allora nella citt discorde, confusa, famelica; assunse, senza nulla chiedere all'Imperatore, titolo e poteri di Duca, riguadagn rapidamente le citt del dominio, che non potevano sottostare ad altra citt, ma si accettare o magari invocare un Signore; fronteggi la coalizione degli aspiranti delusi, capeggiata da Venezia.
Larga coalizione, che raccoglieva insieme la Repubblica di Venezia e il Re di Napoli, Siena e il Duca di Savoia, il Marchese di Monferrato ed altri minori. Ma anche Francesco Sforza ebbe degli alleati: con Genova, con Mantova, con Renato e Giovanni d'Angi, Firenze, anzi Cosimo de' Medici, effettivo signore dello Stato sotto parvenze repubblicane. E fu, questo, l'alleato di pi decisivo valore. Due uomini nuovi, Francesco Sforza e Cosimo: l'uno, figlio dell'Italia rurale e provinciale e guerriera che, nel frattempo,  venuta crescendo di forza e che gi cominciava a richiamar l'attenzione dei letterati e riscuote elogi da loro; l'altro, figlio dell'Italia cittadina e borghese, arricchito con la banca, portato dalle tradizioni della sua citt e dagli interessi di quella borghesia ad una politica di equilibrio italiano fra Stati molteplici e perci, ora, ad una politica antiveneziana e antiaragonese. Nel Quattordicesimo ed ancora al principio del Quindicesimo secolo, pareva che Firenze avesse fatto del suo regime repubblicano quasi una questione di princpi, indentificato la sua fortuna con la fortuna di quel regime e di quei principi, dato alle sue guerre quasi il carattere di crociate per la libert. Ora, invece, mette da parte le pregiudiziali repubblicane, vuoi perch anche essa si avvia a Signoria; vuoi, pi ancora, perch vede contro a s non tanto Milano ed i Visconti quanto Venezia, e pone a scopo primissimo della sua politica impedire un dominio veneziano di tutta la valle del Po e di tutti i valichi alpini e rompere la coalizione veneto-napoletana padrona del mare, grandemente pregiudizievole ai traffici fiorentini come a quelli milanesi e genovesi. Questo antagonismo Firenze-Venezia, per niente addolcito dalle simpatie per la Serenissima di qualche letterato fiorentino e dei Fiorentini antimedicei e repubblicaneggianti, diventa ora il fatto centrale della politica italiana, rompe gli antichi raggruppamenti, ne crea di nuovi.


4. - EQUILIBRIO ITALIANO.

Questi ultimi 50 anni seguiti alla morte di Gian Galeazzo sono fra i pi complicati che la storia italiana conosca. A volte sembra di smarrirne il filo conduttore! Ma vi , negli accadimenti, una concatenazione ferrea ed un logico sviluppo. Punto di partenza  la formazione della signoria viscontea, nel centro della Valle Padana, durante il '300. La pressione viscontea fra il '300 e il '400 e poi la reazione che si sfrena contro i Visconti dopo il 1402 spingono in alto Firenze e, pi ancora, Venezia. La nuova resistenza e le rinnovate ambizioni di Filippo Maria dnno il destro ad Alfonso d'Aragona di vincere Renato d'Angi e Francia, conquistare il Regno, all'altra estremit della penisola, rimetterlo in efficienza. La nuova lotta delle due Repubbliche contro Milano e Napoli, divenute alleate, d valore ad un uomo di grandi capacit militari e politiche, Francesco Sforza; consente a Venezia di realizzare altri vantaggi che ne fanno lo Stato pi potente e pi temuto della penisola; accelera, col concorso di circostanze generali ed estranee all'Italia, la ricostruzione dello Stato della Chiesa. Infine, l'antagonismo, che intanto  maturato, fra Firenze e Venezia, e con esso l'interesse papale di allontanare lo Sforza dall'Italia centrale, costituiscono la molla pii potente per portare Francesco Sforza alla signoria di Milano e del Ducato, con l'abbandono della Marca d'Ancona e dei possessi napoletani. Il pericolo veneziano  scongiurato. Cosimo de' Medici potr dal Guicciardini essere glorificato quasi come salvatore della libert non solo di Firenze ma di tutta Italia! Perch, senza di lui, "i Veneziani si facevano senza dubbio signori di quello Stato (del Milanese) e successivamente in breve di tutta Italia". Cos si realizza un sistema assai equilibrato di forze italiane. Di importanza capitale, per giungere a questo sistema,  stato il crescere e il consolidarsi dei due Stati centrali: Toscana e Chiesa. La porta non  pi, ora, spalancata ad ogni passante. E sono sbarrate anche le strade, o rese pi difficili, a chi dal nord voglia metter piede nel sud o dal sud risalire verso il nord. Acquistano valore pratico, ora, le clausole dei trattati che da qualche decennio facevano obbligo ai signori di Milano di non brigare in Toscana o Romagna, o al Re di Napoli di non cercare altri domini italiani fuori del suo Regno, come  detto nel documento di investitura del Regno stesso, il 1443. Tutto questo voleva dire possibilit di una pace sufficientemente durevole, per la difficolt e il troppo scarso rendimento di nuove guerre che si proponessero scopi di conquista, uno Stato a danno di altri.
E realmente si venne alla pace, nel 1454. Se ne era fatto promotore il Papa, all'annunzio della caduta di Costantinopoli; ed i rappresentanti degli Stati in guerra ne avevano trattato a Roma. fra il '53 e il '54. Ma senza nessun risultato. Si intesero invece direttamente Milano e Venezia a Lodi, il 9 aprile '54, per s e per gli aderenti, liberi tuttavia, questi, di accettarne o no le clausole. Fu quasi una pace separata, che gli altri ratificarono o non ratificarono, ratificarono di buona voglia o di cattiva voglia, con riserve o no. Specialmente restio il Re di Napoli che tent mandar all'aria la pace, cerc vendicarsi di qualche alleato che vi ader, come Siena, tenne in timore lo stesso Papa che tem, approvandola, di tirarsi addosso l'ira di Alfonso, oltre che le torme dei mercenari, tradizionalmente soliti, se disoccupati in Lombardia, di gettarsi verso l'Umbria e l'Italia centrale. Quindi, pace incerta. Quindi, anche, il proposito di assicurarla con misure pi radicali e clausole pi obbliganti. L'iniziativa forse fu del Duca di Milano, nuovo al potere e malsicuro specialmente da parte dell'Imperatore, cui non aveva chiesto e non intendeva chiedere nessun riconoscimento. Ma anche Venezia e Firenze vi erano disposte. Quest'ultima si riprometteva la libert del navigare e quindi la prosperit delle sue industrie che vivevano di importazioni e di esportazioni. E segreto pensiero dei Veneziani era che da un largo accordo italiano potesse nascere uno sforzo comune, rispondente a comuni interessi, contro i Turchi che ormai sbucavano sui mari di Levante da tutte le parti. Si tratt a Venezia e il 30 agosto '54 si conchiuse una lega, la "Santissima Lega", che garantiva ai tre collegati principali ed ai loro aderenti il tranquillo possesso dei loro domini di terraferma in Italia, li impegnava a mantener in assetto un contingente militare proporzionato alle risorse di ognuno, faceva loro obbligo di aiutar quello fra i collegati che ricevesse offesa da estranei o anche da altro collegato o aderente. Il Papa e il Re di Napoli, invitati a sottoscrivere il patto, sottoscrissero. Prontamente e cordialmente il primo; a gran fatica, quasi costrettovi, e riservandosi libert piena su parecchie questioni, il secondo, vuoi per orgoglio, vuoi per consapevolezza della sorda ostilit degli altri verso di lui.
Non grande si dimostr, alla prova, l'efficienza della lega, che pure fu pi volte confermata e visse un mezzo secolo. Era appena conchiusa, e manc di ogni compattezza e vigore nel fronteggiare i condottieri disoccupati, specialmente Iacopo Piccinino, il figlio di Niccol, che non intendeva veder seppellire, con la pace, tutte le sue ambizioni di dominio e, capeggiando un esercito raccogliticcio di avanzi bracceschi, teneva fermi gli occhi, al solito, su le terre della Chiesa: Marche, Romagna, Umbria, Patrimonio. Re Alfonso, per esempio, sebbene collegato, non si scopr contro il Piccinino, anzi piuttosto lo aiut e lo riforn. Tuttavia la lega  da segnalare, come risultato di un processo storico che durava da tre secoli: la crescente fusione degli elementi frammentari delle singole regioni, il loro inquadramento in un certo numero di mezzani Stati, la delimitazione delle loro zone di influenza e di potenza, l'annullamento di ogni loro possesso territoriale che fosse entro i confini di altro Stato. E questi mezzani Stati e tutti gli altri minori che ancora rimangono, cio principali e subordinati, si raccolgono in un fascio unico che si propone di consolidare la pace, garantire l'assetto territoriale di fronte a tentativi interni o esterni di perturbamento, prepararsi a fronteggiare i Turchi. Cio, compiti positivi oltre che negativi. Nella lega, tutti gli Stati italiani trovano, in un modo o in un altro, posto. E solamente essi: solamente Stati posti "intra terminos italicos", come vuole in modo esplicito il trattatto. Esclusi i principi spagnuoli, escluso il Duca di Borgogna che Alfonso d'Aragona aveva chiesto di poter comprendere fra gli aderenti; ma non esclusi il Principe-Vescovo di Trento, i signori del Trentino, il Conte di Veglia nel Quarnaro, il Conte di Gorizia. Dell'Imperatore, nessuna parola: quindi egli  implicitamente compreso fra quei principi che, "dovunque abbiano Stato, da qualsiasi parte vengano, siano chi essi vogliono, non importa di qual dignit o grado", la lega potr e dovr combattere come nemici, se uno dei suoi membri sar offeso. Invece, una posizione moralmente eccelsa occupa nella lega il Pontefice, che vuol esserne "protettore, custode e vindice", anche perch  il pi interessato al mantenimento della pace. Nella questione del Piccinino, papa Callisto fu il primo e il pi energico ad ammonire il condottiero, a raccomandar vigilanza ai collegati, ad iniziare la lotta armata contro di lui, con le genti che aveva preparato per la crociata. Ai commissari papali obbedirono anche le genti sforzesche comandate da capitani di grido, come Roberto Sanseverino e Corrado da Fogliano. Certo, Francesco Sforza dalla vittoria che fu riportata presso Castro, nell'Umbria, avrebbe clto maggior frutto. Ma si vide gi allora che di una lega o confederazione italiana solo il Pontefice poteva essere capo. Donde forse la contrariet del Re di Napoli, sempre in contesa con la Santa Sede. La teocrazia, cio l'universale diritto su gli Stati,  ormai un ricordo. Ma, al suo posto, un tal quale primato politico italiano, che costituisce elemento di coordinazione nella penisola. Lo Stato della Chiesa, emerso dal caos dell'Italia centrale, in conseguenza della formazione degli Stati territoriali a nord e a sud, diventa anche il maggior tutore di questo assetto politico: quindi anche il maggior ostacolo ad un eventuale Stato nazionale unitario.
Era la pace, una relativa pace. E pi tardi, fra le guerre del nuovo secolo, il ricordo o l'immagine di quegli anni si presenter agli Italiani, come al navigante nella tempesta oceanica il ricordo o l'immagine di un'isola gaudiosa. E l'Italia d'allora, l'Italia del Magnifico o di Francesco Sforza, di Pio Secondo o d'Alfonso d'Aragona, sar raffigurata come uno strumento di molte corde ben intonato; Milano, Napoli, Venezia, Firenze, Roma. Ma con la pace, era anche l'arresto, in quel faticoso processo verso una maggiore unit che aveva, attraverso tre secoli di lotte, coagulato centinaia di feudi e municipi e trasformato l'Italia della Lega Lombarda nell'Italia della pace di Lodi! Non che mancassero posizioni eminenti di questo o quel principe, ambizioni di primato, tentativi di ingrandimento territoriale. Ma tutto allo stato di vani conati. E quel continuo sospettare e diffidare o anche tramare l'uno dell'altro e contro l'altro, Napoli e Roma, Venezia e Napoli, Roma e Firenze, Firenze e Venezia, Genova e Napoli, Venezia e Ferrara, si esauriva in se stesso, senza nulla produrre di quei frutti che dal cozzo degli opposti interessi e dalle ambizioni di grandezza sogliono assai presso nascere.
Il Regno di Napoli prevale innegabilmente su gli altri, per titoli giuridici o per ampiezza territoriale, dopo ricostituita l'unit normanna e sveva, con in pi Sardegna e Aragona tutto, sotto un solo principe. Ed in Alfonso  sempre qualche voglia di far valere questa sua superiorit) Non distoglie mai gli occhi dal vicino Stato della Chiesa, non ha rinunciato a posarsi sul litorale toscano, volentieri metterebbe le briglie a Genova che possiede la Corsica ma non la sa tenere, ed  covo di nemici per lui, punto d'appoggio italiano degli Angioini di Francia nei loro tentativi ostinati di riprendersi l'eredit napoletana. Ma nel 1458, muore il Re e il Regno di Napoli si divide nuovamente dalla Sicilia: il ramo italiano della dinastia, a cui tocca Napoli, dal ramo spagnuolo a cui tocca Sardegna Sicilia ed Aragona. L'equilibrio italiano  ancora pi perfetto: ma cade in quei principi del Mezzogiorno ogni superstite forza d'impulso verso l'esterno; l'ostacolo dello Stato della Chiesa, che sbarra la via, si fa sempre pi difficilmente superabile. Anzi, diventa ogni giorno pi insistente la pressione papale per dar un valore effettivo all'alto diritto della S. Sede sul Napoletano, dove essa conta sempre degli amici, specialmente una parte del baronato, perennemente in attesa o alla ricerca di un nuovo padrone che gli consenta di non obbedire pi all'antico, cio di non obbedire a nessuno. Cos, alla morte di Alfonso, Callisto Terzo Borgia, gi beneficato da lui, cerca impedire la successione di Ferdinando, figlio illegittimo; esige la devoluzione del Regno alla S. Sede, come fosse estinta la dinastia; dichiara sciolto dal giuramento chi abbia giurato, scomunicato chi sia per giurare. Egli ha due nipoti, fatti cardinali: Rodrigo e Pier Luigi, generale e gonfaloniere della Chiesa, governatore di Roma, duca di Spoleto. A questo  riservato il Regno. Ma Ferdinando resiste. Francesco Sforza, in cui Callisto confidava, eccita il Re alla resistenza, gli manda soldati, fa opera di persuasione sui baroni, assiste per mezzo di ambasciatori al Parlamento generale, adunato da Ferdinando, e perora per il Re contro il Papa. Si mette mano alle armi; le genti napoletane, sotto il Piccinino, invadono l'Umbria, occupano Assisi, Gualdo, Nocera eccetera E solo la morte di Callisto e la elezione di Pio Secondo, gi bene accetto ad Alfonso, troncano la lotta. Nella quale il Papa rimase solo. Nessuno voleva veder crescere il potere politico e territoriale della Chiesa in Italia. Ma fosse anche riuscito ai Borgia il loro piano, che cosa poteva venirne? Nulla pi della sostituzione di una dinastia ad un'altra, con relativo nuovo turbamento nel Regno, affaticato da secoli a fare e disfare. Che dalla pi stretta unione dello Stato della Chiesa col Regno di Napoli potesse nascere un pi complesso e solido organismo politico, sotto le insegne della S. Sede, neanche pensarci!
Alcuni anni dopo, un altro Papa, Sisto Quarto, poco amico dei Fiorentini e dei Medici che gli attraversavano la strada nella Romagna e nell'Umbria e non avrebbero visto male neanche un nuovo scisma ("....sarebbono meglio tre o quattro Papi che uno...", scrive Lorenzo nel '77), asseconda anche lui il disegno dei suoi nipoti Riario che volontieri soppianterebbero i Medici nella signoria. E si ha la congiura dei Pazzi e dei Riario, famiglia rivale dei Medici anche negli affari bancari con la Curia romana e riuscita, dopo il 1474, a mettersi nel posto dei Medici come tesorieri della Chiesa romana (1478). E dopo la congiura, risoltasi in vasta effusione di sangue, una guerra fra Medici e Sisto Quarto, fra alleati dell'uno e degli altri: poich ormai non v' questione politica in Italia, anche modesta, che non tenga sul chi vive tutti i governi della penisola e non diventi perci questione generale e italiana. I papalini conducono con buoni successi questa guerra. Ma il Re di Napoli, prima affiancato col Papa, poi lo abbandona, subendo l'influenza di Lorenzo de' Medici, e fa causa comune con quest'ultimo. Lega tra Napoli, Firenze, Sforza. Il Papa deve arrestarsi. In altre parole, la politica di riconquista piena dello Stato e il desiderio di ingrandire il Casato per amore del Casato stesso e per il vantaggio che si credeva potesse venire allo Stato dall'aver gente fidata e ligia al governo di principati vicini, tien desto nei Papi di questo tempo un certo ardore di conquista, che non tutti condannano e qualcuno, in seguito, potr anche rammaricarsi di veder consumare invano. Ma, appunto, ardore impotente, non adeguatamente armato e non capace di vincere i troppi ostacoli che ormai ogni ingrandimento territoriale presentava.
Venezia, si, fa ancora qualche progresso dopo il 1454. Compra Cervia, ricca di saline, che le permettono di conservare il monopolio del commercio del sale: e riesce a tenerla anche dopo il contrattacco della S. Sede. La Repubblica guarda sempre a questo litorale romagnolo e marchigiano (come anche a quello pugliese); non si lascia sfuggir l'occasione per trarre ai suoi stipendi e alla sua obbedienza questo o quel tirannello locale, acquistar a contanti questa o quella terra, mentre la S. Sede si affatica a farvi valere i suoi diritti di sovranit. Tiene a catena Bartolomeo Colleoni suo condottiero, che non sa rassegnarsi, dopo tanti sogni di grandezza e tante gagliarde imprese, dopo visto il suo fortunato rivale afferrare l'eredit viscontea; non sa rassegnarsi a invecchiare fra i contadini della Malpaga o fra letterati che con lui ragionano di religione e platonismo. Ma nessuno in Italia crede che Venezia non lo abbia essa autorizzato, quando il Colleoni fa quella sua scorreria fin dentro le Romagne, che solo la sanguinosa - almeno secondo l'Ammirato - rotta di Molinella arresta, nel luglio 1467. Poich la fama, italiana ed europea, attribuiva ormai proporzioni iperboliche alle cupidigie territoriali di Venezia. "Libido dominandi totam Italiam", avevano scritto nel 1452 i Fiorentini a Carlo Settimo di Francia. Piani politici rivolti - cos si era persuasi - a indebolir l'Italia e tutta a poco a poco consumarla, di modo che in ultimo, non potendo essa difendersi da Venezia, non vedendo salvezza che in Venezia, fosse costretta, se non voleva rimaner in balia di chiunque l'assaltasse, a gettarsi nelle sue braccia. Pi ancora: loro "fantasia che, post Italiam, debino ancora haver la Monarchia et imperio di tucto il mondo", come diceva nel 1466 Luigi Undicesimo di Francia, se ben riferisce le sue parole Galeazzo Maria Sforza. Grottesca esagerazione, che serviva a dissimulare anche invidie e cupidigie proprie. La maldicenza contro Venezia era diventata un luogo comune, un buon tema di esercitazioni letterarie: sebbene i letterati, quando non volevano lusingare le orecchie dei principi, fossero piuttosto disposti a lodare Venezia, asilo di pace, ricettacolo di saggezza eccetera. Verissimo tuttavia che Venezia era, allora, onnipossente in Italia e spesso presente anche lontano dall'Italia, dovunque aveva interessi; che questi interessi erano larghissimi e la Repubblica voleva tutelarli e accrescerli; che mirava a controllare e dominare gli sbocchi, i passaggi obbligati, le strade di navigazione, i punti d'appoggio del commercio; che la sua diplomazia, disponendo di molto denaro, avendo certa libert di scegliere fra la pace e la guerra, proclamando pace e certo desiderandola per s ma non rifuggendo dall'armare ed incitare a guerra altri, lavorava accortissimamente per raggiungere con tutti i mezzi questi fini. Una piccola Inghilterra mediterranea insomma! Comunque, "se sapeste la mala volont che tutti universalmente hanno contro di voi, vi si rizzariano i capelli!... Sete soli e avete tutto il mondo contro, non solamente in Italia ma anche de l dai monti. Siate certi che i vostri nemici non dormono...". Terribili parole dello Sforza ai Veneziani, che si reveleranno profetiche.
Realmente, Estensi, Gonzaga, Francia, Ungheria, Casa d'Austria, Aragonesi, Curia romana venivano accumulando risentimenti e aguzzando spade contro Venezia. E gi ora se ne ha un primo saggio, per la questione di Ferrara. Ferrara libera e prosperosa, padrona delle saline di Comacchio e quasi a cavaliere delle bocche e dei canali del Po, era un vecchio pruno negli occhi della Serenissima, che pur vi godeva "ab antico" privilegi commerciali. Gi nel '200, questa aveva partecipato alla crociata contro Salinguerra, alleato di Ezzelino e Signore di quella citt, e contribuito a spiantarlo: naturalmente, guelfi e ghibellini. Al ghibellino Salinguerra erano succeduti gli Estensi, guelfi. Ma fu come prima. Nel 1309-10, guerra quasi italiana tra Venezia, il Marchese e Papa Clemente Quinto, a cui, in virt delle antiche donazioni, spettava l'alto dominio su la citt. E Venezia pot conservare i suoi privilegi. Altre posizioni vi conquist via via, nel corso del '300 e '400. Quel Duca era ormai "sotto il dente" dei Veneziani, come un loro senatore disse, senza ambagi, ad un inviato ferrarese, nel 1481. Impazienza crescente della Repubblica, specialmente dopo l'acquisto di Ravenna. Ferrara, ora, interrompeva la contiguit territoriale della Repubblica. Questa era pronta a scattare: tanto meglio, se d'accordo col Papa... E parve che quest'accordo si potesse realizzare nel 1492, dopo quella alleanza fra Napoli, Firenze, Milano che irrit fortemente, non meno del Papa, Venezia. Si ebbe allora una alleanza Papa-Venezia contro Ferrara, il cui Stato doveva andar diviso fra la Repubblica ed i Riario, parenti di Sisto Quarto e gi signori di Imola. Sebbene il Duca di Ferrara avesse alleati nel Re di Napoli e nello Sforza milanese, stretti con esso da vincoli di parentela; e li avesse in Firenze, nel marchese di Mantova, in Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna; pure non mancarono successi iniziali alle armi veneziane e papali, sul Po ed ai confini meridionali dello Stato della Chiesa. Ardentissimo per la guerra era Girolamo Riario, capo dei papalini, ed eccellente capitano Roberto Malatesta che gli successe; non minore bravura, Roberto Sanseverino, ribelle del Re di Napoli e condottiero della Serenissima. Fu battuto il Re; stretta fortemente Ferrara per terra e per acqua. Ludovico Sforza poco fece per aiutare il Duca d'Este, anche perch impegnato egli stesso con i Rossi, potenti signori dell'Oltrep. I Fiorentini quasi non si mossero.... Ma, "perch lo imperio di Italia non era ancora disegnato a' Viniziani, si volse nuovo vento" (Guicciardini). Cio il Papa, avvistosi che il frutto della comune vittoria lo avrebbe raccolto Venezia, quella stessa che mirava a togliergli le citt del litorale; e che intanto i Napoletani gli devastavano lo Stato, con l'aiuto di una parte del baronato romano; e che le rinate discordie fra Santacroce e Della Valle, fra Orsini e Colonna empievano di disordini Roma e regione attorno; il Papa si stacc dalla Repubblica e, dopo aver tentato invano di ottenere che sospendesse la guerra contro Ferrara, si uni agli altri, destin una grossa somma ad armare navi, al feroce odio e alle terribili minacce dei Veneziani contrappose anche le armi spirituali, cio l'interdetto. Venezia fronteggi bravamente la coalizione, occup Gallipoli all'imboccatura dell'Adriatico, guadagn il duca Sforza, usc dalla guerra con l'acquisto del Polesine, gi tenuto in temporaneo possesso e poi dovuto restituire all'Estense (trattato di Bagnolo 1484).
Ma si vide in questa occasione, anzi si ebbe ancora una riprova che in Italia v'era fra i vari Stati tanta materia di discordia da impedire, non ostante la vecchia lega del '54, ogni intesa e collaborazione fattiva, per la pace e per la guerra, e da alimentar la speranza, ora all'uno ora all'altro, a Napoli o a Roma o pi ancora a Venezia, di poter osare per conto proprio e crescere dell'altrui disunione; che tuttavia, questa materia di discordia non impediva si costituissero subito coalizioni particolari non superabili, appena uno di quegli Stati, "maggiore senza dubbio di ciascuno de' confederati, ma molto minore di tutti insieme", come scriver di Venezia il Guicciardini, accennava ad emergere e fare una politica di netto predominio e di espansione. Si voleva l'equilibrio, condizione di "libert d'Italia". E la frase ricorre continuamente in quel tempo, specie a Firenze ed a Milano. Cio, non si aveva collaborazione di tutti, non predominio di uno. Non si riusciva a raggiungere unit n con i pacifici accordi n con la potenza; n con un sistema coordinato di forze, n con la subordinazione ad un centro unico. Neppure accadeva che, almeno, si mantenessero uniti gli Stati che avevano ragione di temere da Venezia. Il timore di Venezia li teneva, s, uniti, "ma non li congiungeva in amicizia sincera e fedele; conciossiach, pieni tra s medesimi di emulazione e di gelosia, non cessavano di osservare assiduamente gli andamenti l'uno dell'altro, interrompendosi scambievolmente tutti i disegni, per li quali a qualunque di essi accrescere si potesse o imperio o reputazione". Non erano diversi, altrove, i rapporti fra le grandi famiglie feudali o dentro la nobilt del sangue. Solo che, altrove, vi era, sopra tutti, un Re: un Re che da siffatta situazione di cose traeva, ora, non debolezza ma forza, per battere alla spicciolata gli avversari, dissolverne le coalizioni, imporsi a tutti. Da noi, il Regno, consunto dagli organismi particolari, era una memoria del passato, come l'Impero con cui formava una cosa sola. Da noi, i vari Stati camminavano verso una crescente autarchia di fronte ad ogni potere superiore e verso una crescente individuazione l'uno di fronte all'altro. Organizzandosi internamente ed obbedendo alle esigenze della economia locale e delle classi che la rappresentavano, i principi e governi spianavano le interne barriere che gi dividevano le citt del dominio, ma elevavano quelle che separavano lo Stato dagli altri Stati: divieti o limiti alle importazioni ed esportazioni di merci o derrate; non lecito ai sudditi di mettersi a servizio di altro Principe, di frequentare un altro Studio eccetera; uffici e benefici ecclesiastici conferiti solo a sudditi eccetera Sempre pi chiaro appariva che l'Italia, su la soglia dell'et moderna ed alla vigilia delle grandi lotte europee combattute da Stati nazionali, seguiva una strada diversa dalle nazioni circostanti.
Punto morto della politica italiana, sterilit di questa politica che non sa fare, non pu fare n buona guerra n buona pace. Debolezza crescente nei rapporti internazionali, sempre pi larghi, complicati, difficili a dominare con i soli mezzi di una accorta diplomazia!
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FINE Parte 3.